C’è un motivo per cui il mentalismo ha una storia difficile da ricostruire: i suoi protagonisti hanno continuamente cambiato nome. Il termine “mentalista” non ricorre quasi mai nella letteratura sette- e ottocentesca, e non è mai associato agli antenati degli odierni artisti che mettono in scena doti psichiche straordinarie. Il mentalismo ha una natura camaleontica per un motivo preciso: agli occhi del pubblico deve sempre distinguersi in modo netto dalla prestigiazione. Nonostante il cuore del mentalismo sia da sempre – e profondamente – illusionistico, in ogni epoca i suoi esponenti hanno trovato espressioni che consentissero loro di presentarsi come “altro”. Nel Settecento i numeri di lettura del pensiero, seconda vista e percezione extrasensoriale erano messi in scena da professeurs de physique amusante, percepiti come divulgatori scientifici che si distinguevano nettamente dai ciarlatani che si esibivano nelle fiere. Nell’Ottocento le stesse esibizioni erano attribuite al “magnetismo animale”, e gli antenati dei mentalisti si facevano chiamare “magnetizzatori” o “magnetisti”: gli esperimenti di “seconda vista” si presentavano in stato di sonnambulia e la trasmissione del pensiero era attribuita a principi di “simpatia sensoriale”. Nel Novecento, con l’invenzione delle telecomunicazioni, i teatri si riempiono di “radio umane”, in grado di sfruttare le moderne tecnologie attraverso un uso “aumentato” del proprio cervello.

La principale preoccupazione di tutti i mentalisti è quella di collocare i propri giochi di prestigio in un contesto scientificamente plausibile, e questo li ha costretti a interrogarsi su ciò che gli spettatori di epoche diverse ritenevano verosimile.

L’entanglement (2015) – Oggi il mentalista torinese Alexander presenta esperimenti di lettura del pensiero facendo appello alla fisica quantistica e attribuendoli al principio detto entanglement. Scoperto nel 1935 da Erwin Schroedinger, il principio teorizza l’esistenza di una comunicazione istantanea a distanza tra particelle subatomiche, anche quando esse sono lontanissime l’una dall’altra.

Le lumache simpatetiche (1851) – Nella Parigi di metà Ottocento August Lassaigne (1819-1887) presenta esperimenti di lettura del pensiero facendo appello alla comunicazione simpatetica tra lumache. Teorizzata da Jacques Toussaint Benoit, l’ipotesi descrive la possibilità di accarezzare una lumaca per inviare un impulso telepatico a un secondo esemplare e farlo muovere. Benoit sfrutta il meccanismo realizzando due piastre circolari che presentano 24 fori (uno per lettera dell’alfabeto) contenenti una lumaca ciascuno. Accarezzando sulla prima piastra la lumaca corrispondente alla lettera A, l’animale corrispondente sulla seconda piastra si muove, consentendo così la trasmissione di parole compiute una lettera alla volta. (1) 

La Presse, 26.10.1851.

Nonostante né le lumache, né le particelle subatomiche si possano usare sul palcoscenico per trasmettere il pensiero, si tratta di due immagini metaforiche perfette per i momenti storici in cui vengono proposte come (pseudo-)spiegazioni da Lassaigne e Alexander: ciascuna funziona nell’epoca in cui viene coinvolta nella narrativa teatrale del mentalista, e consente al pubblico di intuire un ingrediente “scientifico” – e dunque plausibile – alla base degli esperimenti presentati. (2) 


Note

1. Una dimostrazione del congegno (la boussole pasilalinique sympathique) risale al 2 ottobre 1851, quando Benoit ne mostra il funzionamento a Jules Allix. Allix si convince del suo funzionamento e recensisce il metodo su due numeri del giornale La Presse (25.10.1851 e 26.10.1851).

2. Per la storia delle lumache telepatiche sono in debito con Sophie Lachapelle e il suo splendido libro Conjuring Science, Palgrave MacMillan, New York 2015, p. 31.