Da qualche giorno rimugino sui tre principali ingredienti del dibattito intorno all’attacco a Charlie Hebdo: i francesi – e per estensione noi figli dell’Illuminismo – che si sentono minacciati dall’Islam; l’Algeria, paese di origine dei responsabili della strage; l’idea, ribadita da uno degli attentatori, che l’attacco sia una vendetta per le politiche da bassa macelleria che l’Occidente mette in atto da secoli in Africa e Medio Oriente.

La mia posizione l’ha espressa David Randall meglio di quanto avrei potuto fare io:

Ovviamente sono contrario alla censura attraverso l’omicidio, ma non mi piace il tipo di vignette pubblicate da Charlie Hebdo. Sembrano non avere altro scopo che offendere i credenti [...] Prendendo in giro il profeta dell’islam, i vignettisti hanno sbagliato obiettivo. Per quel poco che ho letto del Corano sono giunto alla conclusione che Maometto sosteneva la tolleranza religiosa. I bersagli della satira dovrebbero essere i regimi teocratici, i predicatori radicali e i terroristi, non una persona nata 1445 anni fa. (1) 

E come illusionista, davanti ai tre “ingredienti” vivo una sensazione di dejà-vu: li ho già incontrati in uno dei miti fondativi della magia occidentale moderna.

Dall’invasione dell’Algeria alla guerra psicomagica (1830-1856)

Nel 1830 la Francia invade l’Algeria. La guerra di conquista si conclude nel 1847 con la definitiva sottomissione del paese africano. Contro la presenza francese si scagliano in particolare i marabutti, leader carismatici locali cui sono attribuite doti sciamaniche.

Intuendo il loro ruolo nell’incoraggiare la rivolta, Napoleone III decide di affrontarli sullo stesso terreno e si rivolge al più grande illusionista dell’epoca: Jean Eugène Robert-Houdin (1805-1871). Il mago ha da poco abbandonato i teatri parigini e, dopo ripetute richieste, accetta di sfidare i marabutti a casa loro; si dichiara

fiero di poter rendere un servizio al mio Paese. Com’è noto, molte rivolte che è stato necessario reprimere in Algeria erano state ispirate da personaggi che parlano in nome di Maometto e che i musulmani considerano messaggeri inviati da Dio per liberarli dal giogo cristiano. Questi falsi profeti, questi santi marabutti, non sono più “magici” di me – piuttosto lo sono di meno; nonostante questo riescono a infiammare il fanatismo dei loro correligionari usando trucchi magici, roba primitiva quanto gli spettatori cui vengono presentati. (2) 

Il mago raggiunge Algeri il 13 settembre 1856; è consapevole della sua missione:

Dovevamo dimostrare che noi eravamo superiori in tutto, anche e soprattutto nella magia.

Occupare l’immaginario

Ad accogliere Robert-Houdin c’è François-Édouard de Neveu (1809-1871): il colonnello lo informa che è in corso una rivolta in Cabilia e che bisogna distrarre l’opinione pubblica araba.

La conversazione tra il militare e il mago va dritta al punto:

– Dobbiamo ringraziarvi per il grande servizio di esibirvi ad Algeri durante la spedizione in Cabilia.
– A quale servizio vi riferite, colonnello?
En occupant l’imagination degli algerini, impedirete loro di sollevare intorno alla nostra campagna assurde questioni che potrebbero intralciare l’impresa. (3) 

Oltre a riferirsi alla distrazione, l’espressione “en occupant l’imagination” usa il termine “occupazione” spostandolo dal piano territoriale a quello dell’immaginario, svelando una volontà di dominio che dal corpo si estende all’anima dei colonizzati. Meno ingenui di quanto credano i francesi, i musulmani disertano gli spettacoli di prova che precedono la serata ufficiale del 28 ottobre; Houdin attribuisce la diserzione a una questione caratteriale:

Si tratta di individui indolenti che preferiscono stendersi su un tappeto a fumare piuttosto che partecipare a uno spettacolo. (4) 

Alla prima dello spettacolo magico, circa sessanta capi musulmani vengono condotti con la forza nel teatro dalle milizie francesi; indossano mantelli rossi, simbolo della sottomissione agli occupanti.

L’esibizione si adatta ai gusti locali. Mentre a Parigi il mago spillava dalla “bottiglia inesauribile” un’infinità di liquori, ad Algeri

si sa che i seguaci di Maometto non bevono alcolici di sorta, tanto più in pubblico. (5) 

Robert-Houdin fa dunque apparire caffè in abbondanza, che i presenti assaggiano non senza qualche perplessità (ritenendo provenga “dall’officina del diavolo” (6) ). Per impressionare gli africani, dal cappello del mago non si materializzano leggiadre colombe ma palle di cannone. (7) 

Per il clou dello spettacolo Houdin chiama un musulmano sul palco, invitandolo a sollevare uno scrigno. L’uomo ci riesce con facilità. Poi, imponendo le mani, il mago prosciuga lo spettatore da ogni forza, fino ad apostrofarlo:

Ed eccoti qua, più debole di una femminuccia! (8) 

L’africano riprova inutilmente ad alzare lo scrigno: i muscoli improvvisamente irrigiditi, l’uomo inizia a tremare violentemente; dopo alcuni secondi si stacca con violenza dallo scrigno, contorcendosi e atterrando sulle ginocchia dolorante. Inorridito, il pubblico è costretto ad ammettere la supremazia dell’uomo bianco. L’umiliazione del nemico ha funzionato, la delegazione francese può rientrare a Parigi tra gli applausi. (9) 

Una questione di magnetismo

La storia della spedizione magica di Robert-Houdin è da sempre raccontata dal punto di vista dei colonizzatori: versione ante litteram della tecnica militare shock and awe, l’impresa esalta l’uso della scienza illuministica contro l’oscurantismo della religione e il trionfo della cultura occidentale sui selvaggi nativi nordafricani. I libri sulla storia della magia sono concordi nel ritrarre il padre dell’illusionismo moderno come l’eroe grazie alla cui arte “si evitò la guerra”. In realtà i suoi trucchi ostacolarono una sacrosanta impresa di liberazione – che si concluderà solo un secolo più tardi, il 5 luglio 1962.

Quella che andò in scena nel Teatro di rue Bab-Azoun ad Algeri fu una prova generale delle torture di Abu Ghraib. Lo scrigno divenne pesantissimo grazie a una potente elettrocalamita nascosta sotto il palco. Robert-Houdin raccontò la scena in prima persona:

Quell’Ercole fino ad allora così potente e orgoglioso deve piegare la testa; aggrappate allo scrigno, con un violento spasmo muscolare le braccia cercano di avvicinarsi al petto; le gambe si piegano e l’uomo cade in ginocchio, reprimendo un urlo di dolore. A un mio segnale, una scossa elettrica prodotta da un apparecchio a induzione viene inviata dal fondo del palco al manico dello scrigno. Il musulmano inizia a contorcersi. Prolungare troppo quello strazio sarebbe un atto di barbarie. A un secondo segnale il flusso di corrente si interrompe. Finalmente in grado di staccare le mani, l’uomo le solleva sopra la testa: «Allah! Allah!», urla terrorizzato, poi si avvolge tra le pieghe del mantello pieno di vergogna e si precipita in sala, uscendo dal teatro di corsa. (10) 

Il mago ci tiene a specificare che il pubblico che siede nei posti d’onore apprezza di gusto la scena, mentre i locali “osservano ammutoliti e con sguardo cupo”. (11) 

Tre figure di sfondo

Cambiare il punto di vista sulle narrazioni dominanti porta alla luce personaggi altrimenti destinati a restare nell’ombra. Mustapha Ourrad (1954-2015), correttore di bozze di Charlie Hebdo e vittima dell’attentato, era nato in Cabilia, la terra in rivolta all’epoca degli spettacoli algerini di Robert-Houdin.

Ultima a cadere in mano ai francesi, la regione fu teatro di una strenua lotta di resistenza la cui anima fu incarnata da una donna: Lalla Fadhma N’Soumer (1830-1863). La “Giovanna d’Arco del Djurdjura” rifiutò il matrimonio forzato, praticò la veggenza e – pur facendo vita da eremita – aveva grande cura per il corpo e la bellezza fisica. Partecipò personalmente a molte battaglie contro gli invasori, morendo a soli 33 anni in un campo di detenzione francese. In Algeria il suo carisma è ancora vivo: a lei sono intitolate diverse associazioni femminili che si battono per i diritti delle donne.

Ma se Fadhma N’Soumer è considerata la madre spirituale dell’Algeria, il padre è Abdelkader ibn Muhieddine (1808-1883), che all’occupazione francese si oppose sin dal 1831, lanciando la jihad: scopo della “guerra santa” era di unire i musulmani nella lotta comune contro gli invasori.

Il richiamo faceva leva sulla fede religiosa ma aveva solo obiettivi strategici: non facendo alcuna distinzione di credo, Muhieddine conquistò alla causa anche cristiani ed ebrei. Fu un maestro delle tecniche di guerriglia e si conquistò sul campo il rispetto dei nemici: in un’occasione liberò dei prigionieri francesi perché non aveva abbastanza cibo con cui sfamarli. Fu lo sterminio delle popolazioni locali messo in atto dal maresciallo francese Thomas Bugeaud a segnare la definitiva capitolazione di Muhieddine.

Mustapha Ourrad, Lalla Fadhma N’Soumer e Abdelkader ibn Muhieddine.

Per approfondire

• La vicenda algerina di Robert-Houdin è raccontata nel secondo volume della sua autobiografia: leggila qui nella Biblioteca Magica del Popolo.


Note

1. David Randall, “Le conseguenze della libertà di stampa”, Internazionale, N. 1086, 23.1.2015, p. 30.

2. Jean Eugène Robert-Houdin, Confidences d’un prestidigitateur, Vol. 2, Libraire Nouvelle, Parigi 1859, p. 249.

3. Robert-Houdin 1859, p. 253.

4. Robert-Houdin 1859, p. 257.

5. Robert-Houdin 1859, p. 264.

6. Robert-Houdin 1859, p. 265.

7. Robert-Houdin 1859, p. 263.

8. Robert-Houdin 1859, p. 267.

9. Robert-Houdin 1859, pp. 266-269.

10. Robert-Houdin 1859, pp. 268-269.

11. Robert-Houdin 1859, p. 269.