La psicologia del ragionamento: quali carte girare?
Martedì 7 settembre 2010 by Mariano Tomatis
Nella logica classica, le due affermazioni "Se A, allora B" e "Se B, allora A" sono molto diverse. Uno studente può dire: "Se vengo promosso, i genitori mi compreranno uno scooter", ma scambiando i due termini la frase diventa ridicola: "Se i genitori mi comprano uno scooter, verrò promosso."
Nell'ambito delle probabilità condizionate, vale la stessa regola: la probabilità che il prossimo presidente degli Stati Uniti sia un maschio è altissima; la probabilità che un maschio qualsiasi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti è infinitesima.
Per dimostrare quanto possa confondere le idee scambiare i due termini di una questione, lo psicologo Peter Wason ha creato due problemi a cui pochissimi sanno rispondere correttamente. Entrambi si basano su una sequenza di quattro cartoncini che mostrano una lettera su un lato e un numero sull'altro.(1) Eccoli:

Domanda #1
Quali carte si devono girare per verificare la validità di questa regola: "Se una carta ha una A su un lato, allora sull'altro lato ha un 3"?
Domanda #2
Quali carte si devono girare per verificare la validità di questa regola: "Se una carta ha un 3 su un lato, allora sull'altro lato ha una A"?
Martin Gardner (1914-2010), che oltre a essere un grande matematico era un sottile illusionista, presentava un problema simile mettendo cinque carte da gioco sul tavolo(2):

Domanda #3
Quante carte si devono girare per verificare la validità di questa regola: "Tutte le carte con il dorso rosso sono Jolly"?
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(1) Peter Wason analizza i due problemi nel libro scritto insieme a Philip Johnson-Laird The Psychology of Reasoning, Harvard, University Press, 1972.
(2) Il problema, attribuito a Tom Ransom, è citato da Martin Gardner in Time Travel and Other Mathematical Bewilderments, New York, W.H. Freeman, 1988, p.78.
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Leggere un papiro con la mente nell'Antico Egitto
Lunedì 30 agosto 2010 by Mariano Tomatis
Sin dall'antico Egitto esistevano individui in grado di leggere nei papiri chiusi. Il primo effetto di magia mentale noto in letteratura è la lettura di un libro sigillato descritta nel papiro Setne II.
Portato alla notorietà presso i prestigiatori italiani da Silvan nel 1977,(1) il testo risale al I sec. d.C.(2) ma racconta vicende accadute sotto il regno di Ramesse II, che visse tra il 1292 e il 1186 a.C.

Il papiro Setne, custodito al British Museum di Londra (qui)
La vicenda di Siosiri, figlio di Setne
Il papiro narra le vicende di Setne, figlio di Ramesse II. L'uomo aveva pregato a lungo gli dei per avere un figlio, quando una notte udì una voce che gli annunciò l'imminente nascita di un bambino: si sarebbe chiamato Siosiri. La profezia si compì, e sin dai primi anni di vita i genitori si accorsero che il figlio era un individuo dotato di capacità non comuni.
Accadde infatti che un messaggero dall'Etiopia si recò presso il palazzo del Faraone con un messaggio chiuso in un papiro. Senza neppure aprirne i sigilli, l'etiope sfidò gli egiziani: qualcuno di loro sarebbe stato in grado di leggerne il contenuto senza aprirlo? In caso contrario, il disonore sarebbe stato gettato sull'intera nazione.
Preoccupato, Ramesse consultò suo figlio Setne, chiedendogli di trovare qualcuno che fosse in grado di portare a termine un compito tanto insolito. Convinto che l'impresa fosse impossibile, Setne chiese dieci giorni di tempo per pensare ad una soluzione, ma senza farsi grandi illusioni. Fu allora che Siosiri si accorse della preoccupazione del padre, e gli chiese di parlargli della sfida. Al termine del racconto, Siosiri scoppiò a ridere. "Padre, vi preoccupate di una cosa del genere? Io sono in grado di leggere quel papiro senza neppure aprirlo".
Per dimostrare quanto stava affermando, invitò il padre ad andare nelle stanze al piano terra della casa. "Qualsiasi libro prenderai dalla cesta, saprò dirti di che libro si tratta. E potrò leggerlo senza neppure vederlo, restando al piano superiore". Incredulo, Setne si alzò e fece esattamente come suggerito dal figlio, che dimostrò di saper leggere tutti i libri che il padre prendeva dalla cesta, ancor prima di aprirli. Il ragazzo fu quindi condotto alla corte del faraone Ramesse II, che immediatamente convocò il messaggero etiope per mostrargli di quali prodigi fossero in grado i suoi sudditi. Siosiri rivelò quindi parola per parola il contenuto del papiro, salvando il suo popolo dal disonore.
Le parole nascoste all'interno del rotolo scossero i presenti: raccontavano una storia accaduta 1500 anni prima, quando il mago etiope Sa-Neheset aveva sfidato il mago egiziano Sa-Paneshe; lo scontro si era risolto a favore di Sa-Paneshe, e l'etiope era stato costretto a giurare sugli dèi che non sarebbe tornato prima di millecinquecento anni.
Al termine della lettura, Siosiri si era rivolto a Ramesse annunciando solennemente: "Il messaggero etiope al vostro cospetto è Sa-Neheset, ritornato dalla morte per vendicarsi. Ma non temete: anch'io sono tornato dalla morte: sono Sa-Paneshe, e lo sfiderò un'altra volta!".
Lo scontro tra i due maghi durò diverse ore, e venne combattuto a colpi di incantesimi; l'uno cercava di annientare la corte egiziana, l'altro di difenderla. Come millecinquecento anni prima, fu Sa-Paneshe ad avere la meglio: un incantesimo di fuoco consumò il corpo di Sa-Neheset, e il vincitore sparì insieme al nemico, richiamato al mondo degli inferi da Osiride.

In un testo che narra vicende di questa natura, separare gli elementi fantastici da quelli storicamente attendibili è particolarmente difficile; in particolare in questa occasione ci troviamo ad analizzare resoconti scritti quasi quindici secoli dopo i presunti fatti. Molto più interessante risulta individuare i temi "archetipici" intorno cui ruota il racconto, identificando gli elementi più o meno esplicitamente legati alla magia mentale.
Il book test
Nel corso del racconto, il mago Siosiri offre a suo padre una esibizione di magia mentale molto diffusa ancora ai giorni nostri: il cosiddetto book test. Secondo la definizione che ne dà il Dizionario enciclopedico del paranormale, si tratterebbe di un "fenomeno di chiaroveggenza per il quale un sensitivo, scelti a caso un libro, una pagina e una riga, riesce a leggere quella riga senza che il libro venga aperto".(3)
Facendo propria l'ambiguità che costituisce tutti i fenomeni magici, la capacità di leggere nei libri chiusi si è sempre collocata al confine tra la sensitività e l'illusionismo. Il nome book test, che significa "prova del libro", ha una connotazione sperimentale dovuta a William Crookes, ricercatore nell'ambito del paranormale che lo utilizzò la prima volta nel 1874.(4) La letteratura magica offre oggi centinaia di tecniche diverse per leggere all'interno di un libro chiuso: per una buona panoramica delle diverse versioni si può far riferimento alle ampie rassegne offerte da Theo Annemann(5), C.L.Boarde(6), Tony Corinda(7) e Karl Fulves(8).

Max Maven, "Book Tests: the History" in Magicseen 11, novembre 2006, p.16.
Nel suo articolo "Book Tests: the History"(9) Max Maven offre un'ottima panoramica storica dell'effetto.(10)

Il primo book test si deve a Hofzinser, ed è stato pubblicato postumo come "The Library of German Poetry" sulla rivista Die Zauberwelt 7, p.166 diretta da Carl Willman (1849-1934). Con il titolo "The Word" è stato poi ristampato in Ottokar Fischer, The Magic of Johann Nepomuk Hofzinser, trad. inglese di Richard Hatch, 1985 (I ed. tedesca Zauberkünste, 1942), pp.95-102.
L'inesauribile successo dell'effetto ha origine negli elementi evocati sin dal papiro egizio su citato; per capire il contesto del racconto bisogna riflettere sul ruolo che i testi scritti avevano in quell'epoca.
La mitica nascita dei Tarocchi
Secondo la tradizione egizia, fu il dio Thoth ad inventare la scrittura in un'epoca lontanissima. Ciò gli consentì di compilare un libro che conteneva il Segreto dei Segreti, la Rivelazione suprema: la descrizione di un incantesimo che avrebbe trasformato l'uomo nel re dell'universo. Il libro di Thoth divenne, dunque, il testo base di ogni conoscenza iniziatica, un papiro dalla potenza inimmaginabile. Il libro di Thoth ha una storia rocambolesca e bellissima, che meriterebbe uno studio a sé; si racconta, tra l'altro, che una copia si salvò dall'incendio della Biblioteca di Alessandria e venne recuperata da alcuni autori che la tradussero in ventidue immagini, oggi diventati gli Arcani Maggiori dei Tarocchi.
La leggenda riguardava un'idea peculiare della cultura egizia: il fatto che la scrittura geroglifica fosse riservata esclusivamente alla sfera della sacralità. Gli egizi chiamavano la loro scrittura con un termine che significava "parola di dio, della divinità" ovvero "verbo divino".
Leggere un papiro chiuso come accedere alla mente degli dèi
I due papiri Setne I e Setne II raccontano le vicende del figlio di Ramesse II, Setne Khamuas. Il primo ha come tema centrale il libro di Thoth e la maledizione che lo circonda. Avido collezionista di papiri, il protagonista del racconto viola addirittura una tomba pur di impadronirsi del sacro testo; è però costretto a restituirlo per evitare le mortali conseguenze del gesto.(11)
Il secondo papiro, invece, è maggiormente incentrato sul figlio di Setne, Siosiri. Il piccolo rivela presto una serie di tratti tipici degli sciamani: nei suoi primi anni di vita, ad esempio, fa da guida al padre per un viaggio nel mondo dei morti. La sua capacità di leggere nei papiri chiusi, però, si manifesta soltanto nel momento in cui il suo popolo è minacciato di disonore dal messaggero etiope. Il mago non ha, quindi, i caratteri dell'uomo di teatro che presenta i suoi "effetti magici" per intrattenere il pubblico; il papiro Setne II parla di Siosiri come di un individuo venuto al mondo per salvare il suo popolo con le sue doti straordinarie.
La lettura a distanza dei papiri avviene dapprima nell'ambito privato dell'abitazione di suo padre Setne, poi - in maniera più teatrale - dinnanzi al Faraone. Per cogliere meglio la sorpresa degli egiziani di fronte a tale abilità, e collocare nel giusto contesto la sfida del messaggero etiope, dobbiamo tener conto che i papiri, in quanto "supporti" della scrittura, acquistavano uno stato di sacralità ancora maggiore rispetto alle pareti di pietra su cui gli stessi geroglifici venivano incisi. Ciò era dovuto al fatto che, quando veniva sigillato, il contenuto del papiro non poteva essere conosciuto senza aprirlo, e diventava così un potente - ma soprattutto estremamente discreto - strumento di comunicazione e conservazione del sapere. E se già la conoscenza della lingua scritta definiva una ristretta élite culturale, il fatto che la conoscenza fosse protetta da un ulteriore sigillo rendeva ancora più difficile (e prezioso) l'accesso ad alcune informazioni. Il fatto di poter accedere, grazie a qualche capacità sovrannaturale, al contenuto di tali papiri senza rompere i sigilli costituiva la dimostrazione di una stretta vicinanza al mondo degli spiriti e insieme una minaccia a chi quei testi avrebbe voluto tenere nascosti. Se la scrittura era "parola di dio", accedervi senza far uso dei cinque sensi costituiva una prova della possibilità di comunicare con gli dèi.
Leggendo il contenuto del papiro del messaggero etiope, il mago Siosiri offre al suo popolo e al messaggero una prova incontrovertibile della propria natura sovrannaturale, e dimostra finissime qualità teatrali quando, in un climax degno di un romanzo di cappa e spada, annuncia che i due personaggi di cui ha letto le vicende - occorse 1500 anni prima - sono oggi presenti dinanzi al faraone: lui e il messaggero non sono altro che le reincarnazioni moderne di due antichi sfidanti che si erano contesi l'onore delle rispettive nazioni. Il ruolo salvifico del mago Siosiri si riconferma nell'apocalittica lotta finale, durante la quale sconfigge il mago nemico e, completata la sua missione, ritorna nel mondo dei morti dove lo attende il suo vero padre - il dio Osiride.(12)
Siosiri, uomo divino
Sono stati diversi i tentativi di trovare conferme storiche dell'esistenza di Setne,(13) ma anche limitandosi ad un'analisi letteraria della figura di Siosiri, in lui si riconoscono subito i tratti dell'uomo divino, i cui caratteri sono insieme terreni e celesti: nasce da un uomo e una donna, ma è figlio del dio Osiride. I moltissimi tratti in comune con Gesù Cristo hanno fatto supporre ad alcuni studiosi un'influenza sull'ignoto autore del papiro Setne II di correnti ebraiche.(14) Anche Gesù fu annunciato al padre in sogno, e - come Siosiri - all'età di 12 anni fu notato dai sacerdoti del tempio per la sua saggezza, mostrando un eloquio e una conoscenza dei testi sacri non comune. Durante il viaggio nell'aldilà, inoltre, Siosiri mostra al padre un povero che, essendosi comportato bene in vita, viene ora servito e riverito, mentre un ricco è caduto in disgrazia ed è punito con continui tormenti; il racconto è identico a quello della parabola di Lazzaro e del ricco Epulone raccontata da Gesù.(15) Negli anni Settanta ha sollevato molte polemiche Jesus the Magician, uno studio dello storico Morton Smith che vedeva, nella figura di Cristo descritta nei Vangeli, il tipico profilo di un illusionista in grado di compiere prodigi e miracoli.(16)

Morton Smith, Jesus the Magician, New York, Harper and Row, 1978.
I punti di contatto con Siosiri sono effettivamente molti - non ultimo il fatto che entrambi sono "uomini divini" incarnati per volere di una divinità superiore e con un chiaro ruolo salvifico per il proprio popolo.
Siosiri non è l'unico mago di cui si abbia notizia nel mondo egizio. Nel biblico libro dell'Esodo,(17) Mosè trasforma il suo bastone in serpente per convincere la corte egiziana del potere del dio di Israele, ma il Faraone chiama i suoi maghi Iannè e Iambrè(18) per ripetere l'esibizione - e quindi svilirne in qualche modo il carattere straordinario.

Mosè trasforma il suo bastone in serpente davanti al faraone
Il papiro Westcar, che racconta avvenimenti accaduti sotto la reggenza di re Cheope e Sneferu tra il 2652 a.C. e il 2510 a.C., presenta diverse figure di sacerdoti maghi che presentano alcuni effetti di magia: Gedi, Ubainer, Giangiaemankh...
Storici e antropologi dubitano che all'epoca fosse netta la distinzione tra i giochi di prestigio e le dimostrazioni di abilità sovrannaturali: è possibile che esistessero maghi che si esibivano a scopo di intrattenimento, come i più moderni giullari di corte, ed altri che adoperassero tecniche illusionistiche nel corso di cerimonie religiose e in contesto sacro.
È interessante, però, notare come la prima testimonianza di un individuo che presentò un moderno effetto di magia mentale sia inserita in un contesto sacro e solenne, facendo del mago Siosiri, più che un semplice intrattenitore, un vero e proprio salvatore del suo popolo, grazie alla sua capacità di leggere all'interno dei libri chiusi.
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(1) Silvan, Arte Magica, Milano, Rusconi, 1977, p.29. Il testo è stato recentemente riproposto in forma integrale in Edda Bresciani (ed.), I testi religiosi dell'antico Egitto, Milano, Mondadori, 2001.
(2) Il papiro Setne II è scritto sul retro di un documento greco databile al periodo del regno dell'imperatore Claudio (41-54 d.C.). Si veda Frances Llewellyn Griffin, Stories of the High Priests of Memphis - The Sethon of Herodotus and the Demotic Tales of Khamuas, Oxford, The Clarendon Press, 1900, p.41.
(3) D(èttore) U(go) S.v. Lettura in libri chiusi in AA.VV., Paranormale Dizionario Enciclopedico, Milano, Armenia, 1986, pp.538-539.
(4) William Crookes, "Notes of an Enquiry into the Phenomena called Spiritual during the Years 1870-1873" in Quarterly Journal of Science, gennaio, 1874.
(5) Theodore Annemann, Practical Mental Magic, New York, Dover, 1983 (I ed. 1944), pp.53-76.
(6) C. L. Boarde, Mainly Mental, Vol.2, 1950.
(7) Tony Corinda, Thirteen Steps to Mentalism, New York, D. Robbins, 1996 (I ed. 1968), pp.197-221.
(8) Karl Fulves, Self-Working Mental Magic, New York, Dover, pp.46-56.
(9) Max Maven, "Book Tests: the History" in Magicseen 11, novembre 2006, pp.16-17.
(10) Un classico effetto che coinvolge le carte da gioco è stato da me pubblicato in Raul Cremona e Mariano Tomatis, L'arte della prestidirigiri..., Milano, Rizzoli, 2008, pp.17-20.
(11) Una buona sintesi del racconto si trova in Ian Rutherford, Kalasiris And Setne Khamwas: A Greek Novel And Some Egyptian Models in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, n.117, 1997, pp.203-209 e in Archibald Henry Sayce, "Review of "Stories of the High-Priests of Memphis" by Francis Llewellyn Griffith" in Folklore, vol. 12, n. 4, dicembre 1901, pp.497-500.
(12) Siosiri significa in effetti "figlio di Osiride".
(13) Francis Llewellyn Griffith lo identifica con Sethos, un condottiero di cui parla anche Erodoto (Francis Llewellyn Griffith, Stories of the High-Priest of Memphis, Oxford, Clarendon Press, 1900). Archibald Henry Sayce con Seti, nipote di Ramesse II (Sayce, op.cit., p.499).
(14) Sayce, op.cit., p.499.
(15) Vangelo di Luca 16,19-31.
(16) Morton Smith, Jesus the Magician, New York, Harper and Row, 1978.
(17) Esodo 7, 8-12.
(18) II lettera a Timoteo 3, 8.
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Fine del mondo - Le ultime parole famose
Mercoledì 25 agosto 2010 by Mariano Tomatis

Il capitolo che segue è tratto dal mio 2012: è in gioco la fine del mondo (Roma: Iacobelli 2010).
Le diverse teorie sulla fine del mondo analizzate qui di seguito sono corredate da una vasta bibliografia, che consente approfondimenti e facilita ulteriori indagini.
Confesso di essere particolarmente geloso della mia collezione di tre libri che presento in fondo all'ultimo paragrafo.
Quella del 2012 è solo l'ultima di una lunga serie di profezie sulla fine del mondo. Gli innumerevoli annunci passati vengono periodicamente riproposti sui giornali all'approssimarsi di date "sospette". Può essere interessante concentrarsi sugli spunti che hanno dato origine a ognuna di tali credenze.
È parola di Dio
Una delle prime profezie sulla fine del mondo risale al Vangelo di Matteo, dove è riportata questa frase di Gesù:
In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell'uomo venire nel suo regno.(1)

Secondo tale rivelazione, il mondo sarebbe dovuto finire entro la morte dell'ultimo degli apostoli. Nel 1925 Joseph Franklin Rutherford (1869-1942), leader dei Testimoni di Geova, riprese tale versetto in un libro intitolato Milioni di individui ora viventi non moriranno mai, nel quale affermava che alcuni di coloro che erano in vita in quell'anno avrebbero visto la fine del mondo.
Tale affermazione correggeva l'errore commesso qualche anno prima dal fondatore dei Testimoni, Charles Taze Russell (1852-1916), che aveva fissato al 1914 il ritorno di Cristo sulla Terra. Nell'ambito dello stesso gruppo religioso si diffuse la voce che il regno di Dio si sarebbe instaurato sulla Terra nel 1966, ma all'arrivo di tale data, l'appuntamento venne spostato al 1975. Si trattò dell'ultima profezia fissata dai Testimoni di Geova: l'arrivo di quell'anno fece segnare un crollo nella fiducia del gruppo religioso, che abbandonò ogni speranza di poter definire con precisione la data della fine del mondo.
La coincidenza di due calendari
Poiché l'incrocio tra due calendari è da sempre motivo di preoccupazione, alla fine del X sec. l'eremita Bernardo di Turingia utilizzò un argomento di questo tipo per terrorizzare l'intera Europa: annunciò infatti che quando il giorno del concepimento di Gesù (25 marzo) fosse coinciso con la ricorrenza della sua morte (il Venerdì santo), questa simbolica contraddizione avrebbe segnato la fine del mondo. Venne calcolato che tale avvenimento sarebbe occorso nel 992, e un'eclissi di Sole diede una certa credibilità all'annuncio: le cronache dell'epoca raccontano la fuga di molti verso le montagne, prima di scoprire che l'allineamento tra i due calendari non aveva prodotto alcuna conseguenza.(2)
La data "rotonda"
L'avvicinarsi dell'anno 1000 fu vissuto con altrettanta apprensione, legata ancora una volta a semplici questioni di calendario. Quando vide che l'umanità era sopravvissuta all'ingresso nel secondo millennio, il monaco francese Raoul Glaber (985-1047) ritenne che i mille anni non andavano calcolati dall'incarnazione di Cristo ma dalla sua morte, e che quindi la fine del mondo sarebbe arrivata nel 1033.(3)
L'allineamento planetario
L'odierno timore che un allineamento planetario possa essere qualcosa di più di una semplice curiosità geometrica è stato anticipato dal cardinale Giovanni da Toledo (?-1275): appassionato di astrologia, il religioso calcolò per il 23 settembre 1186 una congiunzione di pianeti senza precedenti di fronte alla costellazione della Bilancia, annunciando conseguenti catastrofi che fortunatamente non ebbero luogo.(4)
La coincidenza numerologica
Ritenendo che la fede nell'Islam fosse iniziata nel 618, papa Innocenzo III considerò ragionevole che tale periodo potesse durare un numero di anni pari a 666, l'apocalittico "numero della Bestia". La somma faceva 1284, e in quella data fissò la fine del mondo.(5) Lo stesso timore avrebbe colpito l'Europa nel 1666, quando il grande incendio di Londra sembrò confermare l'arrivo della Seconda Venuta di Cristo, annunciata da Sabbatai Zevi (1626-1676).(6)
L'approccio astrologico (pesci = diluvio)
Uno degli errori più spettacolari avvenne nel 1499 e fu la previsione di Johannes Stoeffler (1452-1531), l'astrologo che annunciò un secondo diluvio universale per il febbraio 1524 perché in quel periodo alcuni pianeti si allineavano nel segno d'acqua per eccellenza, i Pesci. Sull'evento vennero pubblicati più di cento libri: molti altri astrologi confermarono la congiunzione planetaria, ma caddero nell'errore di interpretarla simbolicamente come un segno dell'arrivo di una catastrofe. Ci fu chi costruì delle barche di fortuna e Voltaire racconta di un medico di Tolosa, tale Aurial, che avrebbe realizzato addirittura un'arca per sé e per i propri amici.(7) A Londra si diffuse il panico, e oltre 20 mila persone abbandonarono le loro case. Il Priore di San Bartolomeo fece costruire una fortezza in cui custodire cibo e acqua per garantirgli una sopravvivenza di almeno due mesi. Contro ogni previsione, essendo Londra un luogo soggetto a frequenti piogge, il 1524 fu invece un anno straordinariamente secco! In Germania ci scapparono addirittura dei morti: il conte von Iggleheim si era costruito un'arca che venne presa d'assalto dai suoi concittadini terrorizzati; durante uno scontro sull'imbarcazione, il nobiluomo cadde sotto un fitto tiro di pietre. Altre centinaia di persone morirono nel tumulto che ne seguì.(8)
I "segni dei tempi"
Se i libri moderni sul 2012 puntano il dito su una serie di cosiddetti "presagi" che anticiperebbero la catastrofe finale (l'uragano Katrina, lo tsunami in Indonesia, i terremoti in Italia), da sempre la lettura dei "segni dei tempi" è considerata una chiave per conoscere il futuro. Nel 1532 Frederick Nausea, un teologo tedesco, pubblicò un lungo elenco di segni che farebbero presagire l'imminente fine del mondo(9): la comparsa di croci sanguinanti nel cielo, una pioggia di pane nero in Puglia e addirittura una bambina di otto anni di Roma dai cui seni sgorga acqua (!).(10)
La matematica apocalittica
Nel 1532 Michael Stifelius (1486-1567), un sacerdote luterano con la passione per la matematica, pubblicò (senza firmarlo) un libro intitolato Libro di aritmetica sull'Anticristo.(11) Attraverso una serie di calcoli matematici, Stifelius raccontò di avere scoperto che la fine del mondo sarebbe arrivata il 18 ottobre 1532 alle 8 del mattino(12). Durante l'omelia di inizio anno, il religioso rivelò di essere l'autore della profezia e molti gli credettero, preoccupandosi di vendere la casa e di svuotare le proprie dispense entro tale data. Quella mattina la popolazione si radunò nella chiesa e Stifelius annunciò che la fine era imminente e tutti stavano per ascendere al cielo con gli stessi abiti che avevano addosso. Un'improvvisa tempesta sembrò dar ragione al religioso, ma quando tornò il sereno, i parrocchiani capirono di essere stati ingannati. Pieni di collera, lo tirarono giù dal pulpito e lo fecero incarcerare a Wirtemberg per procurato allarme. Rifacendo i suoi calcoli, giunse alla nuova data del 3 ottobre 1533 alle 10 del mattino, ma in questa occasione nessuno più gli credette.(13) Il suo metodo matematico partiva dall'iscrizione INRI sulla croce di Cristo, ne estraeva le lettere che avevano un significato nella numerazione romana e le sommava tra loro:(14)
IESVS NAZARENVS REX IVDÆORVM
I+V+V+X+I+V+D+V+M = 1+5+5+10+1+5+500+5+1000 = 1532
Per ottenere la nuova data del 1533 fu costretto a ripiegare su un'altra frase evangelica, "videbunt in quem transfixerunt":(15)
VIDEBVNT IN QVEM TRANSFIXERVNT
V+I+D+V+I+V+M+I+X+V = 5+1+500+5+1+5+1000+1+10+5 = 1533
Utilizzando la stessa matematica apocalittica, potete immaginare il mio terrore quando, su un pacchetto regalo a me indirizzato, ho trovato la scritta "x Mariano Tomatis":
X MARIANO TOMATIS
X+M+I+M+I = 10+1000+1+1000+1 = 2012!
La piramidologia
Analizzando le dimensioni della piramide di Cheope a Giza, Charles Piazzi Smyth (1819-1900) scoprì che la Grande Galleria era lunga 1881 pollici (circa 47 metri), e poiché riteneva che l'edificio fosse stato realizzato da Mosè sotto un'ispirazione divina, concluse che la Galleria fosse in realtà un calendario: ogni anno corrispondeva a un pollice, e poiché il tragitto si fermava al 1881° pollice, il mondo sarebbe finito nello stesso anno.(16) Usando argomenti simili, nel 1932 George R. Riffert corresse il tiro proponendo la data del 15 settembre 1936 in un libro che si proponeva di interpretare le dimensioni della Grande Piramide in chiave temporale.(17) Il piramidologo moderno Raymond Mardyks ritiene che sulle banconote americane vi sia impressa una profezia legata al 2012. Sulla base della piramide riprodotta su un lato compare la scritta 1776 in numeri romani: si tratta della data della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America. La piramide è composta da 13 livelli sovrapposti, e Mardyks ritiene che si tratti di un calendario: ad ogni livello corrisponderebbe un katun, e contando 13 katun a partire dal 1776 si arriva al 2012!

Le rivelazioni dall'altro mondo
Quella che coinvolse Margaret Rowan fu la visione di un'entità che arrivava dall'Altro Mondo: vivendo a Los Angeles nel 1925, la donna incontrò l'arcangelo Gabriele, che le annunciò che il mondo sarebbe finito il 13 febbraio di quello stesso anno.(18) Ma la Rowan non fu la prima ad avere esperienze di questo tipo: molti secoli prima, Emanuel Swedenborg (1688-1772) aveva ricevuto la visita di un angelo che gli aveva annunciato la fine del mondo per il 1757.(19)
Per restare al passo con i tempi, le entità che appaiono oggi assumono fattezze extraterrestri: nel 1995 fu un alieno del sistema stellare di Zeta Reticuli a rivelare a Nancy Lieder che Nibiru avrebbe colpito la Terra nel maggio 2003; in Italia fu invece il catanese Eugenio Siragusa (1919-2006) a farsi portavoce delle rivelazioni di Adoniesis, un extraterrestre che gli annunciò la fine del mondo per il 1973.
L'esplosione demografica
Nel 1968 l'entomologo e ambientalista Paul Ralph Ehrlich pubblicò The Population Bomb ("La popolazione bomba")(20), un libro che denunciava i rischi legati a un eccessivo aumento demografico e alla fine delle risorse del pianeta. Ehrlich non prendeva spunto da antiche tradizioni o da improbabili considerazioni mistiche, né fissava una data precisa per l'estinzione dell'umanità, ma si limitava a fornire delle stime piuttosto terrificanti: entro 10 anni milioni di persone sarebbero morte di fame e lo smog avrebbe ucciso oltre 200 mila persone a New York e Los Angeles; descrisse scenari catastrofici conseguenti all'estinzione di tutte le principali specie marine e annunciò che nel 2000 l'Inghilterra sarebbe stata completamente disabitata. Il libro fu il best seller che aprì la stagione dei testi catastrofisti su base scientifica.
La convergenza armonica
Tra il 16 e il 17 agosto 1987 José Argüelles annunciò un evento astrologico chiamato "convergenza armonica". Sulla base di una personale rielaborazione dei calendari maya, Argüelles ritenne che in quella data si entrasse "ufficialmente" nella Nuova Era (New Age), e che da quel momento nulla sarebbe stato come prima: l'evento avrebbe segnato il passaggio definitivo da un'era dominata dalle guerre a un periodo di pace, ed entro 25 anni (ovvero, prima del 2012) sarebbero scomparsi tutti i mali del mondo moderno - il materialismo, la violenza, gli abusi, l'ingiustizia e l'oppressione.
Le grandi catastrofi naturali
Nel 1979 l'italiana Caterina Kolosimo si domandava preoccupata, in un libro dal titolo interrogativo, se saremmo sopravvissuti al 1982; mescolando considerazioni geologiche e astronomiche, in Sopravviveremo al 1982? l'autrice rifletteva sulle conseguenze di una congiunzione astrale che avrebbe provocato giganteschi effetti di marea e terremoti devastanti.(21)
L'astrologo Boris Cristoff annunciò una "grande catastrofe" per il 1983 nel suo libro La gran catástrofe de 1983(22), mentre Pierre-Jean Moatti pubblicò 1984, l'Apocalisse?.(23) L'apoteosi della distruzione, però, era attesa per il 1998; secondo il veggente Edgar Cayce (1877-1945) la fine del secondo millennio avrebbe segnato l'estinzione della razza umana:
L'anno dei grandi eventi, il 1998, vedrà grandi cambiamenti di natura geologica e sociale e la Terra verrà totalmente sconvolta. Molti vulcani ritorneranno ad essere attivi e causeranno grandi catastrofi. […] Chi vive in montagna si ritroverà di colpo sulla costa e viceversa. […] La Terra si aprirà nella zona occidentale dell'America. La maggior parte delle isole del Giappone sprofonderà nel mare. L'Europa del Nord verrà cambiata in un attimo. Una terra nuova comparirà al largo della costa orientale dell'America. Ciò comporterà sconvolgimenti nelle zone artiche e antartiche e causerà alla fine uno spostamento dei poli terrestri. Allora le zone fredde e subtropicali della Terra diventeranno le più calde e vi cresceranno muschi e felci. Tutto ciò succederà tra il 1958 e il 1998.(24)

_________________
(1) Vangelo di Matteo 16, 28.
(2) John Bell e François-André-Adrien Pluquet, The wanderings of the human intellect, Londra: E. Walker, 1814, p.159.
(3) Emile de La Bédollière, Mœurs et vie privée des Français dans les premiers siècles de la monarchie, vol.3, A. Rigaud, 1835, p.45.
(4) Daniel Cohen, The magic art of foreseeing the future, New York: Dodd Mead, 1973, p.42.
(5) John R. Sommerfeldt, Studies in medieval culture, Medieval Institute Publications, 1970, p.93.
(6) Vincent Mignot, The history of the Turkish, or Ottoman Empire, vol.3, Londra: R.Thorn., 1787, p.209.
(7) T.H.Croft Moody, A complete refutation of astrology, 1838, pp.147-148.
(8) James Randi, The mask of Nostradamus, New York: Scribner, 1990, p.238.
(9) Frederick Nausea, Libri mirabilium septem, Colonia: Peter Quentell, 1532.
(10) Lynn Thorndike, History of Magic and Experimental Science, vol.11, Kessinger Publishing, 2003, p.491.
(11) Anonimo (Michael Stifel), Ein RechenBüchlin Vom EndChrist, Apocalypsis in Apocalypsim, Wittenberg: Georg Rhau, 1532.
(12) Alain Schärlig, Compter en 1619: Le livre d'arithmétique de Johan Rudolff von Graffenried, PPUR presses polytechniques, 2009, p.35.
(13) Pierre Bayle, An historical and critical dictionary, vol.3, Londra: Hunt&Clarke, 1826, pp.48-50.
(14) Voce "Cross" in Edward Smedley (ed.), Encyclopædia metropolitana, 1845, p.405.
(15) Vangelo di Giovanni 19, 37.
(16) James Bonwick, The Great Pyramid of Giza: History and Speculation, Courier Dover Publications, 2003, p.184.
(17) George R. Riffert, Great Pyramid Proof of God, Rochester: Stanhope Press, 1936 (I ed. 1932), p.188.
(18) Jason Boyett, Pocket Guide To The Apocalypse: The Official Field Manual For The End Of The World, Relevant Media Group, 2005, p.48.
(19) William White, Emanuel Swedenborg: his life and writings, vol.2, Londra: Simpkin, Marshal, and Company, 1868, p.488.
(20) Paul R. Ehrlich, The Population Bomb, New York: Ballantine Books, 1968.
(21) Caterina Kolosimo, Sopravviveremo al 1982?, Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1979.
(22) Boris Cristoff, La gran catástrofe de 1983, Barcellona: Martínez Roca, 1979.
(23) Pierre-Jean Moatti, 1984, l'apocalypse?, Nizza: Alain Lefeuvre, 1980.
(24) Edgar Cayce cit. in Federico Cellina, 1999-2015: fine del mondo?, Edizioni Studio Tesi, 1995, pp.81-82.
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Il tesoro del santuario di Belmonte
Lunedì 23 agosto 2010 by Mariano Tomatis
Il tesoro di Belmonte è esistito davvero (no, non questo). Si tratta, ora, di scoprire dove sia finito.

Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani il libretto anonimo Brevi cenni storici sul Santuario di Nostra Signora di Belmonte nel Canavese compilati da un sacerdote della regolare osservanza di S. Francesco. Stampato a Ivrea nel 1877, l'opuscolo veniva venduto dai frati per finanziare i lavori di restauro della facciata del santuario.

L'autore, tale don E. Gutris, raccontava che:
il 18 agosto 1873 sotto la valida protezione di Maria SS. vennero incominciati gli scavi, e col mezzo di robusti picconi, di forti cunei, scarpelli e piccoli petardi furono nell'aprile del 1874 felicemente ultimati alla profondità di un metro e sessanta centimetri, quasi tutta pietra dura. Scavando una parte della navata a destra di chi entra, unica parte che non fosse tutta roccia, si rinvenne un sepolcreto pieno di casse mortuarie. [...] Entro una cassa particolare poi coi resti di un uomo trovaronsi un beretto di seta broccato ed un baculo di legno nerissimo, il quale appena tocco divenne polvere [...] Ed accanto di esso sepolcreto stava pure isolato un avello di ben forte muratura, dove coi resti di un altro uomo si rinvennero uno sperone d'oro e due grandi anelli d'ottone, che da un manoscritto del fu conte Franceschino ponno di certo dirsi come appartenenti al fu Conte Guidetto di Valperga, famoso guerriero de' suoi tempi, il quale mancato ai vivi il dì 25 maggio 1377, per ispeciale devozione a Maria SS. di Belmonte, volle essere sepolto nella sua Chiesa.(1)

Secondo il sacerdote, lo sperone d'oro sarebbe stato venduto al conte Seyssel "per conto della Galleria Reale delle Armi di Torino, dove venne collocato".
Oggi l'armeria reale torinese espone una serie di preziosi speroni. Parte del tesoro di Belmonte è quindi ancora visibile nel museo di Torino? Il catalogo dell'armeria presenta diversi candidati, ma nessuno corrisponde alla descrizione data dall'anonimo frate, che parla di un singolo sperone d'oro.
C'è una traccia dello sperone in un libro del conte Vittorio Seyssel d'Aix, pubblicato a Torino nel 1840, intitolato Armeria antica e moderna di S. M. Carlo Alberto. Catalogato sotto il numero 131, il conte descriveva così lo sperone:
131. Sperone unico dorato, colla speronella molto grande, ed appartenente ai tempi cavallereschi.(2)
Il reperto si trovava nella parte inferiore di un armadio catalogato con la lettera K. Trascorsi quasi due secoli, oggi non si sa che fine abbia fatto.
Dov'è finito il tesoro di Belmonte?
Le due cappelle scomparse
Non si tratta, comunque, dell'unico mistero della collina canavesana. La sommità dell'altura è stata intensamente popolata sin dalla Tarda Età del Bronzo (XII sec. a.C.), e diversi scavi archeologici - ancora in corso - hanno portato alla luce resti di vasellame, macine in pietra e preziose fibule in bronzo. Nella stessa zona, diversi secoli più tardi, si insediarono i Romani, lasciando traccia di sé in varie iscrizioni e alcune monete. Appena successiva all'anno Mille è la costruzione del santuario dedicato a Sancta Maria de Pulchromonte, affidato alle cure dei Benedettini.
Il 19 giugno 1712 venne posata la prima pietra di un lavoro grandioso, che si sarebbe concluso solo un secolo più tardi: la costruzione di una via crucis composta da quattordici grandi cappelle votive disposte lungo un itinerario chiuso sulla sommità del monte. Secondo il cronista, in tale occasione,
si oscurò l'aria, vennero lampi e tuoni orribilissimi che pareva volesse sprofondare il monte.(3)
Con grande sorpresa dei presenti, la grandine che cadde recava impressa l'immagine della Madonna:
In poco tempo si rasserenò l'aria e si ritrovarono in diverse terre cinconvicine [...] forme di tempesta della lunghezza di più di uno scudo d'argento con l'impronta della Beatissima Vergine di Belmonte.(4)
Delle quattordici cappelle della via crucis costruite tra il Settecento e l'inizio dell'Ottocento, oggi soltanto tredici sono visibili. Non c'è più traccia alcuna della quattordicesima, la cappella della deposizione di Gesù nel sepolcro. Secondo padre Maccono, studioso della storia di Belmonte, tale cappella sarebbe sorta in passato
ove ora è l'ingresso del convento dal rustico. Comprendeva l'atrio attuale e parte del corridoio attiguo nell'interno del convento, ove ora si apre la scala che conduce al piano superiore. Chi esamina la volta e le linee che ancora rimangono di questo locale vede che conservano ancora qualcosa indicante più una cappella che una camera ad usi profani.(5)
Secondo Luigi e Giovanni Bertotti, comunque
già alla fine del 1700 se ne erano perse completamente le tracce.(6)
Troviamo una conferma che nell'Ottocento la quattordicesima stazione era già sparita nel libro di don Gutris, secondo cui le cappelle della via crucis erano soltanto tredici; il percorso, dunque, si chiuderebbe all'altare:
la Santa Via della Croce [...] deve terminarsi in Chiesa.(7)
Una vecchia cartolina datata 1908 ci restituisce, invece, l'immagine lontana di una quindicesima cappella, anch'essa andata irrimediabilmente perduta.

Indicata dalla freccia nella fotografia, si trovava ai piedi della attuale scalinata della chiesa. Il libro del 1877 la descrive così:
Sita a' piè della gradinata del Santuario [...] rappresenta Gesù nell'Orto, e la fecero fabbricare i molto rev.di Sacerdoti sig. Teologo Ottini, D. Giovanni Mattia Arciprete, ed il sig. Prof. Varello D. Vincenzo, entrambi di Valperga.(8)
Venne abbattuta per collegare al Santuario il sentiero che sale da Valperga. A oggi, ogni ricerca di una fotografia della quindicesima cappella è stata vana.
Su Flickr, una mia piccola collezione di fotografie d'epoca dell'area.
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(1) Anonimo [E. Gutris], Brevi cenni storici sul Santuario di Nostra Signora di Belmonte nel Canavese compilati da un sacerdote della regolare osservanza di S. Francesco, Ivrea, Tipografia del Seminario, 1877.
(2) Vittorio Seyssel d'Aix, Armeria antica e moderna di S. M. Carlo Alberto, Torino, Stabilimento Tipografico Fontana, 1840, p.91. Il libro è integralmente disponibile in PDF su Google.
(3) F. Maccono, Il Santuario di Nostra Signora di Belmonte presso Valperga - Storia, arte, leggenda, Casale Monferrato, 1936.
(4) Ibidem.
(5) Ibidem.
(6) Giovanni e Luigi Bertotti, Belmonte e il suo Santuario, Cuorgnè, L'Eco di Belmonte, 1988.
(7) Anonimo [E. Gutris], op.cit., p.84.
(8) Ibidem
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Domenica 22 agosto 2010 by Mariano Tomatis
Amo Raymond Smullyan perché è un esponente della filosofia che preferisco.

Dividerei approssimativamente i filosofi in due categorie, i "folli" e i "raziocinanti". Tra le due categorie, preferisco la prima. I filosofi raziocinanti si distinguono per la loro sobrietà, decoro, razionalità, capacità analitica e tante altre cose. Un loro punto di vantaggio è che, spesso, riescono a essere razionali. I filosofi folli sono caratterizzati dalla loro pazzia, spontaneità, senso dell'umorismo, totale libertà dalle più basilari convenzioni di pensiero, amoralità, bellezza, divinità, naturalezza, ispirazione poetica, assoluta onestà, libertà da inibizioni, contrarietà, gusto per il paradosso, mancanza di disciplina e un non so che di... yum-yum! Il loro più grande punto di vantaggio è che si avvicinano di più alla verità rispetto ai raziocinanti! Molti filosofi della "scuola raziocinante" lo metteranno certamente in dubbio, e mi chiederanno se posso "dimostrare" questa mia affermazione. La mia risposta è: «Certamente, e con facilità, a condizione di poter fornire una prova folle piuttosto che una prova razionale.» Ma credo che non me lo permetteranno! [...] La filosofia folle è una delle cose più piacevoli al mondo, è illuminante sotto tutti i punti di vista, ed è un prerequisito assoluto per capire le cose nella loro natura più vera. Una cosa meravigliosa, a proposito di questo folle processo, è che rende le persone ancor più amorevoli, amabili e tolleranti. Se uno diventa folle abbastanza, anche la ragionevolezza - normalmente così noiosa - diventa dopo un po' tollerabile. Ad un grado più alto di follia, l'intera dualità tra follia e ragionevolezza viene trascesa, e le due sembrano realmente la stessa cosa. Non sono affatto contro la filosofia raziocinante. Secondo me, il suo scopo più alto è quello di mostrare, per contrasto, quanto sia meravigliosa la filosofia folle.(1)
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(1) Raymond Smullyan, This Book Needs No Title, New York, Prentice-Hall, 1980.
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Il Santo Graal a Torre Canavese
Domenica 15 agosto 2010 by Mariano Tomatis

Quindici anni fa, la visione di Indiana Jones e l'ultima crociata mi aveva "iniziato" alla ricerca del Santo Graal, la mitica coppa di Cristo. Interessato ad approfondire le origini storiche del mito, mi ero messo alla ricerca dei libri che ne parlavano. Mi aveva subito colpito la varietà delle teorie sul luogo ove oggi riposerebbe. Non potevano essere tutte contemporaneamente vere: quante coppe sarebbero state necessarie per trovarsi a Valencia, Glastonbury e Rosslyn contemporaneamente?!
Avevo quindi deciso di contribuire alla confusione generale con la mia personale versione dei fatti, e poiché doveva trattarsi di un esercizio di stile, volevo "dimostrare" la cosa più assurda che mi fosse venuta in mente. Scelsi di collocare la coppa di Cristo a Torre Canavese, un piccolo villaggio di campagna ai piedi delle Alpi piemontesi.

Torre Canavese

Nell'aprile 1996 pubblicai un libretto intitolato Il Santo Graal a Torre Canavese. Con un gioco di citazioni, tutte opportunamente referenziate, raccontavo il percorso che la reliquia avrebbe seguito dalla Terrasanta al Piemonte: il viaggio sarebbe avvenuto per mano di Guglielmo VI di Monferrato, che nel 1225 l'avrebbe sottratta ai Cavalieri Templari per custodirla in un primo tempo a Ivrea, nella chiesa di Sant'Ulderico. Da qui, il Graal sarebbe stato trasferito a Torre Canavese all'inizio del XV secolo, e nascosto sulle colline dietro il paese.
Il parroco del paese don Leandro Cima (1918-1999), sacerdote, poeta e scrittore, colse tra le pagine del libro la forza archetipica della coppa. Iniziò dunque a parlarne durante le omelie domenicali, citando la teoria del "giovane storico (?) torinese" che era presentata come verosimile in diversi articoli del bollettino parrocchiale. Ecco un estratto da quello pubblicato nel marzo 1997:
Col titolo di "Il Santo Gral a Torre Canavese" ci è giunta una pubblicazione: il nome dell'Autore Mariano Tomatis a tutta prima ci sorprende: è quello del nipote di Emilio Antoniono di Torre e dimorante in Torino. Il suo modo di esprimersi è squisito e non meno la linea che come storico viene tracciando per ovvie deduzioni da avvenimenti di primo piano, quali ebbero seguito dal momento in cui Gesù pronunziò, dopo che sul pane, sul calice del vino, nell'ultima cena, le parole: «Questo è il mio sangue!». Questo calice chiamato nei secoli, fino ad oggi il "Santo Gral" viene ricordato nel Vangelo di Nicodemo... testimone della Passione e Crocifissione del Divin Maestro e fu tenuto da lui gelosamente in 30 anni di carcere fino alla distruzione di Gerusalemme da parte di Vespasiano e Tito e passato in altre mani dopo la sua liberazione cui seguì assai presto la morte... Fu custodito in luogo sicuro... Ma nel corso delle diverse crociate per la liberazione del S. Sepolcro di Cristo, fu cercato, conteso, posseduto... E di qui hanno origine le deduzioni che Mariano trae... per poter ammettere sicuramente che per tenacia di due famosi Crociati Corrado e Bonifacio I conti di Monferrato e Canavese, a perseguire un loro scopo preciso il santo Gral finito nelle loro mani, del Piemonte più non varcò i confini... Fu trafugato dai loro discendenti in qualche luogo della nostra terra canavesana nei dintorni di Ivrea! E qui il nostro caro Mariano che ama Torre, paesino ameno ma quasi nascosto in mezzo al Canavese assottilizza le sue ultime deduzioni... C'è una regione nella vasta area di questo Comune detta Caraver. C'è nel cuore di essa nel folto del bosco un pilone corroso dal tempo raffigurante fra i segni della Passione, un calice da cui si eleva un serpente azzurro...
Il pilone cui faceva riferimento don Cima, molto danneggiato, ritraeva una deposizione di Cristo con san Giovanni che reggeva una coppa tra le mani:

Particolare dall'affresco della deposizione sul pilone di Caraver, realizzato da Pietro Peller di Nomaglio.

Proseguiva il sacerdote:
Ma al sommo della collina torrese a spartiacque fra Castellamonte ed Ivrea c'è l'antichissima cappella di San Giacomo, con accanto la casa dell'Eremita... un uomo che veniva pagato a custodire la chiesetta... Ma sono tanti gli indizi che egli rileva nel suo paesino per dire a conclusione della sua documentata, esauriente ed anche simpatica pubblicazione che merita di essere letta, meditata e presa come richiamo ad ulteriori ricerche... Non c'è nulla di ingenuo, nulla di temerario in essa perché a coronamento del suo proposito dice: "Quel questa ricerca ha voluto raggiungere è stata l'evidenza dei fatti: la prova storica che il santo Gral si trova a Torre Canavese".(1)
Elio Guglielmetti, il vecchio sindaco del paese, raccontava di aver ricevuto diverse richieste di autorizzazioni per effettuare rilievi e scavi sulle colline intorno al paese, utilizzando dei metal detector.
L'11 ottobre 1998 Alleanza Cattolica e il Centro Studi Nuove Religioni organizzarono presso il castello di Torre Canavese un convegno dal titolo "Alla ricerca del Graal", che coinvolse studiosi come Franco Cardini e Massimo Introvigne.
Nel 2000 il pittore G. Luciani regalò al comune di Torre Canavese un quadro a olio intitolato "Torrrre", su cui sono ritratti i tre più importanti monumenti del paese, sormontati dal pilone del Graal - ormai diventato luogo simbolo del turismo esoterico torrese:

"Torrrre" di G. Luciani Clicca qui per vederlo su StreetView di Google.
Più di recente, su Il Giornale del 15 aprile 2004, Ilaria Dotta ha parlato di me come di
...uno studioso attento e audace, ma con un piccolo difetto: la troppa onestà. Già, perché alla fine è lo stesso Mariano Tomatis Antoniono a confidare che «è tutta una bufala». Un affascinante e ben costruito "falso storico", frutto di un complesso gioco con la storia. «Leggendo i vari libri che narravano la storia del Graal e constatando che tutti risultavano estremamente affascinanti e assolutamente credibili, mi sono reso conto che c'era del "losco". O meglio, che non si trattava altro che di un bellissimo gioco. E così, a un certo punto, ho deciso di giocarci anch'io».(2)

Il Giornale, 15.4.2004
Il 30 dicembre 2004 Torino Cronaca, in un articolo tra il serio e il divertito, apriva così:
Hanno messo l'Arca dell'Alleanza in Etiopia, Atlantide in Cile e la perduta Avalon in Inghilterra... Noi piemontesi potevamo essere da meno?(3)

Torino Cronaca, 30.12.2004
il 12 gennaio 2005 La nuova provincia di Biella ha dedicato al mio lavoro un lungo articolo, in cui si leggeva tra l'altro:
Lo studio di Tomatis si basa su una tradizione consolidata, secondo la quale, da oltre un secolo, si racconta che sulle colline di Torre Canavese sia nascosto un favoloso tesoro. Un argomento che indubbiamente ha dato forza e credibilità alla sua teoria, [...] che è stata una delle più solenni burle, entrata a pieno diritto nel novero delle leggende metropolitane degli ultimi anni. [...] In effetti il Graal e la sua storia appartengono alla mitologia e dovrebbero essere interpretati con questi strumenti anziché con quelli della storia. In questa sfasatura risiedono gli equivoci che hanno alimentato molta saggistica.(4)

La nuova provincia di Biella, 12.1.2005
Il 1° agosto 2005 La Voce del Canavese ha riportato l'ipotesi privandola di tutti gli elementi parodistici e senza citare il mio nome: la leggenda è ormai matura, e pronta a camminare da sola. Le domande diventano affermazioni:
La storia dice che i Marchesi del Monferrato sottrassero la reliquia ai templari, in Gerusalemme, durante una crociata. [...] L'oggetto viene quindi custodito dai Marchesi ad Ivrea. [...] Tra il 1412 e il 1426 quindi il Graal raggiunge Torre Canavese. La prova più importante a favore di questa tesi è il famoso pilone votivo in zona Caraver. La parte dell'immagine che il tempo ha risparmiato mostra San Giovanni. In mano regge proprio il Santo Graal.(5)

Il 28 aprile 2008 La Voce fa un passo indietro: Stefano Bongi sottotitola il suo lungo articolo "Uno degli scherzi più riusciti della storia. Decine di novelli Indiana Jones cercarono il sacro calice armati di pala e piccone":
La precisa narrazione degli eventi, supportata da anni di studi sull'argomento, portano più d'una persona a considerarla seriamente. Il primo è l'allora parroco don Leandro Cima. Per caso si imbatte nel libro di Tomatis. Lo legge con attenzione non credendo ai propri occhi. Tutto gli sembra verosimile e corrispondente ai fatti storici risalenti a secoli e secoli fa. Don Leandro la domenica successiva decide di parlarne ai fedeli durante la predica. Apriti cielo. La leggenda si diffonde in tutto il paese alla velocità della luce. Anche nei comuni vicini non si parla d'altro. Insomma, diventa l'argomento clou. Quello che apassiona tutti: giovani e vecchi, istruiti ed ignoranti. Dal bar alla bocciofila, dalla biblioteca all'oratorio non c'è luogo in cui qualcuno non azzardi ipotesi sulla coppa divina. Insomma, alla ricerca di Mariano, si era aggiunta anche la benedizione di santa romana Chiesa, o perlomeno di un suo rappresentante canavesano. Quell'articolo è il sigillo finale su uno scherzo che stava diventando piano piano qualcosa di più. Una leggenda destinata a durare per anni e fors'anche per decenni. Si dice che qualcuno si fosse addirittura messo di buona lena a cercare il sacro calice. Più d'un novello Indiana Jones viene sorpreso a scavare, con tanto di pala e piccone, negli angoli remoti del comune.(6)
Questo è il pilone di Caraver, così come appare oggi:

_________________
(1) Leandro Cima, L'amico - Lungo la via, marzo 1997.
(2) Ilaria Dotta, "Il sacro calice è nascosto nel Canavese", Il Giornale, 15.4.2004.
(3) Valerio Grosso, "Il Santo Graal è a Torre Canavese", Torino Cronaca, 30.12.2004.
(4) "Il Graal nel Canavese: tra il mito e la storia, vince la burla contro le mistificazioni" in La nuova provincia di Biella, 12.1.2005.
(5) Tommaso Pimpinella, "Simboli massonici" in La Voce del Canavese, 1.8.2005.
(6) Stefano Bongi, "Il Santo Graal è a Torre Canavese?" in La Voce del Canavese, 28.4.2008.
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Venerdì 13 agosto 2010 by Mariano Tomatis
Sul mio La magia dei numeri (Kowalski 2010) scrivevo:
L'uso dei numeri per ingannare [è] una vera e propria scienza segreta, utilizzata in ambiti opposti: in modo innocente nell'illusionismo teatrale ma in altri in maniera sottilmente fraudolenta, come nell'economia, nella politica e nella scienza. [...] Beppe Grillo citava l'aneddoto di quel ministro che aveva fatto ampliare del 50% un'autostrada, aggiungendo una corsia alle due già presenti, poi l'aveva ridotta del 33%, rimuovendo la nuova corsia e riportandola a due: sottraendo la seconda percentuale dalla prima, in campagna elettorale poteva così vantarsi di aver aumentato del 17% l'autostrada - ottimo esempio di quella che Darrell Huff definisce "statisticolazione".

A raccontare l'aneddoto nel 1998 fu il The Economist(1): negli anni Settanta il governo messicano si trovò a dover ampliare la capacità di traffico del Viaducto, un'autostrada di quattro corsie. Anziché costruirne una nuova o allargare quella già esistente, il ministro dei trasporti mise in atto un trucco: fece ridipingere le linee divisorie, stringendo le corsie e ricavandone sei. Le nuove corsie, molto più strette, causarono un tale incremento di incidenti che il governo fu costretto a tornare alla situazione originaria. Passare in un primo tempo da 4 a 6 corsie aveva significato accrescere la capacità di traffico del 50%. In un secondo momento, invece, la riduzione aveva ridotto la capacità del 33% (da 6 a 4). Per dimostrare che le infrastrutture erano state migliorate nel corso della legislatura, il governo aveva semplicemente sottratto una percentuale dall'altra, raccontando che complessivamente c'era stato un aumento del 17% (50% - 33%) della capacità di traffico. In realtà, l'autostrada era tornata alle sue condizioni iniziali, e il vero prezzo che i contribuenti avevano dovuto pagare era stato quello della vernice, oltre all'aumento degli incidenti stradali.
_________________
(1) "The Perils of Percentages" in The Economist, 18.04.1998, p.84. L'articolo è disponibile qui.
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Sono così dannatamente felice che...
Giovedì 12 agosto 2010 by Mariano Tomatis
È lo status più bello che io abbia mai trovato per Facebook.

"Sono così dannatamente felice che potrei cagare arcobaleni"
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Come creare un cerchio nel grano di proporzioni alchemiche
Domenica 1 agosto 2010 by Mariano Tomatis

La matematica dei cerchi nel grano presenta un aspetto totalmente magico. Semplicissimi compiti svolti ripetutamente possono dare vita a formazioni che incorporano rapporti matematici straordinariamente complessi ed affascinanti. Proviamo a tracciare insieme una formazione, seguendo stupidamente una serie di regole senza porci troppe domande sul risultato finale. Alla fine, osservando il risultato, ci stupiremo nello scoprire quante "cose" sono emerse nel nostro disegno.
Se non è la stagione del grano, o semplicemente non troviamo un contadino che ci autorizzi a piegare parte del suo raccolto, possiamo provarci in un cortile con della ghiaia, su una spiaggia oppure - più modestamente - su un foglio di carta. L'esperimento funziona allo stesso modo se lo proviamo su un bloc-notes o se, come fece il Team Satan, tracciamo un cerchio di quasi 90 metri di diametro su un campo di grano. Ecco le semplici operazioni da eseguire con un compasso e un righello (oppure con una corda e uno stomper).
Prima fase
1) Tracciate un cerchio qualsiasi. Chiameremo C il suo centro (figura a sinistra).
2) Aprite il compasso in modo che una punta tocchi il punto più basso dell'ultimo cerchio tracciato, l'altra il punto più a destra (figura al centro). Con la stessa apertura, tracciate un altro cerchio (più grande del primo) intorno al centro C (figura a destra).
3) Ripetete il punto 2 più volte, e fermatevi soltanto quando siete stufi.

Irving, Lundberg e Dickinson erano partiti da un cerchio di 7 metri abbondanti, e dopo aver ripetuto il punto 2 per cinque volte, avevano superato i 40 metri. Voi potete fermarvi quando volete: come regola generale, cercate di non uscire dai bordi della pagina (o di non uscire dai confini del campo). Supponiamo che vi fermiate dopo aver tracciato cinque cerchi:

Di fronte a voi ci sono una serie di cerchi concentrici. Immaginate che si tratti di una torta da dividere tra 16 persone: cercate di tagliarla a spicchi tutti uguali. Se lavorerete su un campo di grano, la cosa sarà appena più difficile: il Teorema del Coseno(1) potrà tornarvi molto utile, oppure potrete fare una serie di fare bisezioni ripetute come fareste con riga e compasso. Su un foglio di carta, sarà facile come affettare una pizza. Colorate quindi il cerchio più interno (o, se siete su un campo, abbattete tutto il grano che circonda).

Siete pronti per la seconda e ultima fase.
Seconda fase
1) Scegliere uno spicchio qualsiasi. Partendo dal cerchio più esterno, muovetevi a zig-zag all'interno dello stesso spicchio per raggiungere il cerchio successivo, poi il successivo, fino ad arrivare a quello centrale. Ripetete due volte la procedura, intrecciando il primo percorso con un secondo speculare.

2) Ripetete il punto 1 per tutti i sedici spicchi.
La figura cui arriviamo è qui illustrata:

Senza accorgercene, abbiamo creato un'immagine densa di simbolismo esoterico.

La prima fase di costruzione faceva in modo che ogni cerchio più grande avesse un raggio pari al lato del quadrato inscritto nel cerchio più piccolo. Questa procedura, eseguita da noi meccanicamente, senza eccessive preoccupazioni simboliche, assume per i "credenti" nel fenomeno dei cerchi nel grano dei profondi significati alchemici. Ecco come la descrive Bert Janssen, uno studioso di simbologia dei crop circles:
Molte formazioni hanno mostrato connessioni più o meno nascoste con l'Alchimia e in particolare con l'interazione tra lo Spirito e la Materia. [...] Cominciamo da un quadrato inscritto in un cerchio. Lo Spirito (la sfera) che circonda la Materia (il cubo). Un nuovo quadrato circonderà il cerchio e un secondo cerchio circonderà il secondo quadrato. Possiamo ripetere questa procedura più volte, generando una serie di cerchi e quadrati. Strati alternati di Spirito e Materia.
Sapevate di realizzare qualcosa di così altamente simbolico? Probabilmente no: pensavate probabilmente a tutt'altro durante i passi ripetuti della prima fase di costruzione. Eppure, il frutto del vostro lavoro incarna l'essenza stessa della magia; come scrive Janssen:
La formazione mostra l'annidamento di cerchi e quadrati a partire da un grande cerchio all'interno del quale si ripetono cerchi sempre più piccoli. Ciò che è nel grande è come ciò che è nel piccolo. Ciò che è in alto è come ciò che è in basso.
Ma passiamo alla seconda fase, a vostra insaputa ancora più fertile di significati magici. I vari percorsi a zig-zag, realizzati pedestremente seguendo sempre la stessa regola, hanno prodotto una serie di spirali molto particolari, che si intrecciano in senso orario e antiorario e che i matematici chiamano "spirali logaritmiche di Fibonacci". Si tratta di figure molto affascinanti non solo dal punto di vista estetico: hanno infatti molte proprietà matematiche particolari, talmente complesse che sembra impossibili poterle realizzare di notte al buio in un campo di grano o su un foglio di carta senza far uso di calcoli complessi. Per accorgerci di quanto l'immagine appaia complicata, dobbiamo mostrarla a qualcuno che non ha seguito la procedura di costruzione: difficilmente costui si accorgerà che non è che la stupida ripetizione di tante righe a zig-zag, che collegano punti ottenuti tracciando un cerchio dentro l'altro. Potrebbe quindi ricordarvi che simili spirali orarie e antiorarie si intrecciano al centro dell'infiorescenza dei girasoli, e il rapporto tra il numero di tali spirali tende al numero phi (che i matematici chiamano anche "sezione aurea"), trattandosi del rapporto tra due numeri di Fibonacci sempre più grandi a seconda delle dimensioni del fiore. Qualche ricercatore della fazione dei "credenti" arriva a riconoscervi addirittura un messaggio per l'evoluzione dell'intera umanità. Meditate con attenzione le terribili parole di Adriano Forgione che descrivono il vostro cerchio:
Se l'uomo è destinato a tornare al cosmo, come avverrà tutto ciò? I crops sembrano ancora una volta contenere la risposta ed è ancora la spirale a indicarci la strada. […] Infatti la spirale aurea è basata sul valore di 1,615 che è un numero ricorrente in natura, riscontrato nel fiore di girasole così come nella spirale delle galassie. È inoltre presente nella doppia elica del DNA. La sequenza numerica di Fibonacci, così concepita, basilare per la geometria sacra delle civiltà antiche, è la chiave per capire come la natura disegni le sue creature (alberi, fiori, ecc.). È inoltre uno dei fondamenti della fisica convenzionale. È quanto stiamo scoprendo oggi, accettando il fatto che l'Universo abbia più dimensioni o passaggi intercomunicanti nei quali i nostri visitatori viaggiano senza problemi, utilizzando delle feritoie in una griglia interdimensionale che si dischiude esattamente come una spirale.
Supponiamo che vi troviate in tribunale e veniate accusati di aver realizzato il vostro cerchio con l'intento di nascondervi riferimenti allo Spirito e alla Materia, all'elica del DNA, ai passaggi galattici interdimensionali e alla sequenza di Fibonacci. Al giudice potreste rispondere: «Mi creda, io ho seguito poche stupide regole che ho trovato su un libro: non avevo idea di che cosa stavo facendo, né intendevo minimamente realizzare quello che mi accusate di aver creato.» Occultamento colposo di simboli esoterici? L'unica vostra speranza è che il giudice si fidi delle vostre originali intenzioni, perché se dovesse giudicarvi per il risultato, sareste costretti ad ammettere che da poche e semplici regole è emerso magicamente qualcosa di complesso ed evocativo. Si tratta di un fenomeno ben noto in ambito matematico, in particolare nella teoria del caos, ed è qualcosa che i circlemaker sono abilissimi a sfruttare per semplificare al massimo il loro lavoro pur realizzando opere che vengono ritenute troppo complicate per avere un'origine umana.
Quello della "complessità emergente" è il trucco meglio custodito di questa branca dell'illusionismo. Rob Irving e John Lundberg descrivono così l'opera che abbiamo appena completato:
L'ispirazione ci venne dai dipinti di illusioni ottiche note come Op Art, create da artisti come Bridget Riley e Victor Varsley. Questi artisti utilizzavano le illusioni ottiche per realizzare dipinti in grado di far vibrare la retina e sfidare il cervello ad interpretare le immagini mentre queste sembravano muoversi e modificarsi in modi strani e apparentemente impossibili. Queste forme sono l'ideale per i circlemaker che vogliano ottenere effetti che sembrino impossibili da realizzare, spingendo più in là i limiti di ciò che è considerato umanamente possibile in questo ambito. […] La chiave di un cerchio nel grano di successo è una certa complessità visuale basata su semplici e ripetitivi elementi geometrici. […] Le curve [delle spirali] sono composte da piccoli segmenti tutti uguali, che si intrecciano all'interno di ognuno degli spicchi della formazione. Seppure appaiano particolarmente complesse, in realtà sono molto semplici da costruire, e poiché gli elementi all'interno di ogni settore sono tutti identici, la costruzione può avvenire molto velocemente.
Se la matematica ci mette lo zampino, facendo saltar fuori la sezione aurea senza che l'avessimo preventivata, il resto ce lo mette l'immaginazione umana: basta rileggere i testi di Janssen e di Forgione per accorgersi di quante delle interpretazioni suggerite abbiano a che fare con la loro fantasia piuttosto che con un messaggio che ci arriva dallo spazio.
Bibliografia
Questo articolo è tratto dal mio libro La magia dei numeri, Milano, Kowalski, 2010.
Il più grande studioso di crop circle del mondo è italiano: si chiama Francesco Grassi, ha pubblicato un articolo scientifico sul Journal of Scientific Exploration (Vol. 19, n.2, pp. 159-170, 2005) e cura un fantastico blog sull'argomento.
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(1) Il Teorema del Coseno è descritto anche nel libro da cui è tratto questo articolo.
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La mia Photographie Insolite a Rennes-les-Bains
Sabato 31 luglio 2010 by Mariano Tomatis
L'espace d'art di Rennes-les-Bains, nell'Aude francese, ospita dal 30 luglio all'8 agosto 2010 la mostra fotografica collettiva "La Photographie Insolite".
Curata da Marcus Williamson, coinvolge 40 artisti provenienti da tutta l'Europa.
Io partecipo con questa fotografia intitolata I want to believe.

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Il giorno in cui Gesù si fece autografare Il Codice Da Vinci
Domenica 25 luglio 2010 by Mariano Tomatis
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"La magia dei numeri" su Velvet
Venerdì 16 luglio 2010 by Mariano Tomatis

Giovanni Medioli ha dedicato alcune righe al mio libro La magia dei numeri nel suo articolo "Diamo i numeri!" pubblicato su Velvet di agosto 2010.
Scrive l'autore:
Ma i numeri, in se stessi, spiegano veramente le cose? C'è chi lo sostiene, come Mariano Tomatis, laureato in informatica, divulgatore scientifico e prestigiatore (se trovate che queste attività cozzino fra di loro, pensate che, come tutti i trentenni italiani, per campare si deve arrabattare) autore del libri La magia dei numeri (Kowalski). Dice che "i numeri non mentono ma coi numeri si può mentire" e stila un vero e proprio manuale di sopravvivenza utile per decrittare i giochi delle tre carte dei politici in tivù, forse un po' meno per capire l'estratto conto della vostra banca. Ma per 13 euro e 50 non si può avere proprio tutto...
Per leggere l'articolo, clicca qui.
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