Questa è la decima e ultima puntata della serie “In viaggio con Mesmer”. Scopri tutte le altre: 7.8 Venaus, 8.8 Modane, 9.8 Chambery, 10.8 Dijon, 11.8 Blois, 12.8 Parigi, 13.8 Gisors, 14.8 Annecy, 15.8 Lovagny e 16.8 Marina di Andora.

Come ci si dimentica di un artista? Per quale ragione non conosciamo i nomi dei tanti girovaghi Savoiardi che, lanterna magica in spalla, incantarono l’Europa tra Sette- e Ottocento?

Per scoprirlo sono andato a caccia di una compagnia teatrale senza nome. L’ho trovata lasciando la Savoia per la Liguria di ponente, sulle cui spiagge – durante l’estate – si riversano i torinesi più fortunati. Ho individuato il luogo anche per ragioni famigliari: i miei cinque nipotini trascorrono le vacanze sui lidi di Marina di Andora, al confine tra le province di Savona e Imperia. Meno patinata della vicina Alassio ma più attenta nel difendere il diritto alle spiagge libere, la cittadina offre servizi pensati per le famiglie e mette a disposizione piazze e giardini pubblici alle compagnie di girovaghi che vogliono esibirsi dopo il tramonto.

Per la sera di Ferragosto è previsto uno spettacolo di magia rivolto ai bambini, presentato da una misteriosa compagnia il cui nome è impossibile da scoprire – figuriamoci da ricordare. Complice un avvicendamento generazionale, il format è proposto nella stessa zona tutte le settimane estive da svariati decenni. Seppure vada in scena nel 21° secolo, è uno spettacolo invisibile ai social, di cui è impossibile trovare recensioni o commenti. Uno show proposto per un periodo così lungo senza che nessuno conosca (né si interroghi su) il nome di chi lo mette in scena è un’entità fuori dal tempo, un “oggetto” talmente spiazzante da spingermi a scoprirne di più. Dispiaciuto all’idea che nessuno abbia fatto lo stesso con gli anonimi, vecchi girovaghi Savoiardi.

A incuriosirmi sono anche altri aspetti, legati ai significati dell’arte di cui mi occupo. Quale tipo di magia viene offerta ai villeggianti di una moderna località turistica? Quali stimoli magici cercano di catturarne l’attenzione, tra l’ombrellone e il gelato sul lungomare?

Insistendo sul concetto di “pazzia” quale cura per la noiosa routine quotidiana, la proposta teatrale si intitola Crazy Show e viene regolarmente annunciata qualche giorno prima da manifesti colorati attaccati un po’ ovunque.

Quello che si definisce “Lo spettacolo che fa la differenza” promette “animatori giocolieri, equilibristi, acrobati, grandi magie”. Si tratta, nelle premesse, di uno “spettacolo per tutte le età”, anche se il taglio si rivelerà molto infantile – a parte nei minuti finali, quando vanno in scena “Le emozionanti fontane danzanti luminose. La magia dell’acqua prende vita e gioca con luci e colori a ritmo di musica dando vita a uno spettacolo meraviglioso!!!”.

Le locandine sono popolate di alcune delle più note icone dei fumetti e dei cartoni animati: è un elenco esaustivo degli ospiti che interverranno durante lo spettacolo. Due didascalie sottolineano la presenza di alcuni personaggi di punta: accanto a Elsa (Frozen) e Biancaneve si annunciano “le principesse e le magiche bolle giganti”; ai fan dell’autobot Bumblebee si promette che vedranno “dal vivo il grande Transformers”. È relegato in un angolo, ma il vero protagonista della serata sarà un pagliaccio: entrambi i manifesti parlano di “un’ora di grande divertimento con il clown Cariola”.

La troupe mi suscita una certa simpatia spontanea. Lo spettacolo è offerto alla modica cifra di 5 euro; paragonato ai 3 euro che si spendono per due minuti su una giostra, è un prezzo di un’onestà encomiabile. Il carrozzone da installare nella piazza di Andora è ingombrante, e non è allestito da un service esterno: sono i cinque membri della troupe a rimboccarsi le maniche e disporre le sedie di plastica, montare impianto audio e luci, preparare gli oggetti di scena e i costumi, riempire la piscina per le fontane e recintare l’area con un muro gonfiabile che abbraccerà gli spettatori paganti.

Il “teatro a cielo aperto” visto da dietro. Il furgone è decorato con il nome dello spettacolo, non con quello della troupe. Il rimorchio pubblicizza l’intrattenimento più adulto delle fontane danzanti, optando per l’estetica de I pirati dei Caraibi.

La preparazione del teatro avviene sotto gli occhi dei bambini. La troupe ha nel proprio bagaglio anche tutte le sedie di plastica in due formati, per piccoli e grandi.

Dalle 20.30 l’area è accessibile solo a chi paga il biglietto. All’ingresso sono attive le macchine per i pop corn e lo zucchero filato.

La barriera gialla gonfiabile chiude l’area della piazza in cui si svolge lo spettacolo.

La direzione dello spettacolo avviene da un podio disposto sulla destra. Qui si alternano il pagliaccio Cariola e un’attrice vestita da Biancaneve: sono loro ad annunciare i numeri che compongono il programma.

I primi a entrare in scena sono Masha e Orso: interpretati da figuranti in costume, i due non sono microfonati ma passano a stringere le mani dei più piccoli. Tale “passerella circolare” è un modulo standard che sarà riproposto più volte fino alla fine: il personaggio entra, fa il giro della pista facendosi toccare dai bambini e poi esce senza aver pronunciato una parola. È un’interazione che valorizza il contatto fisico: la magia consiste nel vedere materializzarsi, nello spazio concreto del teatro, personaggi fino a poco prima conosciuti solo in forma di avatar virtuale, in TV, al cinema o nei fumetti; volendone apprezzare l’inedita corporeità, i bambini si precipitano a toccare i propri beniamini. L’esperienza si può accostare – per contrasto – a quella della fantasmagoria ottocentesca: se Robertson riportava in vita in forma virtuale le immagini di persone private del corpo dalla morte, il Crazy Show dà corpo a personaggi la cui unica vita possibile è virtuale – trattandosi di personaggi di fantasia. In entrambi i casi il pubblico applaude la perturbante oscillazione tra corporeo ed etereo, sia essa nell’una o nell’altra direzione.

Il coinvolgimento del pubblico è totale grazie a un espediente efficace: mentre Masha e Orso stringono le mani delle prime file, gli altri spettatori – in particolare adulti – sono impegnati a colpire enormi palloni lanciati verso il pubblico dal clown; tale “flipper umano” dura svariati minuti.

L’invasione di palloni durante la “passerella circolare” di Masha e Orso.

A seguire Cariola presenta due giochi di prestigio (ma solo gli adulti li classificano in questo modo: per i bambini la magia è iniziata con Masha e Orso e proseguirà fino all’ingresso dell’ultimo personaggio in costume). Il primo consiste nell’apparizione di un coniglio da una scatola vuota. All’inizio le condizioni del contenitore vengono fatte verificare ai bambini con una seconda “passerella circolare”: a decine vi infilano la mano per controllare l’assenza di trucchi o imbrogli. Dopo l’apparizione, una terza passerella consente ai più piccoli di accarezzare l’animale e constatarne – di nuovo – la concretezza; ancora più di prima è in gioco un passaggio dall’invisibile al visibile: il coniglio passa dall’incorporeo al tangibile, e i bambini sono i garanti – prima e dopo – del passaggio tra i due stati.

L’apparizione del coniglio dalla scatola. Le espressioni di meraviglia del pubblico sono uno spettacolo nello spettacolo.

Il secondo numero coinvolge un armadio in cui viene chiusa una ragazza della troupe. Il clown vi inserisce bastoni e spade, senza incontrare resistenza; l’impressione è che la ragazza sia sparita (o è solo incorporea?). Ma è un pensiero degli spettatori adulti: i bambini faticano a “vedere” con gli occhi della mente ciò che accade nell’armadio, mancando di capacità di astrazione. Per questo motivo il numero è meno efficace del primo.

La messa in scena è fastidiosa per motivi che ho ampiamente sottolineato nel documentario “Donne a metà” e solleva identiche perplessità: perché si usa il corpo di una donna? per quale motivo si infierisce su di lei? Di solito il tutto avviene in modo automatico, seguendo meccanicamente un copione il cui significato profondo sfugge del tutto. Qui un minimo di contesto c’è: Cariola dice all’assistente che è “brutta come la figlia di Fantozzi” e la chiude nella scatola. Punendola per una presunta sgradevolezza fisica, il pagliaccio insegue una comicità facile ma triste: da un clown vorremmo il capovolgimento degli aspetti più frustranti della spietata società dell’immagine, non una loro brutale riproposizione; non ne abbiamo abbastanza di un mondo che premia e punisce su basi estetiche? «Così diventerai più bella!» commenta Cariola imprigionandola, quasi si trattasse di un armadio che corregge quelle che la società considera storture. Ma quando ella riappare sana e salva, invece di tirare un sospiro di sollievo o celebrarne l’eroismo per aver resistito alle sevizie, il clown infierisce concludendo: «Ma sei brutta come prima!»

Pur avendo poca voce in capitolo, la ragazza si sforza di sottrarre al numero gli aspetti più potenzialmente inquietanti, sorridendo mentre entra e rassicurando i più piccoli che è tutto un gioco.

L’assistente chiusa nell’armadio non smette di sorridere ai bambini che osservano perplessi la scena.

Funziona alla perfezione, è intelligente e andrebbe valorizzata la gag tra il pagliaccio e l’assistente durante la chiusura dell’armadio: approfittando delle varie aperture, ella disobbedisce alle richieste di restare immobile all’interno, facendo “ciao” con la mano; è un divertente e ripetuto botta-e-risposta quello che si crea tra il clown autoritario e la prigioniera ribelle, la cui efficacia scenica è dimostrata dal fatto che il pubblico si schiera tutto dalla parte della vittima.

La stessa misoginia riemerge di continuo durante i battibecchi tra il clown e Biancaneve: appena entra in scena, costei è rimproverata perché ha il sedere troppo grande; più tardi l’uomo fingerà di darle un ceffone per allontanarla da sé.

Il clown Cariola e Biancaneve.

La risata del pubblico è nervosa, perché è difficile non cogliere i risvolti discriminatori di tali gesti. Se da un lato il conflitto tra i protagonisti è un efficace motore narrativo, gli argomenti usati dal pagliaccio contro le figure femminili rispecchiano i peggiori stereotipi; è ancora più grave che gli stessi siano proposti senza filtro a una platea di bambini.

Dopo le magie il clown Cariola sfodera doti di acrobata ed equilibrista, e qui dà il meglio di sé. Prima fa volteggiare per aria una racchetta, poi passa alle tre clavette, esercizio che ripete in condizioni di equilibrio sempre più precario – in un crescendo ben studiato.

Le acrobazie proseguono con l’entrata in scena di Spiderwoman, il cui numero di danza aerea è coerente con il (bel) costume. Qui lo slittamento di genere (il pubblico si aspetta Spiderman) è introdotto senza alcuna giustificazione, e ha il potente effetto di “normalizzare” l’idea che una donna possieda, ed esibisca al pubblico, doti da supereroe. La successiva passerella circolare è quella di Topolino, anch’egli assediato dai molti bambini presenti.

Il numero che segue, tra i più apprezzati dal pubblico, coinvolge un gigantesco palloncino giallo. Per gonfiarlo è necessario un soffiatore a motore, e questa volta la passerella circolare dà vita a un momento esilarante: tutti i bambini vogliono essere investiti dal forte flusso d’aria, che scompiglia visi e capelli (soprattutto delle composte madri nelle file posteriori). Entrando nel pallone, il corpo del clown Cariola assume una variegata serie di forme surreali. Prima di questo numero la carica comica del pagliaccio è affidata soprattutto allo storpiamento del linguaggio: bandite le parolacce, le distorsioni portano il discorso su escrementi e secrezioni. “Non hai capito” diventa “Non hai capisciato”, “Passa di qua” diventa “Piscia di qua”. Quando il clown vuole che Biancaneve si sposti, invece di dirle “Lèvati” usa l’espressione “Làvati”; quando la ragazza prova a correggerlo, lui aggiunge “No, no, làvati proprio: ti puzzano le ascelle”. L’interazione di Cariola con il palloncino gigante è un momento di teatro fisico che trascende il linguaggio: ogni parola è superflua, e la comicità efficacissima su grandi e piccini.

In una delle sue trasformazioni, Cariola diventa un gigantesco limone.

Poi è Biancaneve a prendere il centro della scena, con il classico numero delle bolle di sapone che i piccoli fanno a gara per toccare.

Il momento-principesse si conclude con l’ingresso sulla pista di due personaggi di Frozen, Elsa e il pupazzo di neve; la passerella circolare dei due chiude il primo tempo. L’intervallo è l’occasione per acquistare dalla troupe spade e bacchette magiche luminose.

Il secondo tempo si apre con l’ingresso in scena di Bumblebee. Il mimo che ne indossa il costume rende credibile la sua natura robotica: si muove a scatti ed evita il giro della pista, fermandosi al centro dello spazio scenico. È una presenza grave e carismatica, meno accessibile al tocco rispetto ai personaggi di prima; solo tre bambini vengono invitati, uno alla volta, a stringergli la mano. Ne nasce un siparietto teneramente esilarante: i fortunati vengono scelti tra i più piccoli, le cui espressioni di fascino e paura sono irresistibili.

Noi adulti (genitori in testa) siamo incoraggiati a scattare foto dei piccoli con l’androide, commettendo l’errore fatale della generazione smartphone – un errore che la scena denuncia in modo spietato. I bambini sono ipnotizzati da Bumblebee: si avvicinano lentamente alla macchina in forma umana, senza togliere gli occhi dalle sue misteriose forme metalliche. Tale interazione si riduce ai pochi secondi in cui, al centro della pista, raggiungono il personaggio e lo scrutano con sorpresa e curiosità. Senza fare in tempo a metabolizzare l’emozione, sono subito richiamati all’ordine: gìrati a’mmamma, che ti scatto una foto. I bimbi faticano a distogliere lo sguardo da quella meraviglia, ma l’urgenza genitoriale è di documentare l’istante. La foto testimonia, così, un momento che i bambini non hanno vissuto, costretti a guardare verso l’obiettivo e privati della possibilità di osservare il vero oggetto dello stupore. Qui i piccoli vivono un anticipo dei (poco) romantici giri in gondola che, negli anni a venire, annienteranno filmandosi minuto per minuto – come in uno specchio – sullo schermo del telefonino. Ma il mio non è neppure un appunto originale: nella hit dell’estate 2016 J-AX cantava che oggi “ogni ricordo è più importante condividerlo che viverlo” (1) .

Il bambino fatica a guardare verso la madre: il contatto con Bumblebee ne monopolizza le attenzioni.

Dopo un’ultima passerella circolare della scimmia George, il finale è affidato allo spettacolo musicale “idrotecnico”: potenti getti d’acqua, illuminati come fuochi pirotecnici, vengono proiettati verso l’alto da una larga piscina, “danzando” sul Rondò Veneziano (in versione rock) e producendo spettacolari geometrie.

Giudicandolo nell’ambito dell’intrattenimento per i più piccoli, lo spettacolo mantiene tutte le promesse. Sono due le occasioni sprecate, ritoccando le quali il Crazy Show farebbe un salto qualitativo notevole.

Il gioco di prestigio della ragazza nell’armadio assumerebbe tutt’altro tono se le premesse narrative giustificassero altrimenti la reclusione. E se ci fosse entrata per prendere un oggetto, restandovi chiusa per errore? E se il clown fosse quello che deve salvarla (piuttosto che trafiggerla) ma lo facesse usando i mezzi sbagliati (scambiando la spada per una chiave, per esempio)? A far ridere sarebbero gli assurdi tentativi di liberarla, e dall’interno la ragazza potrebbe aizzare il pubblico contro Cariola, prendendolo in giro per la stupidità delle soluzioni proposte. Il gioco sarebbe identico, ma al posto di un’immagine di sopraffazione maschile andrebbe in scena un maldestro tentativo di liberazione con mezzi insensati, neutralizzati dal fatto che la ragazza è dotata di poteri che le consentono di evitare ogni danno provocato dal pagliaccio.

L’altro punto “potenziabile” è l’incontro dei piccoli con Bumblebee. In quel momento è necessario accorgersi che il pubblico è diviso; mentre i bambini osservano incantati l’androide, i grandi sono rapiti dallo sguardo dei piccoli scelti per interagire con lui: agli occhi degli adulti, il vero spettacolo è il bimbo in scena. Quell’istante può essere “caricato” enormemente: il contrasto massimo tra la rutilanza delle lamiere e l’innocenza di un quattrenne dà vita a una scena di una delicatezza insolita, che nessuno smartphone dovrebbe poter interrompere. Tutto il pubblico si precipiterebbe a catturarla comunque (l’ho fatto anch’io) ma ciò dovrebbe avvenire senza sottrarre nulla all’esperienza del protagonista. Sogno fanciulli ribelli che, all’invito di sorridere all’obiettivo, si neghino rispondendo – con Fabio Rovazzi – «Hai rotto le palle!» (2) , riservandosi tutti gli istanti di contemplazione mistica che la troupe avrà la bontà di concedere.

Mentre andava in scena il Crazy Show, ho vissuto un’esperienza che i parapsicologi chiamano “seconda vista”. Nella piazza accanto a quella in cui mi trovavo c’era un secondo artista girovago, anch’egli privo di identità. Posso recensirne il minishow grazie a un paio di occhi che mi ha prestato un collega e amico illusionista: Riccardo Rampini (curatore del findacadabra.com che a Parigi mi ha accompagnato alla tomba di Robertson). Ecco cosa mi ha scritto la sera stessa.

Parco degli aviatori, Marina di Andora. Vicino alle bancarelle che vendono improbabili oggetti etnici, braccialetti con il proprio nome e bottigliette di sabbia colorata, l’attenzione della gente viene attirata da un ragazzo in costume; ha torso e piedi nudi, e indossa un cappello di paglia. Davanti a lui c’è una piccola sedia di legno impagliata, su cui fanno bella mostra di sé alcune monete e un accendino. Sullo schienale è appollaiata una gallina mezza addormentata.

Il ragazzo attira a sé l’attenzione chiedendo ai passanti: «Signori, volete vedere una magia con il mio uccello?». Chi lo nota distoglie immediatamente lo sguardo, cercando di ignorare un personaggio che ha tutta l’aria dello squilibrato. Ogni tanto, però, qualche famigliola non resiste alla tentazione di scoprire cosa abbia in serbo quel bizzarro personaggio.

Ottenuto il consenso dei presenti, il tizio fa posizionare le persone davanti alla sediolina e dice: «La vedete questa gallina? Adesso farò una magia. Però dovete chiudere tutti gli occhi!». Prende quindi un cerchietto da cui spuntano delle piume di pavone disposte a ventaglio (lo teneva dietro la schiena per evitare di farlo vedere anzitempo). Poi lo apre e lo fissa al corpo della gallina, dicendo al pubblico: «Ora aprite gli occhi! Ecco, questo è un? ...un? [aspettando una risposta] ...pavone!»; concludendo in rima: «Come diceva il poeta, se ti è piaciuto dammi una moneta.»

Quando ho provato a fotografarlo si è un po’ alterato, chiedendomi se lo stessi filmando. Quando, però, gli ho promesso una moneta in cambio, si è fatto ritrarre senza problemi. Confidandomi, però, di aver avuto in passato qualche problema con gli animalisti, secondo cui le galline andrebbero lasciate libere.

Ecco cosa avresti visto se fossi stato qui.

Foto courtesy Riccardo Rampini.

Curioso di leggere la tua recensione del Crazy Show. In ogni caso, serata indimenticabile.

Forse è colpa di Riccardo che si occupa da anni di illusionismo tra Cinque- e Seicento, ma – se non fosse per il costume australiano – l’illusionista che trasforma la gallina in pavone sembra sbucare da una piega impazzita del continuum spazio-temporale, magari da un racconto di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Due esibizioni tanto diverse, a distanza così ravvicinata e ai giorni della comunità globale, condividono l’anonimato degli artisti coinvolti e l’invisibilità agli occhi del mainstream. Considerate espressioni di un’arte di serie Z, rischiano di essere dimenticate nel giro di una generazione. Individuare queste espressioni ai margini, valorizzarne il potenziale e raccontarle senza fare sconti è un preciso atto di resistenza, che può perfino eccitare percorsi sinaptici strani. Nel mio caso, la Biancaneve del Crazy Show ha fatto zap! con una scena cui ho assistito un anno fa nella stessa Marina di Andora.

Nell’agosto 2016 una mia vicina di ombrellone aveva urlato all’aggressione. Un uomo di colore, dall’aspetto bengalese, si stava aggirando per i lidi con una pistola. Il tizio aveva esploso un colpo che aveva toccato il braccio della donna, facendola andare su tutte le furie. Rivolgendosi al marito, pretendeva solidarietà per un atto che le pareva inaudito: le colorite imprecazioni biasimavano i “negri di merda” che avrebbero dovuto “tornare al loro Paese” perché “qui possono fare tutto quello che vogliono”.

Se me l’avessero chiesto, avrei confermato ogni accusa: l’uomo stava sparando un po’ in tutte le direzioni e aveva colpito anche me. Avrei però aggiunto che la pistola – che cercava di vendere – sparava bolle di sapone.

Trovai irresistibile l’idea che i razzisti potessero essere tanto vulnerabili da scomporsi per qualche molecola di sapone sulla pelle: il malato grido di aiuto della donna ne denunciava la totale impotenza; sono queste le “forze” dell’esercito dell’intolleranza?

Il pensiero che una fragile Biancaneve possa annientarli con una scia di bolle è insieme poetico ed eccitante: una rilettura simbolica del numero la cui prospettiva – coerentemente con il titolo Crazy show – mi fa impazzire di gioia.


Note

1. J-AX e Fedez, Vorrei ma non posto, 2016 a 0:47.

2. Fabio Rovazzi, Tutto molto interessante, 2017 a 2:27.