Abbiamo sdoganato l’espressione nel posto più improbabile che si potesse immaginare: il patinato palco londinese di WIRED 2014 – l’evento organizzato annualmente dall’edizione inglese di Wired; da domani, però, chiunque potrà parlare di “magia militante” citando un solido (e insolito) precedente. Il mio badge parlava chiaro:

Ma che cos’è la militant magic?

Aprire l’officina

Uno dei tratti più originali nell’attività dei Wu Ming è la disponibilità ad “aprire l’officina”: invece di relegare i lettori nel ruolo passivo di semplici fruitori di un’opera, il collettivo scosta le tende del sipario per mostrare i “trucchi del mestiere”, offrendo veri e propri tour dietro le quinte e illustrando i tecnicismi alla base delle loro creazioni. Ciò aggiunge una notevole profondità al loro lavoro, agendo anche come stimolo creativo: trovandosi con colori e tavolozza tra le mani, il lettore si sente spontaneamente coinvolto a proseguire la narrazione con i propri mezzi.

Quando ieri Wu Ming 1 mi ha invitato a raccontare l’esperienza londinese, ho pensato di muovermi nella stessa direzione. Ma presentandomi come un illusionista, sentivo che la stessa pratica sarebbe apparsa ancora più paradossale: può un mago – dopo uno show – coinvolgere il pubblico in un’analisi del proprio spettacolo, svelandone i meccanismi senza spegnere lo stupore?

Il triangolo della Magia Nera

Secondo una tradizione esoterica che risale alla fine degli anni Settanta, Torino – la città in cui vivo – formerebbe con San Francisco e Londra un triangolo magico dai risvolti occulti (vedi qui). Nel corso di quest’anno, e contro ogni previsione, mi sono esibito come illusionista in ciascuna delle tre città che compongono il triangolo della Magia Nera.

A Torino nel maggio 2014 ho scritto e presentato, con Wu Ming il Laboratorio di Magnetismo Rivoluzionario, omaggio transmediale al romanzo L’armata dei sonnambuli e primo tentativo di unire letteratura, mesmerismo e militanza (vedi qui).

A San Francisco nell’agosto 2014 ho presentato, presso il quartier generale di Google, “Il più veloce e divertente esperimento di Mesmerismo del mondo” (vedi qui): un gioco di prestigio che mi ha dato l’occasione di parlare de L’armata dei sonnambuli, del mio L’arte di stupire e del ruolo dei libri di Robert Darnton nel mettere a fuoco i risvolti militanti del mesmerismo.

In quell’occasione, insieme a Larry Page, tra il pubblico c’era anche l’editor di Wired UK David Rowan, che al termine della performance mi ha proposto di chiudere il triangolo: «Perché non vieni a esibirti da noi a Londra a ottobre?» L’occasione di rivederci ce l’avrebbe offerta WIRED 2014, l’evento da lui curato che annualmente coinvolge scienziati, artisti, intellettuali e imprenditori impegnati a raccontare le loro attività in interventi flash di 10 minuti.

WIRED 2014

Cogliendo l’occasione di completare l’esoterica geometria, il 15 ottobre 2014 ho preso un volo per la capitale inglese, atterrando in tempo per una cena alla Second Home. L’incontro culinario radunava tutti i 45 relatori dell’evento che sarebbe andato in scena nei due giorni successivi.

Ad attenderci sui tavoli c’erano i curiosi segnaposto offerti dai creatori di Androidify, una app (vedi qui) che consente di dare forma al proprio avatar a partire dal piccolo robot verde di Android; eccomi, dunque, nella statuetta in resina realizzata con una stampante 3D a partire da una mia fotografia:

Il mio avatar realizzato dai creatori di Androidify.

Al mio tavolo erano seduti anche l’attivista Yulia Marushevska (diventata famosa per il video virale “I am a Ukrainian”), Demis Hassabis (genio degli scacchi e CEO della startup DeepMind recentemente acquisita da Google), Pablo Rodriguez (programmatore spagnolo che lavora per la squadra del Barcellona, analizzandone matematicamente le prestazioni) e Nina Tandon (ricercatrice newyorchese e CEO di EpiBone, un’azienda che “coltiva” ossa umane in laboratorio).

WIRED 2014 ha preso il via giovedì 16 ottobre presso il Tobacco Dock, un enorme spazio congressi affacciato sul Tamigi che nell’Ottocento accoglieva i carichi delle navi che trasportavano tabacco.

L’ingresso era offerto a prezzi tutt’altro che popolari: un singolo biglietto costava circa 2500 euro. A tanta esclusività faceva da contraltare una radicale condivisione virtuale dei contenuti: tutti gli speech sono stati ripresi in video per essere condivisi sul sito della rivista, estendendo virtualmente la platea a chiunque possieda un collegamento a Internet. Accanto alla sala dove si tenevano gli interventi, due vasti spazi erano dedicati al networking: speaker e pubblico potevano incontrarsi per scambiarsi idee, materiali e contatti.

Una squadra di blogger, incaricata di coprire l’evento minuto per minuto, pubblicava – pochi minuti dopo la chiusura di ciascun intervento – un post dedicato a ogni relatore; è stato Liat Clark a dedicarmi questo post.

La fotografia è a cura di Michael Newington Gray.

Le relazioni hanno coperto l’ampio spettro di temi in cui ci si imbatte sfogliando Wired: dall’innovazione tecnologica alle scoperte scientifiche più sorprendenti, dalle ultime tendenze in ambito culinario all’attivismo politico.

L’intervento che ho trovato più interessante è stato quello di Suleiman Bakhit: “Combattere l’ISIS con i fumetti”. Analizzando lo stile comunicativo dell’ISIS, l’autore giordano elabora quelle che chiama “contromitologie eroiche” da proporre ai ragazzi attraverso il linguaggio del fumetto: le sue storie contrappongono alla retorica fondamentalista dei protagonisti emancipati il cui eroismo si fonda su principi di giustizia e solidarietà. Sensibile in particolare verso i temi dell’estremismo religioso e del ruolo della donna nella cultura araba, Suleiman mette in scena eroine che non hanno nulla da invidiare ai maschi in quanto a energia e caparbietà. Il suo “Section 9” è ispirato a una squadra femminile antiterrorismo realmente esistente.

Una vignetta tratta da Section 9 di Suleiman Bakhit.

Come ha dichiarato Suleiman,

credo fortemente nella necessità di incoraggiare le ragazze scrivendo storie che affrontino le tematiche che si trovano ad affrontare sul lavoro, nella società e nella cultura. Storie del genere offrono ai maschi l’occasione di vedere donne che sanno anche prendere a calci nel culo E ALLO STESSO TEMPO essere pienamente femminili. (1) 

Alcune relazioni sono stati spot pubblicitari mascherati. La peggiore (e più autocentrata) consisteva in una sequela di immagini che ritraevano il relatore mentre stringeva le mani di numerosi VIP. L’imbarazzante intervento si apriva con una fotografia doppia: la prima metà, scattata nel Terzo Mondo, ritraeva un umile artigiano impegnato nella produzione di scope di saggina; la seconda, proveniente da una raffinata bottega occidentale, mostrava un creatore di violini. «Entrambi lavorano il legno. Lo sapete cosa distingue questi due uomini? La passione.» Banksy avrebbe scritto “Âa Pa$$ionâ”.

Durante la mia sessione (“Mind Games”) lo psicologo canadese Bruce Hood e la ricercatrice della New York University Jennifer Jacquet hanno proposto due splendidi interventi.

Jennifer Jacquet, Bruce Hood e Mariano Tomatis.

La studiosa ha illustrato il ruolo sociale della vergogna nel regolare i comportamenti umani, arrivando a esaminare la possibilità di manipolarla ai fini di controllo e repressione psicologica – come ha proposto di recente Barack Obama, invocando esplicitamente il biasimo sulle nazioni che non aderiscono al programma di riduzione delle emissioni inquinanti (vedi qui).

Lo psicologo ha raccontato alcuni tra gli esperimenti più incredibili e disturbanti messi a punto in questi anni sul tema delle credenze nel paranormale: il suo Supersenso (Il Saggiatore 2010) è una carrellata ricca di aneddoti e resoconti di studi scientifici sulle ragioni per cui l’uomo tende a credere nell’incredibile (vedi qui); avendo molto amato il libro di Hood, è stato un piacere stringergli la mano di persona.

Quando è arrivato il mio turno, David Rowan ha fatto precedere l’intervento dalla proiezione del mio cortometraggio “How to Create Chocolate Out of Nothing”. E alle ore 15 di giovedì 16 ottobre era ora di salire sul palco. Ecco le diapositive che ho proiettato con il relativo testo (in versione originale e traduzione):

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Genesi del mio magic talk

All’invito ufficiale ricevuto a fine agosto era allegata una fitta scheda tecnica che descriveva la sala in cui avrei parlato e il formato delle diapositive da utilizzare: il luogo sarebbe stato attrezzato con due enormi schermi in formato HD a 16:9, dunque le slide dovevano essere create a quella risoluzione. Era una buona notizia: se avessi saputo valorizzare i contenuti dal punto di vista grafico, con l’impianto visivo a disposizione anche l’occhio avrebbe avuto la sua parte.

Ho accantonato l’idea di offrire dieci minuti di puro intrattenimento: svago e spensieratezza si collocano al Livello 0 dell’illusionismo e sono solo il primo gradino su cui mettere il piede. A un livello appena superiore avrei potuto mostrare come lo stupore può essere usato per vendere un prodotto – nello specifico, una rivista di tecnologia; se avessi celebrato con eleganza le potenzialità della magia nel rendere memorabile un bene di consumo, quel tipo di pubblico avrebbe certamente gradito – e forse ne avrei ottenuto nuovi e immediati ingaggi. Ma diamine, domattina potrei non esserci più! – mi sono detto: tanto valeva scartare di lato e tentare qualcosa di spiazzante; molto più di un nuovo invito al prossimo evento mi avrebbe eccitato un badge con la scritta “Militant Magic”. Ma dovevo meritarmelo.

Il 27 agosto, mentre facevo scorrere l’occhio su Twitter, mi sono imbattuto in questo tweet di @MisterDonnie13:

Dopo un brivido mi sono detto: ecco il cuore di quello che presenterò tra poco più di un mese a Londra; c’era un gatto nel mio orizzonte, e volevo evocarlo nel modo più efficace.

Il lavoro di scrittura ha richiesto alcuni giorni: dovevo dapprima focalizzare la dorsale dell’intervento e poi collocarvi le storie che l’avrebbero sostenuta; l’amico Marcus Williamson avrebbe poi limato il mio script in inglese con una competenza e una cordialità esemplari.

La magia può allungare la vita

Scrivendo L’arte di stupire (Sperling & Kupfer 2014) ero rimasto affascinato dagli studi di Peter Tse: il neuroscienziato americano aveva approfondito il cosiddetto “oddball effect” (Effetto Strana Palla), il fenomeno grazie al quale la percezione del tempo si espande quando ci si meraviglia. “Allungare la vita” era un effetto collaterale della magia piuttosto interessante da esplorare, che andava oltre l’intrattenimento e aveva poco a che fare con i classici temi del business aziendale. Il titolo me lo suggerisce il sito di WIRED 2014, dove il mio intervento è presentato come “How Magic can be the Elixif of Life”.

Partendo da queste premesse, lo speech virava sul versante “motivazionale”: invece di mettere in scena – come il classico prestigiatore – una narrativa centrata sui miei poteri magici, avrei spostato il focus sulla possibilità di esporsi alla meraviglia per migliorare la propria vita: un paradigma in cui lo stupore mi sembrava giocare un ruolo non banale.

Aprendo il mio intervento sulle note tipiche dell’empowering speech, correvo il rischio di pormi come il classico guru spirituale; per evitarlo dovevo mettere a punto il giusto numero di strizzate d’occhio che, senza far dubitare della solidità del fenomeno descritto, mi collocassero a distanza di sicurezza dalla posizione del “leader illuminato”. Ho affidato all’apertura il gioco ironico più esplicito:

Sono un mago italiano e sulla scia di un’antica tradizione, sono alla ricerca dell’Elisir di Lunga Vita.

C’è ovviamente qualcosa che non va in uno che sale su quel palco e ammette con candore di perseguire l’obiettivo degli antichi alchimisti. Passano pochi minuti e il paradosso rientra: in qualche modo l’Elisir esiste davvero, e sulla base dell’evidenza scientifica del professor Tse si rivela essere lo Stupore.

Regola 1: cerca “Strane Palle”.

Offro la prima sintesi (“Cerca Strane Palle”) chiamandola “Regola numero 1” e colgo l’occasione per inserire la rivista Wired tra possibili le fonti di meraviglia – insieme a libri, film e musica.

Superare la magia ombelicale

Un limite di molti speaker motivazionali è il paradigma individualistico cui si ispirano: sei sempre Tu a dover liberare il Tuo potenziale interiore, Tu ad abbattere i limiti che si annidano nella Tua mente e Tu a cambiare la Tua vita. Raramente i moderni guru usano il plurale “Noi”, facendo riferimento al ruolo della collettività: la felicità è sempre un affare privato, fondato sull’idea che gli altri siano strumenti per raggiungere i propri obiettivi. E quando di “Noi” si parla, si tratta sempre di precisi sottogruppi: i partecipanti a un corso, i dipendenti di un’azienda o i fedeli di una particolare dottrina (2) .

Se l’inizio del mio intervento ne aveva tradito lo stile motivazionale, era ora di spiazzare con l’invocazione di un “Noi” non esclusivo; trovavo irresistibile il contrasto che si sarebbe creato con l’élite radunata in quella sala.

Un sacco di persone là fuori hanno bisogno che qualcuno contribuisca ad “allungare” la loro vita.

L’invocazione si appellava a un’autorità morale riconosciuta in tutto l’Occidente: lo zio Ben di Peter Parker, che nel lontano 1962 – sulle pagine di The Amazing Fantasy – faceva notare a un giovane Uomo Ragno che

Da un grande potere derivano grandi responsabilità.

Invitando a non tenere tutto per sé l’Elisir dello Stupore, rievoco la vicenda di Sherazade: ne Le mille e una notte la donna interrompe un’efferata catena di femminicidi offrendosi in sposa al re e allungando la propria vita (e quella delle successive potenziali vittime) attraverso il racconto di storie meravigliose. L’impresa della donna mi consente di proporre una definizione di “magia” che va oltre i giochi di prestigio presentati in un contesto teatrale, allargandosi a un uso sempre più consapevole dello stupore per scopi che vanno ben oltre il divertimento. Ma se il focus si sposta dai “trucchi magici” (noti a pochi) alla Meraviglia, allora la magia diventa cosa democratica e accessibile a chiunque:

Scherazade era una ragazza normale a cui bastò sfruttare il potere della narrativa e della meraviglia per allungare la propria vita e quella delle prossime vittime del re. [...] Diventare maghi nel quotidiano è alla tua portata, anche senza estrarre conigli da un cappello: è sufficiente diventare iniettori di meraviglia – dei wonder injector.

Presentando il mio intervento, David Rowan mi ha definito un “wonder injector”. Invece di farne un job title esclusivo, ho pensato di illustrarlo attraverso la figura di Sherazade, che ne fu la perfetta incarnazione. (3)  Chiarito cosa sia un “iniettore di meraviglia”, il mio invito è esplicito: non intendo farne un marchio registrato, consideralo a tua disposizione, trattandosi di un’attività completamente alla tua portata. Da qui la seconda regola: “Condividi le Strane Palle” che trovi.

Se per lo sfondo delle slide avevo scelto l’azzurro dominante in tutte le comunicazioni sull’evento, per urlare “Magia al popolo!” ci voleva un rosso violento. Per alcuni secondi la sala si è riempita di calde tonalità sovietiche, mentre un pugno chiuso sollevava una bacchetta magica come strumento rivoluzionario (vedi qui).

L’ingrediente del gigantismo

Volendo inserire un gioco di prestigio nel corso della presentazione, mi sono impegnato perché non risultasse forzato o fuori contesto. Lo scorso 9 maggio, prima di una presentazione congiunta a Bologna, Wu Ming 1 mi aveva portato a vedere il murales di Blu sul centro sociale Xm24. Quella del writer bolognese gli era parsa una vicenda del tutto allineata alla concezione di stupore cui facevo riferimento nel mio libro: una meraviglia non fine a se stessa, ma con precisi risvolti politici.

Una mia foto davanti all’Xm24 di Bologna. Fotografia a cura di Federica Zangirolami.

La storia mi sembrava perfetta per il palcoscenico di WIRED 2014: era accaduta in Italia e mostrava il meccanismo fondamentale alla base di quello che con Wu Ming avevamo battezzato “magnetismo rivoluzionario”. Fulcro dell’azione di Blu – che con la sua opera aveva salvato dalla distruzione la struttura bolognese – era il “gigantismo stuporoso” utilizzato per paralizzare psicologicamente il nemico. La tecnica ha una controparte oscura nello “Shock and Awe”, la dottrina militare teorizzata durante l’attacco sull’Iraq, in nome della quale la messa in campo di una forza bellica spropositata servì per annientare – anche e soprattutto dal punto di vista psicologico – il nemico. Per introdurre il concetto mi è tornato in mente uno dei giochi di prestigio più surreali mai trasmessi in TV: la rivelazione di una carta scelta a caso attraverso l’apparizione di un gigantesco crop circle nella forma del 3â. La performance di Pete Firman mi sembrava un punto d’ingresso efficace – oltre che magico – al tema del gigantismo stuporoso. Il gioco dell’illusionista inglese mi offriva anche il gancio per una breve esibizione. Avrei proposto al pubblico di scegliere a caso una delle storie con cui proseguire il mio speech, dando l’impressione di avere 52 possibili continuazioni; con una premessa del genere, la scelta di una carta da un mazzo mi pareva sensata. Sul palco del Tobacco Dock ho costretto uno spettatore a dirmi “stop” sul 3â sfruttando una tecnica che avevo imparato da bambino, al primo corso di magia. Solo i colleghi maghi se ne sarebbero accorti, ma l’idea di usare un trucco tanto elementare in un contesto del genere produceva un contrasto degno di nota: al contrario di quanto pensano molti principianti, non c’è alcuna proporzione tra la difficoltà tecnica (qui praticamente assente) e le potenzialità di un metodo all’interno di una routine magica; se si sottovalutano le cose banali, lo si fa a proprio rischio.

Scelta (poco) casualmente la carta, ho finto di impostarne il valore sul telecomando delle slide, dando l’impressione di saltare alla diapositiva corrispondente che mostrava un grande 3â. Dopo il racconto del crop circle di Pete Firman – che si chiudeva con il più grande 3â mai realizzato – ho ammesso di scorgere sguardi scettici tra il pubblico. Era il momento di confessare l’inganno:

So cosa state pensando: le mie carte sono tutte uguali. È vero! Ho fatto proprio così.

Ma la spiegazione funzionava solo a metà: le carte erano davvero tutte uguali... ma tutte bianche! Eccetto, naturalmente, quella che era stata scelta: la “Strana Palla” in mezzo a 51 carte tutte identiche.

La battuta conclusiva era un puro concentrato di nonsense, incarnando quella che gli illusionisti chiamano “falsa spiegazione”:

Questo gioco si basa su una verità molto semplice: gli esseri umani hanno un’innata capacità di cogliere le “Strane Palle”!

Lo stupore di un pugno nello stomaco

Con l’idea di valorizzare ulteriormente l’impronta italiana della mia magia, ho commentato l’imponente opera di Blu con un riferimento all’ultimo film di Sorrentino:

Questa è «La grande bellezza» di cui andiamo orgogliosi in Italia.

Mi piaceva l’idea di contrapporre alla decadente e un po’ cinica celebrazione delle rovine di Roma una bellezza più sovversiva e sanguigna, da ricercarsi più nei sobborghi che nei salotti.

La chiusura me l’aveva suggerita Mister Donnie: la magia può guadagnarsi l’aggettivo “militante” quando è in grado di portare a galla il conflitto e raccontare gli ultimi usando l’arma dello stupore – lo stesso che ci coglie quando un pugno inaspettato ci colpisce allo stomaco. Ho preparato il pubblico alla rivelazione citando una nota (e cinica) battuta sul genere umano:

La cosa più difficile da spiegare a un uomo vissuto 50 anni fa? In tasca ho un dispositivo con cui potrei accedere all’intero scibile umano e lo uso per guardare fotografie di gatti.

La risata che ne è seguita non si è ripetuta quando ho raccontato della migrante siriana che – moderna Sherazade – ha portato a bordo di un barcone un gatto, conquistando così (e solo così) l’attenzione di tutti i quotidiani: in sala è calato il gelo, e a quella temperatura ho potuto “somministrare” l’ultima regola – quella che invitava a usare la meraviglia per fottere il Sistema.

La parola FUCK (“fottere”) era cancellata e sostituita da un più moderno HACK (“manomettere”), rendendo duplice (ma non meno efficace) la chiamata all’azione.

Una dimostrazione di “gaucherie”

Spostare il focus di una performance dalla figura del mago a quella di due eroiche figure femminili (e di un writer di cui conosciamo solo lo pseudonimo) ha un effetto collaterale tutt’altro che ovvio. Stendendo le carte a ventaglio per mostrare che erano tutte bianche il mazzo mi è come “esploso” in mano, facendone scivolare a terra alcune; portando alla luce la goffaggine che mi caratterizza in quanto essere umano, l’inconveniente mi ha fatto pensare al suo corrispondente francese “gaucherie”: Yves Citton (nel suo Mythocratie) la ritrae come una virtù positiva, al punto da suggerirla come arma da impugnare a sinistra (gauche) contro l’arroganza tracotante tipica della destra. (4) 

C’era una telecamera a riprendermi, mille occhi a osservarmi e nessun posto dove nascondermi: stavo dimostrando di non riuscire a tenere neppure un mazzo di carte in mano; il mio Ego ne sarebbe stato distrutto, se solo non lo avessi bastonato con largo anticipo. Grazie al cielo ero salito su quel palco dopo aver letto Yves Citton e teso una mano benevola ai miei lati più goffi. Tra il pubblico possono aver riso di me, ma certo non dei veri protagonisti della mia talk: Sherazade, lo zio Ben, Blu e la giovane migrante siriana... un collettivo che mi ha coperto le spalle in modo egregio!


Note

1. Karen Eng, “POW! Agent Hero: Fellows Friday with Suleiman Bakhit”, TED Blog, 10.2.2012.

2. Ogni volta che si sente pronunciare la parola “Noi”, vale la pena di chiedersi: chi è escluso dalla cerchia cui ci si riferisce?

3. Ma durante la presentazione del libro L’arte di stupire la Wonder Injector è Amélie Poulain.

4. Yves Citton, Mitocrazia, Alegre, Roma 2013 (I ed. 2010), pp. 230 e segg.