Mario Tronti, 16 novembre 2006

Marx, Benjamin... e Gioacchino da Fiore Lo Spirito che disordina il mondo

L’argomento di questo incontro non è certo usuale, ha una sua buona inattualità. Ma l’inattualità è sempre una cosa positiva, rappresenta un momento di accantonamento del discorso di senso comune al fine di sviluppare un discorso di senso vero. Accostare i concetti di “politica” e di “spiritualità” è un’opportunità e nello stesso tempo un rischio. La politica oggi non sembra molto incline ad assumere in sé il tema della spiritualità e, all’opposto, la spiritualità non appare molto motivata ad assumere lo spirito del tempo, a sporgersi sul terreno dell’arena pubblica. Chi coltiva la spiritualità è portato a prendere una buona distanza dalla politica, almeno dalla politica corrente. E quindi si rischia una separazione.

La politica – si dice – è il mio impegno nel mondo e la spiritualità è la cura del mio foro interno: due dimensioni che rischiano di convivere senza incontrarsi. Oggi assistiamo ad uno spettacolo curioso, quello di molti uomini politici – o meglio alcuni, però sempre più numerosi – che dichiarano pubblicamente i loro interessi per i temi della trascendenza, della fede, e parlano di una loro fede nascosta. Lo fanno, possiamo dirlo, con parole molto approssimative. Ma il problema vero è che poi di tutto ciò non si ritrova traccia nei loro comportamenti quotidiani, nei livelli dell’azione e della decisione politica.

Ecco, qui funziona la separazione che, secondo me, richiama molto una classica distinzione – distinzione tutta “borghese” – tra pubblico e privato. In passato era in voga, in alcuni pezzi di ceto politico, la contrapposizione tra virtù pubbliche e vizi privati. Oggi va di moda il rovesciamento del binomio: vizi pubblici e virtù privata, nel senso che, di fronte alla condizione non entusiasmante della politica, a volte ci si vanta, o si è costretti a vantare, la frequentazione di un retroterra di rispetto, di dignità.

Devo però avvertire che con i termini “politica” e “spiritualità” non si vuole intendere “politica” e “religione”: nel caso della seconda coppia concettuale abbiamo a che fare con un ambito diverso di problemi, con i suoi temi specifici, le sue difficoltà da non trascurare. Tra l’altro, oggi, il problema del rapporto fra religione e politica è tornato prepotentemente alla ribalta. Ed è tornato alla ribalta significativamente “dall’alto” e “dal basso” del mondo e dei mondi contemporanei.

Dagli Stati Uniti, per esempio, sono venute le esperienze dei cosiddetti neocons, o teocons, con qualche cattiva imitazione anche nel nostro Paese. La religione torna ad essere – come ai vecchi tempi – un modo per tenere in ordine il mondo, per tenere insieme una società. La società è composta da individui, ed uno dei mezzi per tenere insieme questi individui separati è stato sempre il legame religioso. La religione è qui intesa come instrumentum regni. Ecco, in questo caso la religione si identifica con la politica e quando – come oggi – la politica è in crisi, la prima fa supplenza nella raccolta del consenso intorno al potere.

Il legame religioso sostituisce così il legame sociale. Accanto alla tendenza appena esaminata c’è il bisogno di religione che sale invece “dal basso”, dal mondo degli “esclusi”, di coloro che sono ai margini della civiltà contemporanea. Si tratta di una ricerca di co-appartenenza a un sentire comune capace di fare massa contro coloro che sono considerati gli “inclusi”. Sotto questo aspetto il pericolo è che la religione, più che instrumentum regni, diventi instrumentum belli. Del resto sappiamo per esperienza storica che il regno e la guerra sono andati sempre insieme.

Quando si fa riferimento al “fondamentalismo”, lo si fa seguire spesso dall’aggettivo “islamico”. Ma io credo che ci sia “fondamentalismo” dovunque c’è confusione tra religione e politica. Dovunque l’assoluto della verità diventa anche l’assoluto del potere. E, badate, questa confusione si manifesta in tanti modi che dobbiamo analizzare bene, per essere in grado di individuare il problema anche là dove si nasconde. Abbiamo conosciuto nel passato l’oppressione totalitaria. Oggi siamo di fronte a una forma di servitù volontaria che investe le nostre società liberal-democratiche, nelle quali si chiede di dare un libero assenso a chi comanda. Io mi sento di parlare in questa fase di “fondamentalismo democratico”: la democrazia rischia di diventare oggi la religione dell’Occidente, come del resto aveva profeticamente capito il genio di Tocqueville quando aveva studiato il sorgere della democrazia in America. Ecco, le guerre di esportazione della democrazia sono le guerre di religione dei nostri tempi. Rifletteteci un momento e vedrete che questa cosa si avvicina molto alla verità delle cose.

La “non sufficienza” dell’essere umano

A questo punto io credo sia necessario distinguere la “religione” dal “religioso”. Per fare questo possiamo seguire le nobili orme di autori ormai classici come Bonhoeffer o anche, in un certo senso, Simone Weil. L’espressione “sentimento religioso” secondo me non dice molto. “Sentimento” è una parola troppo leggera per il carico che il religioso pretende giustamente dall’essere umano. L’espressione “sentire religioso” mi piace di più perché evoca una disposizione dell’animo umano. Ci si può chiedere quindi se si tratta di una disposizione naturale. Non lo credo. Qualcuno, fin dall’antichità, ha parlato dell’uomo come “animale politico”; mi pare difficile parlare dell’uomo come “animale religioso”. Tuttavia credo si possa parlare giustamente di una “non sufficienza” dell’essere umano. La verità è che noi non bastiamo a noi stessi, siamo degli esseri fondamentalmente mancanti. Questo ce lo ha mostrato non l’esperienza religiosa ma anche la migliore antropologia moderna e contemporanea. Abbiamo bisogno di qualche cosa che non possiamo darci da soli.

Vi è un senso di fragilità della condizione umana, di insufficienza della volontà che – per me – è un senso da conquistare. Intendo dire che per chi si è formato nell’ambiente teorico e politico da cui provengo io è difficile arrivare oggi alla conclusione che non tutto nella storia è nelle nostre mani e che quindi c’è una zona di mistero da coltivare con cura come una risorsa, di fronte alla quale conviene fermarsi a contemplare.

Dall’esperienza che ho fatto fin qui ho capito che il pensiero – e tanto più il pensiero a cui mi sento legato, cioè il pensiero rivoluzionario – benché sia giustamente costituito dall’analisi, dalla ricerca, dalla progettazione, dall’azione, deve però essere aperto anche alla contemplazione. So che può sembrare strano dire questa cosa, ma penso che si possa cominciare a dirla. Tuttavia non vorrei che il mio discorso fosse frainteso. Non c’è nelle mie parole alcuna forma di intimismo, alcun redire in se ipsum, alcun autobiografismo, come va un po’ di moda adesso.

La mia riflessione nasce invece dall’esperienza storica. Se tiriamo – come si suole dire – i fili del ‘900, noi – noi “movimento operaio”, noi “comunismo novecentesco” – eravamo quelli che dovevano cambiare il mondo. Cambiare il mondo per cambiare l’uomo, anche se non si è mai capito se volevamo cambiare prima il mondo e poi l’uomo, o, viceversa, prima l’uomo e poi il mondo. In ogni caso, non siamo riusciti a fare né l’una né l’altra cosa. Ciò nonostante io credo che era giusto, era sacrosanto, cercare di farlo. Era giusto l’obiettivo, ma i mezzi erano impropri. Ecco, proprio l’insufficienza di quei mezzi mi rimanda all’insufficienza dell’uomo: la ragione non viene dall’interno, piuttosto dall’esterno dell’esperienza storica. In realtà siamo stati subalterni a quell’idea di onnipotenza della ragione umana che non era propria del moderno: non accusiamo il moderno anche delle colpe che non ha. Nel moderno c’è di tutto, c’è la via della crisi, la via del dubbio, tanto quanto c’è la via dello sviluppo, la via del progresso.

Quell’idea dell’onnipotenza della ragione era propria della borghesia moderna. E noi non abbiamo sottoposto a critica il percorso dalla grande ragione rinascimentale istruita dalla scienza alla piccola ragione strumentale comandata dalla tecnica. Se osserviamo l’arco della modernità vediamo proprio questo passaggio dalla sovranità e onnipotenza della scienza alla sovranità e onnipotenza della tecnica con cui oggi abbiamo soprattutto a che fare. Tutto ciò ha provocato e fondamentalmente stabilizzato il dominio della mentalità borghese sulla condizione umana.

Una crescente volgarizzazione della vita

Dunque, perché parlare di spiritualità? Userò delle frasi nette. Mi scuso con voi, ma siccome adesso si parla in genere senza dire niente, io uso il criterio opposto, cioè scelgo delle frasi che dicano il massimo che si possa dire. E allora, perché la spiritualità? Perché il capitalismo ha fatto il deserto all’interno dell’uomo. Perché il capitalismo ha reciso le radici dell’anima all’interno della persona, e questo è un grande motivo culturale di lotta al capitalismo.

Culturale: perché ci sono anche altri motivi di lotta, anche più seri e più fondati. Ma questo è un motivo di lotta che non vedo essere sollevato con efficacia da nessuna delle poche forze anticapitalistiche rimaste. Ci troviamo di fronte ad una crescente volgarizzazione della vita, siamo dentro a un grandioso processo di volgarizzazione che nasce proprio da questo guasto che la mentalità capitalistica ha introdotto all’interno dell’uomo.

Tuttavia, muovendoci su un piano culturale, appunto, capitalismo non è la parola esatta. Io uso sempre questa parola perché è la più eloquente per dire dove siamo, benché non la usi quasi più nessuno. La usano soltanto i capitalisti. Perché? Perché la parola capitalismo, se ci fate caso, ha perso il senso che aveva avuto per molto tempo, il suo senso dispregiativo. Ormai ha soltanto un senso positivo. In questo caso comunque non è la parola giusta, perché è meglio usare l’espressione “mentalità borghese”. Con questa intendo la declinazione borghese della modernità, che ha come chiave, come pietra miliare, la figura dell’individuo neutro, che poi è l’individuo proprietario – anche proprietario di capacità di lavoro, come ci ha insegnato Marx. Individuo libero. Libero però nel senso che ha la libertà di vendere il proprio lavoro al migliore offerente. Potremmo aggiungere oggi: quando è fortunato di trovare un compratore.

Dall’operaio massa al borghese massa

Marx parlava di “proletarizzazione crescente”. Oggi dovremmo rovesciare nel suo contrario quella previsione sbagliata, perché assistiamo ad un fenomeno di “borghesizzazione crescente”. A noi è toccato di vivere un passaggio paradossale, per il punto da cui eravamo partiti, ovvero il passaggio dall’operaio massa al borghese massa. Ci troviamo di fronte ad una composizione sociale, la famosa società dei “due terzi”, in cui la grande maggioranza tende – dall’alto e dal basso – ad avvicinarsi al medio, al livello medio. Il piccolo borghese ha come sua aspirazione massima quella di arrivare ad una condizione di media borghesia; e, se ci fate caso, non esistono più i grandi borghesi: i grandi imprenditori di oggi se li andate a vedere da vicino sono dei borghesi medi. Lo si evince da come si comportano, da come agiscono, anche da come vivono nella loro esistenza quotidiana. Non solo non abbiamo più Rathenau ma non abbiamo più nemmeno Gianni Agnelli: abbiamo i furbetti del quartierino. Poi c’è anche una zona di emarginazione che in Occidente è minoritaria, ed è maggioritaria nel resto del mondo.

È accaduto in sostanza che il bourgeois si è mangiato il citoyen, secondo la classica definizione della duplicità dell’uomo moderno, borghese e cittadino; il denaro si è mangiato lo Stato. O, ricorrendo ad un esempio che abbiamo sotto gli occhi tutti in questi ultimi anni, la moneta si è mangiata l’Europa: noi non abbiamo oggi l’Europa unita, ma abbiamo la moneta unica. Credo che tutto ciò si possa esprimere con la seguente formula: le democrazie occidentali sono le più perfette dittature del denaro. Le vecchie dittature noi le individuavamo nella figura del dittatore, una figura esistenziale, personale che le rendeva riconoscibili. Tutti sapevano di vivere sotto una dittatura. La dittatura del denaro non ha una figura personificata e quindi è difficilissima da essere riconosciuta come tale; si vive nella dittatura del denaro convinti di essere in una democrazia politica, questa è la condizione in cui siamo oggi.

Ho collaborato a un piccolo testo a cura della comunità di Bose – ci ho lavorato insieme ad Enzo Bianchi – che raccoglieva i detti, soprattutto dei padri del deserto, sul denaro, anzi contro il denaro. Prendeva il titolo da un’espressione di Giovanni Crisostomo che dice “il tuo e il mio sono fredde parole”. Ecco, su queste cose non c’è lotta politica – e magari ci fosse – però possiamo introdurre una forma di battaglia culturale. Non voglio impostare il mio intervento semplicemente da un punto di vista politico, perciò adesso cambierò il registro del discorso. Fin qui ho tuttavia cercato di far capire che dietro la scelta del tema, “politica e spiritualità”, ci sono anche queste cose.

Il mondo “di fuori”, un mondo nemico

Tornando alla spiritualità. Che cos’è per me la spiritualità? Hannah Arendt lo ha accennato in un passaggio che anch’io mi sento di condividere: spiritualità è fondamentalmente “interiorità”. È il mondo interiore dell’essere umano, declinato in forma duale, oggi, giustamente, al femminile e al maschile, che sono due modi differenti di essere al tempo stesso complementari e conflittuali. Questo mondo interiore è un mondo vasto – più vasto del mondo esterno – e tendenzialmente infinito. Valgono qui le parole del poeta, o della poetessa: ‘‘per quanto lontano tu possa andare, non potrai mai raggiungere i confini della tua anima”. Ecco qui qualcosa di non misurabile, di non calcolabile, di non sottoponibile alla ragione strumentale. Ma infinito è anche da intendersi come indefinito, e quindi non traducibile in numeri, in leggi, in codici, e soprattutto non traducibile, per fortuna, in immagini, dal momento che viviamo nella società dell’immagine.

Trovo in questa dimensione dell’essere una forte e profonda carica antagonistica nei confronti dell’attuale organizzazione della vita e confesso che a volte mi sembra questa l’ultima e definitiva frontiera della resistenza nei confronti dell’aggressione proveniente dal mondo esterno. Io infatti considero il mondo “di fuori” un mondo nemico. Dunque bisogna stare attenti a considerare la spiritualità come una sorta di “benessere interiore”, insomma la cura di sé per trovare l’armonia con il mondo. Oggi assistiamo anche alla sostituzione dello psichiatra con il filosofo. Si va dal filosofo per raccontare le proprie nevrosi interne e lui ci fornisce le ricette per stare bene. Per non parlare della declinazione del religioso nel senso new age che va un po’ per la maggiore. Ecco: io contrappongo a tutto questo un’altra cosa, molto netta: stare in pace con sé, oggi, vuoi dire entrare in guerra con il mondo.

Ora, la spiritualità ha una storia lunga. Arriva a noi da molto lontano. Panikkar parla di quel terzo senso che è – dice lui – come un barlume più o meno chiaro di consapevolezza che nella vita c’è qualcosa in più di ciò che è percepito dai sensi o inteso dalla mente. Un qualcosa di più – dice lui – di un ordine diverso: non è un prolungamento orizzontale verso ciò che ancora non sappiamo o che ancora non siamo, è piuttosto un salto verticale verso un’altra dimensione della realtà. Si pone in una direzione terra-cielo, per la quale è necessario lo “stare eretti”; ce lo ha raccomandato il filosofo novecentesco Bloch: stare eretti, che non è un semplice modo fisico, ma è un modo spirituale di essere. Stare sulla terra andando verso l’alto, e cioè non piegati sotto qualcosa. Che è poi la condizione dell’essere liberi, come poi dirò a conclusione del discorso. E tuttavia quella conflittualità della spiritualità – perché io di questo parlo, della conflittualità della spiritualità – credo sia possibile trovarla di più e meglio nella nostra tradizione, la tradizione ebraico-cristiana. Il passaggio dal cosmico allo storico è un passaggio che può essere male inteso, può essere anche falsificato, ma è quello che a me soprattutto interessa. Direi che tutto comincia dai grandi profeti biblici (ma anche i profeti minori non scherzano). I libri profetici, dunque, ma anche i libri sapienziali del primo testamento. E poi i padri del deserto. Vi invito a leggere il testo di Enzo Bianchi, se non lo conoscete già, che si intitola proprio “Le parole della spiritualità”, e ha un sottotitolo che recita “Per un lessico della vita interiore”. Bianchi prende le mosse da quando, all’inizio del quarto secolo, in piena crisi dell’assetto imperiale, comincia a risuonare quell’invocazione “Abbà, dimmi una parola!”. Una parola per la vita, una parola per dare un senso all’esistenza: si cominciava a formare proprio un linguaggio della spiritualità, dei nomi da dare alla realtà dello spirito.

Sparare sugli orologi

Allora, la mia tesi è questa: la spiritualità è un linguaggio della crisi. Ecco perché nella crisi della politica cui assistiamo oggi entrano e devono entrare le parole della spiritualità. Cito alcune di queste parole che Bianchi racconta una per una. Sono molte, ne ho scelte alcune fra quelle che sento più vicine: ascesi, vigilanza, pazienza, ascolto, meditazione, preghiera, silenzio, solitudine. Sono tutte parole oggi alternative a tutto ciò che ci circonda. Noi viviamo nella società della fretta, del movimento accelerato, della corsa quotidiana, dell’arrivare in tempo, dell’orologio. La prima cosa che fecero i comunardi (splendidi!) quando conquistarono Parigi fu di sparare sugli orologi. Credo che sia un’immagine stupenda della rivoluzione.

Vi è un contrasto tra i tempi esterni imposti alla vita e il tempo interno di cui ha bisogno invece la persona umana. E qui nasce una contraddizione fondamentale che è una contraddizione politica. Quelli che comandano non sono, badate, i governi, i parlamenti, i partiti – questi sono attori supplenti, attori flessibili se non precari, infatti ci sono e poi non ci sono più e ce ne sono altri al posto loro -. Quello che ci comanda è la logica di sistema che impone il circuito produzione-circolazione-distribuzione-consumo. Questo è il potere reale che ci comanda. E noi cosiddetti cittadini siamo tutti sudditi di questo potere. Un potere che non vuole che noi ci fermiamo a pensare, non ci concede i tempi tecnici della riflessione interiore. Non appena abbiamo un attimo di tempo libero ce lo riempie. Con che cosa? Con l’intrattenimento, l’intrattenimento televisivo, con i reality show, con il festival del cioccolato o con la festa del cinema, che è più o meno la stessa cosa. Ecco, la notte bianca per me è l’espressione simbolica di questa socialità fasulla: in piazza per una notte, e per il testo dei giorni soli ognuno con la propria nevrosi quotidiana.

Ma riprendiamo il discorso, quello serio. La sapienza monastica di Benedetto Calati, splendido monaco di Camaldoli, ci ha guidato con un magistrale racconto attraverso la spiritualità del primo medioevo, da Gregorio Magno al monachesimo, da Beda il Venerabile e Pier Damiani a Bernardo. È nel quarto volume di una storia della spiritualità pubblicata da Borla ed uscita nel 1988. Quando leggi queste cose della spiritualità dal primo medioevo, ti accorgi che sebbene la modernità abbia certamente guadagnato molto rispetto al medioevo (noi non siamo antimoderni, per carità, siamo dei critici del moderno, che è una cosa ben diversa), tuttavia ha perso anche qualcosa. Ha perso qualcosa che attiene proprio al fondo dell’anima, per dirla con il nostro maestro Eckhart.

Vi sono diversi carismi ma uno solo è lo spirito, dice Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Questa evocazione viene ripresa ed esaltata per esempio nella mistica femminile medioevale dalla grande Margherita Porete, ma anche da altri. E il femminismo, per esempio – soprattutto il femminismo della differenza, che in Italia ha notevoli interpreti – ha privilegiato nella dimensione trinitaria la figura dello spirito, sottoponendo a critica il percorso che va dalla ruah, che in ebraico è femminile, a pneuma, che in greco invece è neutro, per arrivare a spiritus, che in latino diventa maschile. È un’operazione culturale fatta con intelligenza al fine di evocare una perdita, di sottolineare i limiti di un percorso.

Concludo con una provocazione intellettuale, se ve ne fosse bisogno di un’altra. Dicevo, ma lo ripeto a scanso di equivoci, che a me piacciono le idee forti; non ci sto al fatto che siccome siamo sotto il ricatto della violenza, allora dobbiamo rispondere con pensieri deboli, perché vedo che in questo modo si innesca una trappola capace di bloccare qualsiasi volontà di trasformazione delle cose. Io vengo dalla lotta di classe, dalla teoria e dalla pratica della lotta di classe. Considero una benedizione di Dio aver avuto la possibilità di partecipare a quella vicenda (che mi pare conclusa). Proprio oggi ho riletto una frase di Marx, accusato a volte – da qualche “parroco di campagna” – di essere soltanto un materialista. Una frase di Marx del ‘56: “con la stessa velocità con cui l’umanità diviene padrona della natura, l’uomo pare assoggettarsi ad altri uomini. Tutte le nostre invenzioni e i nostri progressi sembrano risolversi nel fornire una vita spirituale alle forze materiali e nel mettere in ridicolo la vita umana riducendola a una forza materiale”.

Questo è Marx! Ecco, ripensando oggi a quella vicenda che si organizzava intorno alla lotta fra le classi, se cerco quel barlume dello spirito di cui parlava Panikkar, quel qualcosa in più di un ordine diverso, io lo trovo nel salario conquistato dai lavoratori e non lo trovo nei profitti accumulati dai capitalisti. Nella nostra storia, nella storia delle classi che si sono ribellate al loro sfruttamento, al loro dominio, c’è stata una spiritualità profonda, tutta da riconoscere; nella figura del vecchio contadino, nella figura dell’operaio di mestiere, nella figura della madre di famiglia che porta da mangiare agli scioperanti, nel militante di base che fa politica in piena gratuità, e poi nel desiderio, nel bisogno di cooperare, di solidarizzare, di lottare: qui c’è una profonda spiritualità.

Quale altro?

Insomma, la spiritualità per me non è la declinazione buonista del religioso. Quella che dice di essere laici, tolleranti, ecumenici, multietnici, interreligiosi, aperti all’altro, e bla bla. Io non ce la faccio più a sopportare questa “retorica dell’altro”. Perché chiedo sempre: ma quale altro? L’immigrato clandestino che un gommone butta sulla nostra spiaggia come un detrito non umano è lo stesso “altro” del benestante che sale sul suo yacht per andare a fare il giro delle isole? Hanno in comune soltanto lo stesso mare su cui navigano ma io sono per l’uno contro l’altro. Qui a volte lo stesso predicare cristiano mi sembra abbia delle falle, delle mancanze.

Insomma: io dico che bisogna evocare il soffio dello spirito per disordinare il mondo. Voi direte: ma il mondo è già abbastanza disordinato, non c’è bisogno di ulteriore disordine. No, rispondo io, perché l’attuale disordine è conseguenza dell’ordine che ci opprime, non è un disordine spontaneo. È un ordine che dall’alto provoca questo disordine. Noi abbiamo bisogno di disordinare il mondo dal basso. Ora, gli spirituali – si chiamavano così – erano sempre eretici. Gli ordini spirituali nascevano per contestare l’ordine gerarchico della Chiesa. Io credo che dovremmo ripartire da qui, da quando Gesù risorto sta per lasciare i discepoli e dice loro: ricevete lo Spinto. Ecco il lascito inutilizzato che abbiamo ancora tra le mani. Veramente diceva: ricevete lo Spirito Santo. Ma qui sorge un’altra domanda: è necessario che sia Santo questo spirito, non basta che sia – appunto – Spirito?

E ora, veramente, l’ultima battuta. C’è una figura un po’ hegeliana un po’ nietzschiana – più nietzschiana che hegeliana – che io amo molto: è quella del frei geist, dello spirito libero. È una figura novecentesca, che Nietzsche ha lasciato al Novecento, perché ha trovato un suo seguito in grandi esperienze teoriche, per esempio nel principio speranza di Bloch o nella coscienza del proletariato del giovane Luckacs, oppure nel comunismo teologico di Benjamin, in quello escatologico di Taubes. Ecco l’ultima frase netta: la spiritualità è libertà. Perché la libertà o è libertà dello spirito, o è soltanto un’altra forma di oppressione. Con questa sentenza da militare concludo il mio discorso.

çTrascrizione del discorso tenuto nel corso dell’incontro del 16 novembre 2006 organizzato dalla Presidenza del Consiglio Provinciale di Roma, poi pubblicato in Adista n. 6, 20.01.2007.

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