Eleonora Frida Mino

Ricordi per un 8 marzo di magia

Notte dell’8 marzo, ore 2.45. Nel mio mestiere di attrice incontro storie vere di donne straordinarie: in questa notte che precede la festa della donna ne voglio dedicare alcune a tutte noi. Talvolta sul palco accadono stranezze. Gli oggetti parlano, se li sappiamo ascoltare, e la magia si confonde col teatro. O è il teatro a confondersi con la magia? Vi spiego meglio, seguitemi.

Dalla penna di Mariano Tomatis sono nate storie di donne legate al mondo della magia, illusioniste del passato o donne moderne, unite da un tratto in comune: figure femminili non subalterne rispetto al “maschio” mago o uomo chicchessia. Ho avuto il piacere di interpretare questi carismatici personaggi, che solo la mente curiosa e sensibile di Mariano poteva scovare nella storia dell’universo femminile: li ho portati in scena durante la presentazione-spettacolo Laboratoire de Magnetisme Revolutionnaire Marie Nozière, al Circolo Amici della Magia di Torino, lo scorso 28 gennaio 2015.

Ero emozionata come a uno dei miei primi debutti. Al Circolo si respira l’aria di un luogo dove sono passati i “grandi”. Un profumo di meraviglia e stupore. In cui mi sono immersa, con tutta la pelle, calcando quel palco.

Un limone

Sono entrata in scena asciugandomi e con un limone in mano. Mildred Snalling, in arte Minerva, illusionista donna, eseguiva il numero della fuga dal bidone metallico pieno d’acqua.

inerva. L’incubo peggiore di Harry Houdini.

Si immergeva legata, incatenata e ne usciva in pochi minuti, con abiti fradici e tra gli applausi del pubblico in estasi. Celebrità che suscitò la furia di Houdini: il noto illusionista fece versare di nascosto, nel bidone, abbondante succo di limone. Aprendo gli occhi sott’acqua, Minerva si trovò in grande pericolo. Ne uscì comunque, come sempre: fiera, bella, sorridente.

In scena, al termine del racconto, dò un morso al limone, gustandone fino in fondo il sapore (il trucco? ho scelto un dolce limone di Sicilia). Quel limone racchiude il tentativo di un “grande” uomo di rendere “piccola” una donna. Nel mio morso vi è tutta la rivincita di una “grande” donna!

scii da quel bidone in lacrime e con una certezza: il ricordo dei miei occhi rosso fuoco avrebbe tormentato a lungo le sue notti.

Un carciofo

Mi torna in mente il monologo “Per questo” che porto in giro per l’Italia dal 2012. Per 101 repliche ho avuto l’onore di raccontare la vita di Giovanni Falcone, la storia del maxi processo e la lotta che il Giudice e i suoi colleghi condussero contro la mafia.

ai come si chiama la corona del carciofo? Cosca, ma è una parola che ha anche un altro significato: gruppo di mafiosi, cosca o anche famiglia. Quando Giovanni arriva a lavorare a Palermo, la città è un po’ come questo carciofo: in ogni quartiere, ogni zona in Palermo o fuori, vi è una cosca che impone la sua legge ingiusta.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino iniziano le indagini e istruiscono il maxi processo: centinaia di uomini “d’onore” mafiosi per la prima volta vengono messi in gabbia, in tribunale. Io sfoglio il carciofo, foglia dopo foglia, con determinazione, consapevolezza, rabbia. E il carciofo si fa più piccolo, debole. Però ha sempre alcune spine e punge. È in grado ancora di fare male, molto male. Racconto di una donna: Francesca Morvillo, la moglie di Falcone. Pochi ne ricordano il cognome, molti non sanno che anche lei era un magistrato. Non abbandonò mai il marito, fu sempre al suo fianco sopportando gli stessi disagi e la vita da recluso cui era sottoposto lui, sotto scorta, oggetto di continue minacce, consapevole dei rischi. Lo incoraggiò con amore infinito, stima e rispetto nella sua lotta contro la mafia. Fu sempre con lui, fino alla fine. Prima o poi racconterò la storia di Francesca.

Sembra una divagazione ma non lo è davvero: là un limone, qui un carciofo... il monologo dedicato a Falcone fa parte di me e me lo porto addosso come una coperta che mi avvolge. Di notte fa più freddo e le coperte scaldano il cuore.

Torno con il pensiero al Circolo Amici della Magia.

Con me, sul palco, solo donne: artiste illusioniste, tra le poche in un mondo quasi esclusivamente maschile. E una voce narrante, che ascolto affascinata mentre sono fuori scena: racconta di Mariè Noziere, popolana che marciò su Versailles, figura centrale de L’armata dei sonnanbuli di Wu Ming. La visione di lei, fiera e consapevole, accompagna i miei veloci cambi d’abito.

Lavagnette

E qui casca l’asina. L’asina che sarei io... Interpreto Julia Garrett, vedova di un famoso medium di Los Angeles, vissuta alla fine dell’Ottocento.

Sul copione, la donna dice che la morte non è davvero ’a livella. Sabauda come sono, è la prima volta che mi imbatto nel termine. Durante le prove mi spiegano il significato dell’espressione, perché non conosco il napoletano. Una sera prima dello spettacolo un artista napoletano molto caro legge per me la poesia di Totò:

A morte ’o ssaje ched’’e? È una livella.

L’ora notturna ispira divagazioni. Ma torniamo a Julia: macché ’na livella! Ai ricchi suo marito offriva un servizio di comunicazione diretta con i loro cari defunti, durante le sedute spiritiche: bastava pagare per far arrivare nel mondo dei vivi le parole dei morti.

Quando si ritrova vedova, Julia è senza un soldo e con tre figli da crescere. E che fa? Conosce tutti i trucchi del marito e ne prende il posto, diventando la medium più famosa della costa Ovest. Mentre interpreto Julia devo eseguire il trucco che permette di comunicare con l’aldilà, materializzando un messaggio su due lavagnette. Nella mia testa scatta il pensiero: «Non sono un’illusionista, sono un’attrice!» Prendo in mano le lavagnette e comincio ad eseguire il trucco... e lo sbaglio! Respiro, sorrido. Improvviso una battuta senza uscire dal personaggio: «Con tre figli da sfamare devo eseguire bene questo trucco per voi!». Il pubblico ride e io ci riprovo… riuscendovi!

Sulla lavagnetta prima vuota compare la scritta:

er entrare in paradiso ho bisogno di un’ultima opera di carità. Versate 15 mila dollari alla vedova Garrett.

Fotografia di Veronica Maniscalco

Poi più dimessa, Julia confessa:

i sentivo la Robin Hood dell’aldilà: rubavo ai ricchi defunti per dare ai poveri.

Sono cascata nell’idea, sbagliata più che mai, che l’illusionismo sia diverso dal teatro! Non è così! Forse noi attori usiamo di più la parola e non abbiamo le mani tanto allenate. I maghi trasformano le cose – carte, numeri – mentre noi attori trasformiamo noi stessi. Ma anche i maghi lo fanno, ogni volta che salgono sul palco. E tutti operiamo sorprendenti magie: il confine tra le diverse arti teatrali, in fin dei conti, non è che un’illusione. Una cosa ci accomuna: siamo tutti creatori di meraviglia e stupore.

Poi nel 1892 Julia Garret svelò tutto. Sulla sua figura Woody Allen ha scritto un film: Magic in the Moonlight. Guardatelo: è una storia che non dimenticherete.

Ed eccoci tutte insieme, al termine dello spettacolo: io, Manuela l’ipnotica voce narrante; Nella, Laura, Silvia, Gaia, le illusioniste che si sono esibite.

Da sinistra: Nella Zorà, Eleonora Frida Mino, Manuela Grippi, Lilyth (Laura Luchino), Gaia Elisa Rossi, Fantasy (Silvia Agnello) e Mariano Tomatis. Fotografia di Veronica Maniscalco.

Sul palco ci siamo tutte donne... a parte Mariano, che spunta con un po’ di timidezza, in segno di “rispetto”, quasi a non voler turbare quell’equilibrio tutto al femminile. Poi sale Wu Ming 1: che onore averlo con noi! Manca Carlo Bono, che è dietro le quinte con Fabio Lo Conte, per seguire la parte tecnica dello spettacolo. È la prima volta che mi lascio guidare da un regista/tecnico diverso dai miei storici collaboratori – e ne sono onorata.

L’8 marzo è iniziato da alcune ore e a noi donne dedico questi miei ricordi di scena. Uomini non piegateci alla vostra volontà, non giustificate i vostri gesti di violenza solo perché alcune di noi li lasciano correre per una strana concezione di amore. Di noi donne celebrate sempre la bellezza, la libertà, la dolcezza, la forza, l’amore. L’insicurezza, la determinazione, la paura e le gioie. Noi siamo tutte Julia, Minerva, Francesca, Marie. Tutto questo e tanto altro ancora. Siamo anche attrici e illusioniste: siamo meraviglia e stupore.

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