Mariano Tomatis

Il laboratorio sui viaggi nel tempo è rimandato a ieri

“Nelle puntate precedenti…” Se è vero che La macchina del vento è un titolo che fa il verso a La macchina del tempo di Wells, nei minuti che seguono farò un riepilogo delle occasioni in cui Wu Ming 1 e l’intero collettivo hanno proposto riflessioni sul concetto di “tempo”, spesso partendo da libri di fantascienza, per esplorarne le potenziali ripercussioni sulla lotta politica.

Nel 2002 lo spunto viene da un racconto di Robert Silverberg del 1973: Breckenridge e il continuum. Noel Breckenridge III è un annoiato uomo d’affari, costretto suo malgrado a un drammatico viaggio nel tempo. Stufo di una quotidianità ripetitiva e senza senso, formula incautamente il desiderio di ritrovarsi in un futuro anteriore, al di là di ogni ricordo dell’epoca attuale. All’improvviso si ritrova catapultato nell’anno duemiliardesimo, in un mondo desolato e desertico che è uno specchio perfetto del suo stato d’animo. Qui scopre che l’intera civiltà umana si è auto-annichilita e milioni di persone si trovano in stato di animazione sospesa, in attesa di non si sa cosa. In un lungo percorso di scoperta di ciò che dà senso all’esistenza, Breckenridge supera una serie di prove, disattiva il sistema di ibernazione e trova nelle storie la fonte di sostentamento dell’umanità appena risvegliata: attingendo al patrimonio mitico dell’epoca da cui arriva e ibridandone vicende e personaggi, l’uomo diventa il cantore della civiltà appena risorta e per essa produce un’esplosione di storie, riconoscendo in quello sforzo il modo più efficace di “estrarre la vita dalla morte” e trovare un senso all’esistenza – propria e dell’intera comunità umana. Occupandomi di magia e occultismo, ambiti su cui la destra culturale ha a lungo esercitato una sorta di monopolio, a colpirmi nel racconto è una citazione meravigliosamente iconoclasta dell’antropologo Franz Boas, che parla di miti sottolineandone la dimensione ibrida e meticcia: “Sembrerebbe che i mondi mitologici siano stati edificati solo per essere fatti di nuovo a pezzi, e che nuovi mondi siano stati costruiti con quei frammenti”. È uno schiaffo alla Tradizione con la T maiuscola, reazionaria e sapienziale, che predica l’esistenza di un Ordine fuori dal tempo, una narrazione statica ed eterna, pura e ancestrale, da cui ci saremmo allontanati e a cui dovremmo tornare. Guarda caso, si tratta sempre di narrazioni che teorizzano il dominio di un’élite su individui che dovrebbero docilmente accettare l’oppressione come condizione naturale. Nel racconto di Silvergerg, i miti salvifici che riscopre Breckenridge non sono entità fuori dal tempo, ma narrazioni dinamiche e spurie che si ricombinano in maniera gioiosa e anarchica. Nel loro continuo trasformarsi, dimostrano di trovarsi pienamente dentro il tempo, che Aristotele definiva proprio “la misura del cambiamento”.

Wu Ming 1 intitola l’intervento “Siamo tutti Breckenridge” e scrive che

la mitopoiesi consiste nel manipolare i miti, nel farli a pezzi e ricostruirli, per estrarre la consapevolezza dall’entropia, senza rinunciare alla ragione né all’emozione.

Prendendo alla lettera la lezione di Franz Boas, La macchina del vento porta i personaggi dei miti greci nell’oggi e traduce il binomio ragione/emozione nell’alternarsi di due linguaggi: quello diurno e quello notturno. Apollo contro Dioniso.

Nel 2011 è Jacques Spitz a finire sotto la lente di Wu Ming 1. Autore francese vicino al surrealismo, nel 1945 pubblica L’occhio del purgatorio, romanzo anch’esso incentrato sulla possibilità di proiettare lo sguardo verso il futuro. Jean Poldonski è un pittore maudit, depresso e nichilista in procinto di suicidarsi. A dissuaderlo sono alcuni strani fenomeni che iniziano a succedergli. Quando apre il rubinetto, vede uscire l’acqua gialla. Il cibo che gli servono nel piatto è una poltiglia schifosa e verdastra. La lametta per radersi che ha appena comprato è già arrugginita. L’uomo scopre poco alla volta che il suo nervo ottico è stato contagiato da un bacillo che provoca un curioso sdoppiamento temporale: mentre egli continua a vivere nel presente, gli occhi rimandano alla sua mente immagini del futuro. L’acqua che esce dal rubinetto gli appare nel luogo in cui si trova ora, ma ha l’aspetto del piscio perché Poldonski la vede così come sarà dopo averla bevuta e urinata. Se vince la repulsione e la assaggia, il gusto è quello dell’acqua perché solo il senso della vista è coinvolto nella anomalia temporale. Man mano che i bacilli proliferano nell’occhio, la distanza tra il presente vissuto e il tempo che si presenta allo sguardo si amplia sempre di più. Un giorno, guardandosi allo specchio, vede il proprio teschio e capisce che il suo tempo ottico ha superato il giorno della sua morte. Il romanzo segue i tentativi del protagonista di far fronte a una situazione sempre più difficile da gestire, via via che lo sguardo si proietta in un futuro sempre più remoto, fino a raggiungere la fine dei tempi. Quello del pittore diventa “l’occhio del purgatorio”, uno sguardo differito di miliardi di anni rispetto alla realtà che lo circonda. Procedendo nella lettura, ci scopriamo stranamente in sintonia con il disagio del protagonista; pur senza avere gli occhi infetti, non di rado ci capita di essere assaliti dal disgusto al solo tentativo di proiettare lo sguardo verso il futuro. Questo avviene quando – come Poldonski – non vediamo altra prospettiva che un presente invecchiato. Nel romanzo leggiamo:

Noi viaggiamo col tempo, alla velocità di ventiquattro ore al giorno. È più che sufficiente per andare verso la morte. L’avvenire non può che somigliare al passato e il passato non è certo divertente, perché i nostri padri sono morti di noia. La terra gira attorno al sole, e dunque domani sarà uguale a ieri. Dappertutto legami causali. Il mondo è causale. Non ci sono miracoli.

La noia che uccide è un tema ricorrente anche negli scritti di Chesterton. Una volta l’autore inglese aveva scritto che il mondo non finirà per mancanza di meraviglie ma per mancanza di meraviglia. Commentando gli sguardi spenti degli impiegati sulla metropolitana di Londra, lo scrittore li spiegava così:

[È] perché sanno che il treno va dove deve andare. Perché sanno che, per qualunque posto abbiano preso il biglietto, lì giungeranno. Perché, dopo aver oltrepassato Sloane Square, sanno che la prossima sarà la stazione Victoria, e nient’altro che la stazione Victoria. […] Oh, quale giubilo sarebbe il loro! Oh, come brillerebbero i loro occhi, come si beerebbe l’anima loro del paradiso ritrovato, se la stazione seguente fosse inaspettatamente quella di Baker Street!

Ci vuole, in sostanza, una rottura. Quell’attimo è l’elemento cruciale della materia di cui mi occupo: l’illusionismo mira all’effetto sorpresa, che si produce per l’apparente sospensione delle leggi che regolano la natura, o – come direbbe Poldonski – perché si rompe la catena della causalità. Se ho un oggetto in mano e lo lascio andare, a causa della forza di gravità cade per terra. Se l’oggetto fluttua a mezz’aria, ho rotto la catena della causalità, ti ho provocato un microshock e costretto a mettere in discussione una legge che credevi rigida e ubiqua. In uno speech che prende avvio dal romanzo di Spitz, Wu Ming 1 si interroga sulla possibilità di sfuggire dalla prospettiva di un claustrofobico presente invecchiato, individuandola nella coltivazione dell’utopia – ovvero nel progetto di un futuro che sia uno scarto di lato rispetto alla normale linea temporale: una deviazione dall’asfissiante condizione che vede nel Capitalismo l’unico orizzonte possibile. Prendendo a prestito l’espressione di Poldonski, Wu Ming 1 introduce una fertile distinzione tra il futuro come presente invecchiato e il futuro anteriore. Si tratta di una differenza già individuata in un racconto scritto due anni prima, “Arzèstula” (2009), dove una veggente spiega di essere in grado di proiettare lo sguardo verso uno solo dei due futuri.

Non mi occupo di futuro spicciolo. […] Mi occupo […] del futuro anteriore. Quello che viene dopo il futuro spicciolo. Lo vedo e lo racconto. […] Ho una famiglia, e molto numerosa. Racconto il futuro anteriore, insieme lo vediamo, e tutti stiamo meglio.

In qualche modo, La macchina del vento è già annunciato in questa visione corale.

Ne L’occhio del purgatorio, Spitz si chiede:

Cosa significa essere un pittore, un poeta, se non sottrarsi all’aspetto quotidiano del mondo per tentare altri approcci alla realtà?

Chissà se aveva in mente Majakovskij, che dedicò tutta la sua vita poetica alla lotta contro il ristagno nel quotidiano e il marciume della vita di ogni giorno. In un altro speech sul tempo, Wu Ming 1 parla della sistematica sfida di Majakovskij al byt, un termine intraducibile che designa il torpore, il sempre uguale, la vita quotidiana senza movimento, il tran tran. [Ma come ammonisce lo status Twitter del compagno Franco Berteni (che cita Rodari), “Attenti al tran!”]

L’intervento di Wu Ming 1, che ha come sottotitolo “tirannia del tempo e momento utopico”, individua nella ribellione ai tempi imposti la possibilità di opporsi al byt, rifiutare il determinismo, concepire e imboccare una deviazione verso il futuro anteriore. Wu Ming 1 coglie l’occasione per segnalare un errore abbastanza tipico: quello di identificare la Rivoluzione con l’attimo in cui si imbocca il bivio. La presa della Bastiglia segna un picco emotivo che galvanizza – ma guai a scambiarlo per la Rivoluzione tout court: la Rivoluzione è quello che succede dopo; è la sua gestione quotidiana, un processo che inizia con la rottura ma che non si esaurisce in quella; è la storia di come ci si è arrivati, ma anche quella dei suoi scazzi, dei tentativi di sabotarla, dei suoi fallimenti. Noto incidentalmente che lo stesso sguardo miope si ritrova nella prestidigitazione: molti illusionisti rivolgono tutta l’attenzione al singolo attimo in cui avviene il prestigio, perdendo di vista la necessità di calare quell’istante in una narrativa più ampia; credo che tale mancanza di visione spieghi l’usuale povertà di prospettive che ammorba tanti spettacoli di magia.

Wu Ming 1 analizza un altro racconto di fantascienza, mostrando l’utilità di “rivoltarlo come un calzino”: Il continuum di Gernsback, scritto da William Gibson e pubblicato nel 1981. Il protagonista è un fotografo che teme di essere vittima di allucinazioni perché inizia a vedere oggetti e macchine fantastiche che sembrano arrivare dal futuro. A svelargli cosa sta succedendo è un giornalista che si occupa di UFO e paranormale, tale Merv, che chiama quelle entità “fantasmi semiotici”: si tratta di frammenti dell’immaginario culturale che hanno acquistato una vita autonoma e – come tali – possono diventare oggetto di visione. Tali immagini si muovono dal piano di fantasia al piano di realtà attraverso il continuum di Gernsback che dà il titolo al racconto: è un omaggio a Hugo Gernsback, che nel 1926 aveva coniato l’espressione “science fiction”. Il protagonista vede quelle specifiche immagini perché sta lavorando a un progetto di documentazione di strutture architettoniche degli anni Trenta, fortemente influenzate dall’estetica futurista ma ormai fatiscenti: il futuribile accantonato gli si ripresenta in forma di spettro. Merv gli spiega che per curarsi da quelle allucinazioni è necessario consumare i peggiori prodotti del trash televisivo e cinematografico. Capovolgendo il racconto, Wu Ming 1 immagina fantasmi semiotici che hanno le sembianze di veline, comici di Colorado Cafè e Martellone che dice “bucio de culo” – tutti protagonisti di quell’immaginario televisivo che, da trent’anni a questa parte, rema contro ogni idea di futuro anteriore. La cura per liberarsi da quelle orrende visioni è la fantascienza, il futuribile in tutte le sue forme, la letteratura fantastica come strumento di esplorazione dell’immaginario, del possibile e delle sue potenzialità. In questo senso, potete assumere La macchina del vento come se fosse un farmaco.

Pur non essendo un romanzo di fantascienza, anche Point Lenana (2013) segue lo stesso schema narrativo: Felice Benuzzi forza le barriere di una quotidianità sempre uguale a sé stessa e rompe con i tempi della prigionia, trovando nel monte Kenya l’opportunità per sbloccarli. Da un campo di prigionia inglese, Benuzzi scrive che – quando si vive nella prospettiva del fine-pena-mai – “Il tempo perde senso”. Osservando la montagna davanti a sé, concepisce l’idea di scalarla ed esclama:

Esiste un futuro! Se si sa crearlo, se si sa osare, se si sa preparare. Tu puoi rimettere in moto il tempo se ti sai impegnare a fondo con tutto te stesso!

La macchina del vento è ambientato in un analogo campo di prigionia, dove la variabile tempo gioca un ruolo altrettanto centrale.

Qual è la relazione tra tutto questo e il mio ambito di studi – l’illusionismo? Se andate a Blois, nella Loira, scoprirete che mentre in Occidente si divide il tempo in due parti, rispettivamente avanti e dopo Cristo, gli illusionisti usano un punto di riferimento diverso: nella storia della prestigiazione c’è un prima e un dopo Robert-Houdin. La frase è incisa sulla base della statua del mago, eretta di fronte alla sua casa di nascita. La maggior parte dei maghi lo ritiene il più grande illusionista della storia e il fondatore della magia moderna, ma la scelta di una figura tanto reazionaria ha enormi conseguenze sul modo di intendere la disciplina. Non potrei trovare un più accurato rappresentante simbolico del “tempo imposto dal Capitale”. Robert-Houdin faceva l’orologiaio, e il suo pezzo più impressionante è un orologio le cui lancette apparentemente si muovono da sole, scollegate da qualsiasi ingranaggio. Marx avrebbe strabuzzato gli occhi davanti a un oggetto del genere: la forza motrice del movimento, il meccanismo che compie il lavoro necessario per far girare le lancette, è completamente invisibile. Rimosso esattamente come la piramide di lavoro (anche para-schiavistico) incorporata nel nostro telefonino, in quello che mangiamo e nei pacchi che, con un solo clic, riceviamo in tempi sempre più brevi. Non a caso Marx usava la categoria della “fantasmagoria” nelle sue pagine sul feticismo della merce: le lancette di Robert-Houdin partecipano dello stesso carattere mistico. Quello che non vediamo è il meccanismo nascosto nella base dell’orologio, che fa ruotare un tubo di vetro nascosto all’interno di un tubo più grande, la cui trasparenza ci inganna. Le lancette sono fissate a un disco di vetro che è anche un ingranaggio con i denti nascosti dietro la cornice dorata. Dal tubo di vetro, la rotazione è comunicata al disco tramite una serie di ingranaggi celati nella scintillante struttura dorata: mentre ruota, il vetro circolare trascina con sé le lancette e le fa muovere come sospinte da un impulso magico.

Nel 1867 il mago si ritira presso un’ampia tenuta a sud di Blois, dove allestisce un avveniristico sistema di misurazione del tempo. Tutti gli orologi dell’abitazione, compresi quelli sulle due facciate che sostituiscono il campanile nell’indicare l’ora all’intero villaggio, sono collegati a un meccanismo centrale ospitato nello studio del mago. Oltre a garantire la sincronia tra tutti i quadranti, il collegamento consente al padrone di casa di rallentare o accelerare la velocità delle lancette – e con essa la durata di un minuto, che Robert-Houdin può dilatare o contrarre a piacimento: che si tratti di imporre un’ora di straordinario ai giardinieri o accorciare l’incontro con un ospite sgradito, il mago dispone di uno strumento di manipolazione del tempo la cui efficacia trascende l’illusione teatrale. Pensateci, quando leggete che i rivoluzionari della Comune spararono in primo luogo sugli orologi delle torri.

Quell’orologio è una bella metafora! (1) 

esclama Altiero Spinelli ne La macchina del vento a proposito dell’orologio di Ventotene. Ma potrebbe riferirsi a quello trasparente, o a quello sull’abitazione di Robert-Houdin.

A queste forme di illusionismo reazionario possiamo contrapporre esperienze magiche che mirano a far saltare i tempi imposti dal Capitale. Mi piace partire da Francesco Orlando, secondo cui la letteratura fantastica è una

testimonianza di una protesta incessante della specie umana contro il principio di realtà e l’obbligo di pensare logicamente; se una razionalità portata alle sue estreme conseguenze ammette l’esistenza soltanto di quel che è percepibile, attestato e visibile, l’essere umano – spinto dai suoi desideri e bisogni – accetta solo in parte questa costrizione, e proprio attraverso l’arte esprime la sua resistenza all’adattamento.

Come la letteratura, ma con mezzi espressivi specifici, l’illusionismo può muoversi nello stesso ambito, raccontando storie di resistenza al già-dato, interferendo con lo sguardo sul mondo che ci circonda e sfidando il confine tra il possibile e l’impossibile. Nel mio libro L’arte di stupire (2014) suggerisco di usare l’espressione “illusionismo” in un’accezione più inclusiva di quella a cui siamo abituati, che travalica il contesto teatrale e abbraccia le performance tipiche del Situazionismo. Questo ci consente di individuare un percorso che va dai prank di Luther Blissett degli Anni Novanta agli special del mentalista Derren Brown, disponibili periodicamente su Netflix.

Tutti questi ambiti sono accomunati dal fatto di allestire nel qui-e-ora fisico delle situazioni paradossali, enigmatiche, apparentemente impossibili. Il termine “situazione” viene dal Situazionismo, ma in questa sede preferisco l’espressione “momento”, proposta da Henri Lefebvre nella Critica della vita quotidiana. Il momento fa riferimento alla sfera temporale e si distingue dal più effimero “istante” perché ha una sua durata e un suo valore rispetto alla storia di chi lo vive. I momenti sono quelle esperienze che entrano all’improvviso nella vita quotidiana facendo saltare qualche schema e costringendoci a diventare consapevoli di aspetti che fino a un attimo prima sfuggivano al nostro sguardo. Per Lefebvre, in particolare, il momento può avere a che fare con l’irruzione di un elemento impossibile che ci obbliga a riconsiderare la struttura della realtà come la conoscevamo e apre delle prospettive di possibilità. I momenti che cerchiamo quando andiamo a teatro a vedere un illusionista sono in qualche modo addomesticati, perché in un contesto del genere l’aspettativa della sorpresa ci priva… beh, dell’effetto sorpresa. Sono più spiazzanti i momenti organizzati in spazi pubblici, che colpiscono nel mucchio senza essere annunciati, come quelli che mette a punto sistematicamente il collettivo newyorchese Improv Everywhere. Molti dei loro colpi coinvolgono la variabile tempo, con dosi più o meno cospicue di critica allo stato delle cose.

Nel 2008, nell’ambito di un’azione chiamata Frozen Central Station, più di duecento attori sparsi per la stazione centrale di New York si fermano all’improvviso e restano paralizzati – come in un fermo immagine. Il tempo si ferma per cinque minuti, e chi non fa parte della performance non ha la più pallida idea di cosa stia succedendo. Quello che fino a un attimo prima era un non-luogo, uno spazio che ha solo funzione di transito, da oltrepassare nel minor tempo possibile perché la vita è sempre altrove, riconquista per cinque minuti un’identità specifica, e lo fa perché un numero sufficientemente grande di persone inceppa, in modo plateale, il normale flusso del tempo.

Nel 2003 il collettivo organizza The Moebius, un titolo che richiama l’omonimo anello che si chiude su se stesso dopo una mezza torsione. In questo caso, l’obiettivo è quello di trasfigurare un anonimo Starbucks attraverso la generazione di un loop temporale. Sette attori in incognito ripetono gli stessi movimenti e gli stessi dialoghi per dodici volte, una ogni cinque minuti, dando vita a un massivo “effetto dejà vu” per i casuali avventori. Dopo le dodici ripetizioni, gli attori spariscono dalla circolazione senza dare alcuna spiegazione, e lasciando gli astanti in uno stato di strana alienazione. Lefebvre la chiamerebbe “alienazione disalienante” perché – come nell’omeopatia il simile cura il simile – si tratta di un’alienazione positiva: un microshock cognitivo che funge da antidoto contro l’apatia della vita quotidiana.

Lungi da me presentare queste azioni magiche con un hype eccessivo. Il momento può durare solo un istante ed esaurirsi in un sorriso o in una smorfia, quando tocca le corde emotive sbagliate o manipola simboli poco efficaci. Se è vero che la Rivoluzione è quello che succede dopo, non basta mettere a punto il prestigio, perché quella violazione delle coordinate deve poi tradursi in azione, in un programma. Perché il momento abbia ripercussioni a lungo termine è necessario un lavoro coordinato e più ampio. Alla Grand Central Station il tempo si è fermato solo per 5 minuti, in un angolo remoto del pianeta. Raccontarne la storia, però, è un modo – alla portata di tutti – per espanderne gli effetti e prolungare la trasfigurazione di quel non-luogo, ispirando azioni simili o infettando la nostra stazione ferroviaria della stessa aura straniata. Caricato su YouTube, il video dell’impresa ha raggiunto 36 milioni di persone.

Sull’altra azione, il dejà vu allo Starbucks, ho lavorato qualche anno fa in occasione dell’uscita di Un viaggio che non promettiamo breve (2016), il reportage narrativo di Wu Ming 1 sul Movimento No TAV. Nell’ambito della fantascienza, il loop temporale è quell’espediente narrativo in cui i personaggi sono costretti a rivivere all’infinito le stesse vicende, in un ciclo senza fine. Quasi sempre si tratta di esperienze angoscianti, specie quando i protagonisti si accorgono di non avere scampo. Chiamare sul palco uno spettatore e costringerlo in un loop del genere vuol dire farlo precipitare in una situazione da incubo. L’unico scenario che giustifica tanta violenza è quello in cui io sono il cattivo.


Mariano veste per alcuni minuti i panni di un sostenitore della linea AV Torino-Lione, consegnando a Valerio Minnella (che si offre volontario) un set per la progettazione della linea ad Alta Velocità e spiegando...

Da oltre venticinque anni, tutti i progetti di linea ad alta velocità tra Torino e Lione hanno incontrato l’opposizione della comunità locale valsusina. Per sfruttare il potere del crowdsourcing e giovarsi dell’intelligenza collettiva della ggente, i sostenitori del progetto hanno messo a punto un set di progettazione della linea su cui correrà il TAV, composto da una serie di tessere che sui due lati presentano una struttura labirintica. Distribuiti ai comuni cittadini, tali set possono essere usati per sperimentare a casa propria diversi tracciati e individuare quello giusto − un percorso che incontri finalmente il favore del Movimento No TAV.

Scopo del gioco è di allineare, l’una accanto all’altra, sei tessere in modo che compongano un percorso ferroviario continuo dalla Valsusa alla Francia. Valerio sceglie la stazione di partenza e la mette a sinistra, poi capovolge le tessere su cui sono riprodotte le altre quattro stazioni e le dispone, in un ordine e verso qualsiasi, a destra della prima. L’ultima tessera a destra, la sesta, presenta la destinazione del viaggio: quattro percorsi su cinque conducono in Francia, e solo uno è presidiato dal movimento No TAV.

La prima disposizione delle sei tessere tentata da Valerio tra le infinite possibili: il percorso parte da Chiomonte ma incontra l’opposizione del movimento No TAV.

Provando e riprovando a combinare le sei tessere, Valerio viene trascinato in un loop infinito di tentativi a vuoto, misurando in prima persona la caparbietà di un popolo che lotta contro le Grandi Opere Dannose, Inutili e Imposte; per quanti sforzi faccia, non riesce a comporre un percorso che attraversi il confine senza imbattersi nella resistenza dei valsusini − che da anni lo ripetono nel dialetto locale: sconfiggerli? A sarà düra!


Prima di lasciare la parola a Wu Ming 1, voglio condividere con voi un’ultima azione di sabotaggio dei tempi imposti, messa a punto dagli Improv Everywhere. La performance si pone l’obiettivo di perculare una delle celebrazioni più caratteristiche del capitalismo che è il Black Friday, il momento sacro dei saldi. Sin dalla notte precedente, davanti ai negozi dei grandi brand si formano lunghe code di persone che vogliono essere in prima fila quando si apriranno i battenti. Il 23 novembre 2012, un centinaio di persone si mette in coda davanti al negozio… di un immigrato!

Approfondimenti

Il testo fa ampi riferimenti a tre interventi di Wu Ming 1 dedicati al tempo, accessibili qui.

“Siamo tutti Breckenridge” è stato presentato il 22 aprile 2002 durante il “Seminario dell’immaginazione” organizzato da Stefano Benni a Bologna. Riproposto il 14 settembre 2002 nell’ambito del Festivaletteratura di Mantova, è stato poi pubblicato su L’unità, 14.9.2002. Il racconto su cui si basa è Robert Silverberg, Breckenridge and the Continuum, Harper & Row, New York 1973, pubblicato in Italia con il titolo di Breckenridge e il continuum sulle pagine della rivista Robot, N. 25, aprile 1978.

Leggi Breckenridge e il continuum

Ascolta “Siamo tutti Breckenridge”

“Toni Negri sull’autostrada, ovvero: tirannia del tempo e momento utopico” è stato presentato il 19 aprile 2011 nell’ambito dell’incontro “Conflitto, rivoluzione, potere, immaginario” organizzato a Roma dal collettivo Militant.

Ascolta “Toni Negri sull’autostrada, ovvero: tirannia del tempo e momento utopico”

“L’occhio del purgatorio, la rivolta e l’utopia” è stato presentato il 1° giugno 2011 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, ultimo incontro del seminario “Il lavoro culturale”. L’intervento si basa su un romanzo e un racconto. Il romanzo è Jacques Spitz, L’Œil du purgatoire, Nouvelle France, Parigi 1945 pubblicato in Italia con il titolo L’occhio del purgatorio sulle pagine della rivista Urania, N. 622, 8.7.1973. Il racconto è William Gibson, “The Gernsback Continuum” proposto sulle pagine della rivista antologica Universe (“Burning Chrome”), N. 11 (di 17), Doubleday, New York 1981 pubblicato in Italia con il titolo “Il continuum di Gernsback” su Urania, n. 1110, 24.9.1989 (“La notte che bruciammo Chrome”).

Leggi Il continuum di Gernsback

Ascolta “L’occhio del purgatorio, la rivolta e l’utopia”

Il racconto “Arzèstula” di Wu Ming 1 è stato pubblicato nell’antologia curata da Giorgio Vasta, Anteprima Nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile, Minimum Fax, Roma 2009 e poi riproposto in Wu Ming, Anatra all’arancia meccanica, Einaudi, Torino 2010. Gli altri due libri di Wu Ming 1 citati sono Point Lenana, Einaudi, Torino 2013 e Un viaggio che non promettiamo breve, Einaudi, Torino 2016.

La citazione di Chesterton è tratta dal romanzo L’uomo che fu giovedì (1908). “Attenti al tran” è tratta da Gianni Rodari, Il libro degli errori, Einaudi, Torino 2011 (I ed. 1964). Il sofisticato sistema di orologi regolabili tramite un singolo meccanismo centrale è descritto in Jean Eugène Robert-Houdin, Le Prieuré, Michel Levy, Parigi 1867, pp. 25-9. Alla letteratura fantastica ha dedicato pagine illuminanti Francesco Orlando nel suo libro Il soprannaturale letterario. Storia, logica e forme, Einaudi, Torino 2017. Sul “momento” scrive Henri Lefebvre in Critique de la vie quotidienne, L’Arche, Parigi 1958 pubblicato in Italia con il titolo Critica della vita quotidiana, Dedalo, Bari 1993. Le imprese del collettivo Improv Everywhere sono raccontate nel libro di Charlie Todd e Alex Scordelis, Causing a Scene: Extraordinary Pranks in Ordinary Places with Improv Everywhere, William Morrow, New York 2009.

Mariano Tomatis ha scritto con Ferdinando Buscema il libro L’arte di stupire, Sperling & Kupfer, Milano 2014. Lo stesso Mariano ha progettato e realizzato il puzzle A sarà düra! in occasione dell’uscita del libro di Wu Ming 1 Un viaggio che non promettiamo breve. A presentarlo per la prima volta in pubblico è stata Filomena Sottile con Wu Ming 1 il 6 novembre 2016 a Rivalta (TO). L’effetto è una variante di “The Magic Maze” di So Sato, commercializzato dalla Tenyo, Tokyo 2016. La versione giapponese coinvolge solo quattro tessere, costringe il mago a eseguire una particolare manipolazione e consiste nella creazione di un percorso da una molletta colorata a una moneta. Nella versione valsusina dell’effetto, tutto accade tra le mani della spettatrice.


Testo dell’intervento presentato da Mariano Tomatis il 23 aprile 2019 presso lo Spazio Libero Autogestito Vag61 (Bologna) in occasione della presentazione del romanzo di Wu Ming 1, La macchina del vento, Einaudi, Torino 2019.

Note

1. Wu Ming 1, La macchina del vento, Einaudi, Torino 2019, p. 214.

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