L’ultimo crop circle apparso a Torino? Ebbene sì: c’ero anch’io in quel campo; a realizzare il gigantesco mandala a 16 punte siamo stati noi. A rivelarlo – sul numero di Oggi in edicola – è Massimo Polidoro.

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Studiato al computer da Francesco Grassi e realizzato la notte del 20 giugno 2015 da una squadra composta da oltre 20 persone, da un mese sta facendo discutere gli studiosi, convinti che nessun essere umano possa realizzarlo. Creare questa impressione in chi osserva è il primo obiettivo di un circlemaker: un cerchio nel grano deve far vivere un’esperienza magica a chi lo visita, lo sorvola o semplicemente cerca di violarne i codici segreti.

La squadra al completo. Io sono il terzo da sinistra nella fila posteriore.
Fonte: “Cerchi nel grano a Torino: aiuto… gli extraterrestri non sono mai stai così vicini!”

Tra le pagine de L’arte di stupire (Sperling&Kupfer 2014) – manifesto del Magic Experience Design – io e Ferdinando Buscema ricostruiamo la storia del circlemaking prescindendo da qualunque tecnicismo: cuore della nostra analisi è l’atteggiamento mentale di chi realizza i cerchi nel grano; invece di approfondire come si realizzano, a noi interessa esplorare il perché.

Come nacquero i cerchi nel grano

Doug Bower e Dave Chorley erano due artigiani di Southampton. Il primo produceva cornici, e nel tempo libero collezionava le voci degli uccelli. Dave lavorava come artista freelance, realizzando incisioni. Ogni venerdì sera si davano appuntamento in un pub nella vicina Winchester. Dopo qualche birra amavano passeggiare nei pressi dell’anfiteatro naturale di Cheesefoot Head, dove immensi campi di grano si perdevano a vista d’occhio. Chiacchieravano un po’ di tutto, in particolare delle loro due più grandi passioni: le arti figurative e i dischi volanti.

Un giorno Doug ebbe l’idea di movimentare un po’ gli incontri settimanali:

Dissi [a Dave] che ci saremmo divertiti un sacco se avessimo potuto inventare un modo per lasciare un segno circolare tra quei campi. (1) 

Lo scopo non era mettere alla prova le proprie doti artistiche. Doug voleva regalare un’esperienza «anomala» a chi avesse trovato le tracce, facendogli credere che fossero dovute al contatto con un’astronave extraterrestre:

Avremmo destato interesse: quando al mattino l’avrebbero scoperto, la gente avrebbe pensato che durante la notte fosse atterrato un UFO. (2) 

Scelsero il cerchio perché era la figura più facile da associare a un contatto alieno:

Vedendo i cerchi, avrebbero immediatamente pensato a un UFO visto che i dischi volanti sono rotondi. Non ha senso fare dei quadrati o dei triangoli o roba del genere perché non somigliano a nulla che venga dallo spazio profondo. (3) 

L’idea dei cerchi sembrava interessante, ma bisognava inventarsi un metodo per realizzarli. Di nascosto dalle rispettive mogli, i due iniziarono a sperimentare con strumenti diversi, dapprima con la sbarra di sicurezza di un portone, poi con assi di legno guidate attraverso corde. Era il 1978.

Doug Bower e Dave Chorley

Un tentativo dopo l’altro, Doug e Dave inventarono dal nulla un nuovo modo di fare arte, e la maggior scioltezza acquisita si traduceva in cerchi dal diametro sempre più grande. Dopo qualche tempo il fenomeno approdò sui notiziari locali, e in meno di due anni finì sui giornali. Il 15 agosto 1980 il Wiltshire Times segnalò una formazione composta da tre cerchi di circa diciotto metri di diametro. (4)  Aprendo la scatola e lasciando uscire un serpente a molla dalle dimensioni spropositate.

Incontri ravvicinati del Secondo Tipo

Le prime formazioni apparse nei campi inglesi erano relativamente semplici ma già spettacolari. Chi si interessò al fenomeno si interrogò subito sulla questione fondamentale: chi le ha realizzate? Con grande sorpresa di Doug e Dave, nessuno iniziò una serrata caccia all’uomo: l’idea che li avessero creati degli esseri umani non fu la prima ipotesi avanzata. Il meteorologo Terence Meaden li attribuì a bizzarri (ma del tutto naturali) vortici di plasma, mentre l’ingegnere Pat Delgado sostenne che si trattava di «agenti intelligenti» di natura sconosciuta. Nacquero gruppi di appassionati, sostenitori dell’uno e dell’altro – «meadeniani» contro «delgadoniani» – ma nessuno di loro si mise sulle tracce dei due artisti.

Questo offrì a Doug e Dave assoluta libertà di movimento, invogliandoli addirittura a creare formazioni più complesse. Le opinioni dei meadeniani li infastidivano non poco: pur non rivendicandone la paternità, non volevano che i cerchi fossero attribuiti a eventi naturali; ciò andava contro la magia che intendevano evocare. Come confessarono tempo dopo,

il dottor Terence Meaden […] ci fece davvero arrabbiare perché diceva che si trattava di vortici di vento, e la cosa non ci piacque, quindi dovemmo passare dai cerchi a qualcos’altro». (5) 

I disegni si arricchirono di archi e segmenti lineari, e più le cose si complicavano, più diventava inconcepibile che le formazioni fossero opere umane.

Nelle intenzioni dei loro autori, i crop circles – come vennero chiamati – nascevano con lo scopo di offrire ai loro visitatori un’esperienza fuori dell’ordinario. Per usare la classificazione resa famosa da Steven Spielberg, tali formazioni dimostravano la possibilità di incontri ravvicinati del Secondo Tipo – quelli in cui un disco volante lascia tracce visibili al suolo.

Gli appassionati di marziani accorsero a migliaia, e seppure i due artisti avessero consapevolmente evocato la dimensione extraterrestre, l’evoluzione del fenomeno li colse di sorpresa. Di giorno la gente si sdraiava nei campi per mettersi in contatto psichico con gli alieni, partecipava a danze collettive tenendosi per mano e percorreva le formazioni con il pendolino. Quando scendeva il buio, gli stessi luoghi erano presidiati da chi sperava di avvistare dischi volanti e globi luminosi. Finché una notte un registratore catturò un suono inspiegabile.

Cerchi che generano storie magiche

Se un’esperienza magica di successo regala un momento di stupore e una storia sorprendente da condividere, a Doug e Dave bastò trascorrere una serata alla Guildhall di Winchester per accorgersi che i cerchi nel grano avevano centrato in pieno l’obiettivo.

Gli appassionati dei crop circles si incontravano periodicamente nello spettacolare edificio vittoriano per condividere le esperienze vissute nei campi, e le storie raccontate coinvolgevano tutte dettagli anomali e inspiegabili.

Confusi tra i partecipanti dell’incontro, i due si accorsero che il fenomeno era sfuggito loro di mano. Doug se ne convinse quando qualcuno fece sentire il suono misterioso registrato durante una notte di veglia dentro un cerchio a Cheesefoot Head. Mentre echeggiava la voce stridula, la sala fu percorsa da un brivido. I presenti la attribuirono alle entità misteriose che avevano creato la formazione, ma per Doug la spiegazione era un’altra. Avendo collezionato e catalogato il canto di centinaia di uccelli, poteva dirsi un’autorità in materia. Quando fu aperto il dibattito, raggiunse il palco e disse:

Il rumore che avete udito quella notte era… un forapaglie macchiettato. Sono uno specialista di registrazione del suono e so di cosa si tratta. (6) 

Nella sala scoppiò il putiferio, e per poco Doug non venne cacciato. Con i crop circles aveva regalato ai presenti un’esperienza meravigliosa, e ora stava cercando di rompere l’incantesimo; si aspettava forse che glielo avrebbero consentito?

In dieci anni i cerchi nel grano conquistarono una risonanza planetaria, coinvolgendo un numero crescente di appassionati e studiosi. Per farsi un’idea della varietà di ipotesi avanzate per spiegare il fenomeno basta leggere l’articolo apparso sul Today il 20 giugno 1990, quando un’équipe di scienziati di tutto il mondo si diede appuntamento in Inghilterra per studiare i crop circles.

Tra gli esperti coinvolti dal quotidiano per decodificare le formazioni, il professor Charles d’Orban dell’Università di Londra chiamava in causa la lingua sumera:

Le forme nel campo somigliano alla scrittura dei Sumeri tra la fine del IV e l’inizio del III secolo avanti Cristo. Avevano un sistema di scrittura relativamente sofisticato, con simboli che mostravano una stretta somiglianza con quelli nel Wiltshire. (7) 

Lo studioso si riferiva in particolare a questa formazione, apparsa qualche giorno prima:

Poiché in lingua sumera due cerchi concentrici rappresentano un pozzo e due linee parallele esprimono la moltiplicazione, il messaggio era da intendere come «moltiplicate i pozzi»: un utile avvertimento in vista di una possibile stagione arida.

L’intestazione dell’articolo apparso su Today il 20 giugno 1990: «Preparatevi alla siccità. Esperti del linguaggio svelano un messaggio dei cerchi nel grano. Un avvertimento degli antichi Sumeri? Due cerchi concentrici per un pozzo, linee parallele per il doppio. Il messaggio: Moltiplicate i pozzi».

Secondo Philip Eden, anch’egli meteorologo, i simboli ricordavano i classici indicatori del tempo atmosferico usati per fare le previsioni. Il suo collega Bernard Davey era un convinto delgadoniano, e non escludeva l’intervento dei marziani, mentre Alex Hill ipotizzava che fossero indicatori utili per orientare i cosmonauti russi che tentavano di rientrare sulla Terra. Il giornale riferiva di altre teorie: ricci in calore che correvano in tondo o funghi che sparavano spore a distanza, rendendo il suolo arido in formazioni circolari.

In altra sede, l’astronomo George Wingfield virava nettamente sul paranormale, attribuendo i cerchi a

un’intelligenza non necessariamente extraterreste né fisica […] tipo quella che si manifesta nel poltergeist e negli angeli, negli spiriti naturali e in quelli dei defunti, o addirittura nell’inconscio collettivo stesso. (8) 

Alla fine di uno dei più noti romanzi di Agatha Christie, il protagonista confessa i suoi crimini scrivendo che

nessun artista […] può sentirsi appagato solo dall’arte. C’è il naturale desiderio di veder riconosciuta la propria maestria. Io ho, lasciatemelo confessare in tutta umiltà, il meschino, umano desiderio che qualcuno sappia quanto sono stato abile. (9) 

Doug e Dave erano sinceramente sorpresi delle dimensioni assunte dal fenomeno, e forse anche la vanità giocò un ruolo nella decisione di venire allo scoperto. Ma era troppo tardi.

«Non è che ne potreste fare ancora un paio?»

Il 9 settembre 1991 il Today pubblicò in prima pagina la confessione dei due artisti, definendoli a caratteri cubitali «gli uomini che hanno ingannato il mondo». Per accertarsi che Doug e Dave dicessero la verità, la redazione aveva fornito loro un disegno da riprodurre a grandi dimensioni in un campo. Quando i due completarono la formazione, un giornalista contattò Pat Delgado e lo accompagnò a visitarla. Dopo averla esaminata a fondo, lo studioso ne certificò l’origine misteriosa:

Nessun essere umano può avere realizzato ciò! (10) 

Era la prova di cui il Today aveva bisogno.

Di fronte alla notizia che i cerchi erano stati creati da esseri umani, Delgado espresse ammirazione per i due artisti, riflettendo anche sulle conseguenze di tale rivelazione:

Avete fatto tanto di quel bene all’umanità, avete radunato milioni di persone intorno a questo. […] Quello che mi preoccupa sono le migliaia di persone le cui vite saranno scosse a causa di questo. (11) 

Secondo lo studioso, infatti, l’esperienza dei cerchi nel grano aveva avuto un potere trasformativo:

In migliaia hanno cambiato le loro vite. Nello spifferare questo ora vi troverete a sconvolgere un numero tristemente grande di persone. Non è che ne potreste fare ancora un paio il prossimo anno? (12) 

La previsione non si avverò. I simboli con cui Doug e Dave avevano giocato erano troppo potenti per essere tenuti sotto controllo, e l’esperienza offerta attraverso quei cerchi talmente suggestiva da generare storie che sarebbero sopravvissute a qualsiasi confessione.

L’invito a farne un altro paio, invece, fu colto da decine di imitatori in tutto il mondo. Dal 1991 a oggi sono comparse centinaia di formazioni, e nonostante l’arte dei circle makers sia stata divulgata in varie forme – addirittura con delle guide pratiche -, il fenomeno dei cerchi nel grano è diventato un sistema di credenze impermeabile a qualunque rivelazione.

Con il passare degli anni le formazioni sono diventate sempre più complesse e spettacolari, e chi le ha realizzate ha preso sempre più coscienza dei loro risvolti «esperienziali». Erroneamente i giornali usano le parole «burla» e «inganno» per definire l’attività di progettazione dei cerchi. Se alcune squadre di creatori sono interessate al lato artistico (ed eventualmente commerciale) del fenomeno, altre sono consapevoli che le formazioni possono offrire esperienze magiche dalle potenziali conseguenze trasformative; per questo, prima di realizzarle nel cuore della notte, i circle makers officiano rituali propiziatori al centro del campo, invocando «energie infinite al di sopra di noi» (13)  per avere la forza di portare a termine il lavoro e fare in modo che il cerchio offra sensazioni positive a chi lo visiterà.

Francesco Grassi, l’ingegnere tarantino che ha partecipato a tali riti mentre imparava l’arte dei cerchi nel Regno Unito, spiega che in tale ottica i creatori di una formazione agiscono come il tramite di

una volontà superiore che li dovrebbe guidare nella formazione di una forma magica da imprimere sulla terra. (14) 

La testimonianza di Grassi è preziosa perché svela un lato del fenomeno che sfugge ai più: se è vissuta come magica la visita di una formazione dall’origine misteriosa, anche la creazione di un cerchio è – nelle parole del più grande circle maker italiano:

un’esperienza veramente spiazzante, onirica, unica, avvolgente e surreale in cui tutto acquisisce una nuova dimensione, una dimensione magica durante la quale prendono poi corpo tutte le attività fisiche che portano alla realizzazione dell’opera. (15) 

Con la guida di Francesco Grassi ho avuto l’occasione di realizzare numerose formazioni, analizzandone anche gli aspetti matematici (16)  e i risvolti esperienziali(17) 

Io (parzialmente coperto da Chiara Segrè) nel campo di grano. Collegno, notte del 20 giugno 2015.
Fonte: Oggi, n. 30, 22.7.2015, p. 74.

Avendo vissuto il circle making in prima persona, posso testimoniarlo: per chi è abituato agli spazi tipici della vita urbana, trovarsi in piena notte in un campo di grano, tra profumi insoliti e rumori che si insinuano nella penombra, distorce le percezioni e apre alle suggestioni più sinistre. Tornare sul «luogo del delitto» il giorno dopo, a raccogliere le esperienze di chi visita una formazione, offre una lezione fondamentale sui principi del magic experience design. Il visitatore medio ritiene impossibile che degli esseri umani possano aver progettato e realizzato opere del genere – e questo nonostante la creazione di un cerchio nel grano sia infinitamente meno complicata rispetto all’erezione di un qualsiasi edificio – anche il più semplice. Il segreto dei crop circles è che sembrano complessi, ma solo se si ignorano i principi della geometria su cui si basano e le tecniche pratiche con cui realizzarli.

Sempre alla ricerca di notizie sensazionali, ogni estate giornali e televisioni alimentano il fenomeno dei cerchi, raccontando le loro storie e le esperienze magiche di chi li ha visitati. Tanto interesse incoraggia i circle makers ad affinare la propria arte, realizzandone di sempre più grandi e spettacolari.

A oggi, la formazione più notevole mai apparsa nel grano è quella progettata nel 2009 dall’olandese Remko Delfgaauw e realizzata nei Paesi Bassi da un team di sessanta persone: copre un rettangolo di 530 × 450 metri e rappresenta un uomo con due gigantesche ali di farfalla.

Poiché la stagione del grano dura pochi mesi, le formazioni appaiono tutte tra la fine della primavera e la metà dell’estate. Delfgaauw, però, «disegna» anche nel resto dell’anno, sfruttando come tela la superficie sabbiosa delle spiagge.

Come lui, altri artisti praticano la Sand Art («arte con la sabbia») realizzando opere spiazzanti per la loro imponenza. La mia preferita? I novemila caduti di Jamie Wardley e Andy Moss: una performance che usa l’esagerazione a sostegno della pace.


Note

1. Francesco Grassi, Cerchi nel grano. Tracce d’intelligenza, Edizioni STES, Potenza 2012, p. 362.

2. Ibidem.

3. Ivi, p. 363.

4. Wiltshire Times, 15.8.1980.

5. Grassi 2012, p. 364.

6. Ivi, p. 367.

7. Clive Nelson, «Prepare to Meet Thy Drought», Today, Londra 20.7.1990.

8. George Wingfield, «The Changing Face of the English Crop Circles», HUFON Report, Houston, dicembre 1992.

9. Agatha Christie, Dieci piccoli indiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1946, p. 209.

10. Graham Brough, «Men Who Conned The World», Today, Londra 9.9.1991.

11. Ibidem

12. Ibidem

13. Grassi 2012, p. 157.

14. Ibidem.

15. Ibidem.

16. Mariano Tomatis, La magia dei numeri, Kowalski, Milano 2010, pp. 171-186.

17. Mariano Tomatis, Te lo leggo nella mente, Sperling & Kupfer, Milano 2013, pp. 140-142.