Federica Zangirolami *

Adolescenti e violenza di genere, in margine a “Donne a metà”

Perché parlare di adolescenza nell’ambito delle tematiche sollevate da Donne a metà? Credo vi siano almeno tre buoni motivi. I primi due sono molto suggestivi, visto il contesto del documentario, e hanno a che fare da un lato con la magia e dall’altro con il sentirsi “tagliati a metà”.

L’adolescenza è un’età “magica” in cui avvengono trasformazioni importanti, che spesso traghettano in maniera burrascosa dall’incantato mondo dell’infanzia a quello della vita adulta. Nei marosi della traversata, l’adolescente deve affrontare molte sfide evolutive e molti cambiamenti: trasformazioni che riguardano anima, corpo e psiche e che indirizzano verso una costruzione identitaria nuova, originale e unica, che farà di quella persona un individuo unico, originale, irripetibile.

Chi, come me, lavora a stretto contatto con loro comprende e sente quanto tale percorso sia costellato di difficoltà, angosce e dalla netta sensazione di essere spaccati, divisi, “tagliati a metà” appunto; sospesi, quando non addirittura dilaniati, tra l’Infanzia, che conoscono e li rassicura, e il Futuro, che impone loro una ridefinizione del rapporto con i pari, con l’Altro e con il sesso esperito attraverso l’Altro. Il passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza, infatti, è segnato dall’erotizzazione delle relazioni. Il tempo dell’infanzia è il tempo dell’identificazione idealizzante con i propri genitori, poi l’idilio svanisce e l’adolescente si ritrova solo di fronte all’Altro, anche nell’ambito sesso. E arriviamo così al terzo e più importante motivo per cui mi pare interessante parlare di adolescenza nel contesto della violenza di genere.

Se l’età dell’adolescenza è il momento in cui si inizia a strutturare in modo più significativo il contatto con l’Altro a livello relazionale e sessuale, è qui che si dovrebbe concentrare maggiormente l’attenzione verso il modo in cui viene percepito e attualizzato tale contatto. È qui che si dovrebbe focalizzare ogni aziona di sensibilizzazione e prevenzione verso la violenza di genere.

L’adolescente di oggi è figlio narciso “fragile e spavaldo” – per dirla con Gustavo Pietropolli Charmet – della cultura nella quale è cresciuto, dei media, del linguaggio degli organi di informazione, ma anche dalla famiglia, dagli insegnanti e da tutte le agenzie educative che gli sono più vicine nella quotidianità.

Il contesto socio-culturale a cui apparteniamo è ancora permeato di una visione patriarcale dei rapporti uomo-donna, che si traduce in una sottile, silenziosa e sistematica squalifica e sessualizzazione del corpo e dell’immagine della donna, ed è spesso pervasa da pericolosi stereotipi e pregiudizi che orientano e legittimano le azioni violente degli uomini nei confronti delle donne, fino ad arrivare al femminicidio.

Occorre che noi tutti – e in particolare gli adulti che popolano il mondo di riferimento dell’adolescente – siamo sensibili alla rappresentazione sociale del ruolo femminile e al modo in cui viviamo, descriviamo, commentiamo e reagiamo alle situazioni violente.

Nel loro libro L’ho uccisa perché l’amavo? (falso!) (Laterza 2013) Loredana Lipperini e Michela Murgia ci richiamano alla responsabilità scrivendo:

isogna imparare a parlare di femminicidio. Non solo i mezzi di comunicazione devono farlo. Dobbiamo farlo noi, e voi: perché tutti siamo ormai, ognuno nel proprio ambito comunicatori. Dobbiamo imparare a riflettere per far passare il messaggio giusto. Non dobbiamo semplificare , per nessun motivo. Perché il rischio è che la semplificazione cannibalizzi e annienti quanto è stato fatto e il moltissimo che resta da fare. Dobbiamo trovare le parole. Per chi di parole vive, per chi alle parole crede, non si può che cominciare da qui, da quel racconto deviato che riporta tutto a un concetto “naturale” (si è maschi e femmine per natura e non per cultura) ancora non scalfito nonostante i secoli. Di nuovo c’è quel malinteso concetto di natura, uomini forti, donne deboli, uomini predatori e donne prede, si miscela con un generale terrore dell’abbandono che oggi ci riguarda tutti, donne e uomini. Ma le donne, diceva una psicologa tempo fa, temono di essere lasciate, gli uomini lo rifiutano. Per cultura, e non per natura: il femminicidio si chiama così proprio perché definisce un tipo di delitto che avviene all’interno delle relazioni impregnate di una struttura culturale arcaica, che ancora non si dissolve. Non tutte le relazioni sono così, non sempre. Ma un poco di questa eredità ci riguarda tutti, uno per uno e una per una, e anche con questo bisogna fare i conti, anche con questo dobbiamo imparare a non dire: «A me non succede e neanche a quelli che conosco.» Bisogna guardare oltre. O guardarsi dentro, che è ancora più difficile. (1) 

A proposito di linguaggio, avete mai ascoltato un gruppo di adolescenti parlare tra loro? Avete notato che tipo di appellativi utilizzano per chiamarsi vicendevolmente? Oltre ai nomignoli e ai soprannomi, tra maschi e femmine usano regolarmente delle vere e proprie offese, le più gentili delle quali sono “cacchetta”, “merdina”, “stronz*”, “idiota”… Questa modalità ha anche una connotazione positiva, che ha a che fare con la strutturazione di un senso di appartenenza al gruppo necessario alla crescita, ma sarebbe irresponsabile non riflettere su un aspetto che diventa (o può diventare) estremamente rischioso, dato un contesto socio-culturale dove si respira una tacita legittimazione dell’uso violento del linguaggio – non solo nei confronti delle donne.

Da una ricerca del 2011 promossa dalla Regione Veneto (scaricabile da qui) emerge – su un campione di 1587 adolescenti – un’ideologia ancora fortemente sessista e stereotipata delle differenze di genere, soprattutto nei maschi. Emerge anche che entrambi i generi giustificano i comportamenti violenti all’interno di una coppia, soprattutto quando motivati dalla gelosia. Il tradimento appare più grave del comportamento violento stesso. Questo deve farci riflettere.

Narcisisticamente fragile e dunque spesso spavaldo, a volte l’adolescente usa lo strumento della distruzione per accedere al processo creativo e per individuare un suo universo identitario. Facendo questo, rischia di rimanere invischiato nel piacere che ricava nel vandalismo della cultura, del linguaggio e dunque prigioniero dell’azione povera, rude, cattiva e disperata (ancora Charmet). Al contempo noi adulti dobbiamo sviluppare una maggiore sensibilità e vigilanza verso questi processi, verso le premesse con cui i nostri figli, alunni e conoscenti si approcciano agli altri, ma anche verso le premesse con cui noi ci approcciamo ai nostri figli, alunni e conoscenti e verso il linguaggio che utilizziamo per farlo e per descrivere ciò che vediamo.

Come possiamo aiutarli a rileggere le loro relazioni in un’ottica di rispetto e apprezzamento delle differenze? È una responsabilità cui noi adulti non possiamo sottrarci.

In linea con il documentario di Mariano Tomatis, credo che la questione (letteralmente) di vita o di morte sia quella di non smettere di porsi delle domande, non dare nulla per scontato e non porsi acriticamente di fronte a ciò che ci viene raccontato, dai media ma anche dai nostri pari. Chi, prima di aver visto Donne a metà, aveva mai pensato di interpretare in chiave aggressiva un mago che mette in scena la donna tagliata a metà? Alla stessa stregua dovremmo domandarci cosa sfugge alla nostra vista, cosa ci siamo disabituati a vedere. Quali stereotipi ci guidano nel rapporto con l’altro sesso? Giustifichiamo gli atti violenti? Con quale motivazione? Legittimiamo l’uso della violenza dei nostri figli o alunni nei confronti degli altri? Abbiamo mai domandato loro come si comportano con l’altro sesso, cosa pensano delle molestie, delle prevaricazioni, della violenza?

Quello su cui vorrei insistere è la necessità di essere, in prima istanza, consapevoli delle lenti che usiamo per interpretare la realtà: solo così possiamo pensare di costruire altre storie più positive e rispettose dell’altro e della donna in particolare.

A proposito di una nota saga di vampiri che qualche anno fa ha spopolato tra gli adolescenti, Michela Murgia ci faceva notare una cosa che pochi di noi credo abbiano colto: l’episodio cui la scrittrice si riferisce è il rapporto sessuale che segue il matrimonio tra il vampiro e l’umana. Vista la spropositata ed eccezionale forza che hanno i vampiri rispetto agli umani, la mattina successiva al rapporto la ragazza si risveglia con il corpo tumefatto di lividi, perché il vampiro si è lasciato trasportare un po’ troppo dall’estasi amorosa. Quasi nessuno storce il naso davanti a una scena del genere, dando per scontato non solo che questo possa accadere, ma che sia normale. Il messaggio veicolato dalla scena è che la violenza dell’uomo sulla donna è tollerata e tollerabile, soprattutto se è per amore.

Ecco a cosa mi riferisco quando insisto sulla necessità di promuovere una lettura critica delle situazioni che la vita ci propone. Dobbiamo tutti provare a riscrivere scene alternative, che non banalizzino, che non mortifichino, che non squalifichino. Educare alla complessità, costruire storie più raffinate, è l’invito di Tomatis. Entriamo nell’ottica della complessificazione del punto di vista. Aggiungiamo nuove voci, senza la paura di chiedere aiuto agli uomini in questo. Impariamo a scoprire il lato maschile sano e adeguato che può aiutarci a capire meglio come si può essere uomini e donne che stanno bene insieme e si rispettano vicendevolmente.

Agli uomini che, come Tomatis, provano imbarazzo per una virilità espressa in forme così barbare e che si indignano di fronte allo scempio – anche solo simbolico – della donna, chiediamo di scoprire e riscoprire insieme nuovi modelli di virilità, lontani dall’idea che l’uomo debba essere forte e imporre il proprio potere con la forza (fisica e psicologica) o con il possesso, che afferma sé stesso solo distruggendo la donna.

Mi piace citare, a questo proposito, alcune righe di Massimo Recalcati, che insiste sulla necessità del ritorno del Padre sintetizzandolo con l’immagine di Telemaco, il figlio di Ulisse che aspetta il ritorno del padre guardando il mare

n gioco non è l’esigenza di restaurare la sovranità smarrita del padre-padrone. La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni. La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare appunto come si possa stare in questo mondo con desiderio e al tempo stesso con responsabilità. Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parole sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare attraverso la testimonianza della propria vita che la vita può avere un senso. (2) 

* Federica Zangirolami è psicologa e psicoterapeuta a orientamento sistemico-relazionale. Svolge attività clinica e di consulenza con adolescenti, adulti, famiglie e coppie.

Note

1. Loredana Lipperini e Michela Murgia, L’ho uccisa perché l’amavo? (falso!), Laterza 2013.
2. Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco: Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano 2013.

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