Vittorio Balli

Intervista ad Alexander (Elio Degrandi)

Il primo vero grande successo quando ti ha arriso?

A livello del grande pubblico, iniziò il 3 ottobre 1976, quando iniziò Domenica in e io ero uno dei tre protagonisti fissi con Corrado e Dora Moroni. Quell’anno fui il personaggio maschile dello spettacolo ad aver avuto il maggior numero di copertine sui rotocalchi. A livello strettamente personale, proprio perché fu per me un’iniezione di fiducia in me stesso, il primo grande successo risale al 1973, quando vinsi il Gran Premio al concorso magico di Saint-Vincent e il terzo premio di manipolazione al FISM di Parigi.

Ti da più soddisfazione lavorare in TV o in un locale aperto al pubblico?

Lavorare davanti al pubblico è un’altra cosa! Si stabilisce un feeling speciale, perché tu capisci il genere di persone che hai davanti (non è vero che tutti i pubblici sono uguali). In TV un po’ ci si spersonalizza, perché lo spettro è più ampio, e tu devi raggiungere il maggior numero di persone possibile. È fondamentalmente un problema di linguaggio diverso, e anche di tempi. Se sto presentando un determinato effetto e sento che il pubblico “ci sta”, posso uscire dai binari prestabiliti, seguire l’estro, improvvisare, che poi è la cosa che credo mi riesca meglio. In televisione è quasi impossibile, perché il tuo pubblico è virtuale, non lo vedi e non lo “senti”. E’ anche vero che l’inverso può non funzionare: se viene registrato uno spettacolo dal vivo in cui tutto scorre perfettamente e l’intesa con gli spettatori è ottimale, non è detto che trasmesso in TV abbia una buona resa. I tempi televisivi sono diversi, molto più stretti, e lo schermo può essere un filtro riduttivo molto efficace. Quasi sempre ci vuole un’operazione di post-editing. I linguaggi, e uso il termine in senso ampio, sono sostanzialmente diversi.

Tu fai ogni genere di magia. Ma quale ti piace di più?

Ti sembrerà strano, perché nel mio show che dura settanta minuti, eseguo solo un effetto di mentalismo, ma questo è il mio genere di magia prediletto. Non occorrono grandi attrezzature e grandi apparati scenici, ci sei solo tu e la tua abilità di usare il giusto linguaggio, la tua capacità di suggestione o fascinazione che rende plausibile agli occhi dello spettatore ciò che in realtà non lo è affatto. Ognuno sa che è impossibile prevedere esattamente quanti soldi ha in tasca una certa persona (faccio un esempio a caso), ma se lo presenti in modo intelligente e convincente, insinui nel pubblico l’idea che forse non è tutto un trucco, che forse c’è in te qualche potere particolare. Attenzione, non vuol dire che devi dire al pubblico di possedere facoltà paranormali, ma devi riuscire a trasportarli da uno stato mentale di sostanziale scetticismo a uno di possibilismo. Secondo me solo così l’effetto mentale funziona, sennò tutto si riduce a un giochetto qualunque, più o meno ben riuscito. Ecco perché amo il mentalismo, con un foglietto di carta e una matita, o anche senza niente, puoi creare un miracolo anche davanti a un pubblico di migliaia di persone, perché non è necessario che tutti vedano cosa c’è scritto o disegnato, basta solo che capiscano cosa sta accadendo e che tu sappia incantarli con la parola, che tu li convinca che se solo lo volessi potresti leggere nella loro mente. E dici poco?

Per cosa ringrazi i circoli magici e per che cosa li rimproveri.

Credo che la maggior parte dei prestigiatori bravi in circolazione siano nati in qualche circolo magico, perché solo lì si possono scambiare opinioni con altri addetti ai lavori. E confrontando le proprie opinioni con quelle degli altri si cresce. Se si lavora isolati si può arrivare ugualmente alla vetta, ma tutto è più lungo e difficile. Se posso azzardare un rimprovero, direi che li vorrei maggiormente selettivi. Non mi sembra giusto per esempio, che un socio dopo che ha frequentato un circolo per due settimane possa conoscere tutti giochi possibili e immaginabili (se non te li spiega il docente di turno basta chiedere a uno dei presenti, e se quello non te lo dice te lo rivelerà un altro più disponibile). Perché costui dopo un mese avrà già acquistato a una delle innumerevoli fiere magiche, i migliori effetti magici disponibili sul mercato e crederà, solo perché li possiede e sa come funzionano, di essere in grado di presentarli in pubblico. Risultato prevedibile: danno alla categoria (vedi come è facile fare mago?) e svilimento della nostra arte. Non dico questo perché penso che il “trucco” sia tutto, anzi la penso esattamente al contrario. Ma se per esempio un ballerino prima di presentare una certa coreografia in pubblico studia metodicamente per qualche anno, non vedo perché un apprendista mago non studi prima per imparare l’arte fondamentale della presentazione, che vuol dire recitazione, dizione, studio del movimento etc. etc.

Per te la magia italiana a che livello sta?

Secondo me è a un buon livello. E dico questo perché noi a volte siamo un po’ provinciali e crediamo che il meglio stia sempre fuori. Non è detto. Per esempio, negli Stati Uniti, dove ci sono forse i migliori atti magici in circolazione, il livello medio non è più alto del nostro. Anzi. A Las Vegas, dove vedi shows incredibili come quelli di Siegfrid & Roy, Lance Burton, o molto buoni come quello di Ayala in “Spellbound”, puoi trovare altri spettacoli magici (a pagamento si intende), meno che mediocri. Se volete dei nomi, per esempio lo spettacolo di Dixie Dooley al “Holiday Inn Boardwalk” è, secondo me, di livello parrocchiale. E lo show al “O’ Sheas” non è certo entusiasmante. La magia italiana è abbastanza in salute, o almeno non sta peggio delle altre.

Quando non sei prestigiatore chi sei?

Una persona molto tranquilla, che legge, studia, ascolta musica e fa spaghettate con gli amici. Niente di speciale.

Ti piace di più farti chiamare illusionista, prestigiatore o mago? E perché?

Preferirei che mi chiamassero solo Alexander, ma se proprio dovessi scegliere preferirei il termine “Illusionista”, perché è quello che mi fa più sognare (non mi riferisco all’etimologia, tu sai bene come io sia sensibile al suono e alla suggestione delle parole). Per me l’illusionista è appunto un creatore di illusioni, di malie, è quello che segna il confine tra realtà e dimensione onirica. “Prestigiatore” mi fa pensare a una persona che sa stupirti con la sua abilità, la sua tecnica. “Mago”? Non mi è mai piaciuto.

A quale grande prestigiatore del passato ti piace essere paragonato?

Sinceramente non saprei, perché non mi sono mai posto la questione. Diciamo che se potessi rivoltare il problema, mi piacerebbe essere Pinetti, anche se so, o forse proprio per questo, che era molto diverso da me. Era un grande mago, un uomo inquieto sempre alla ricerca di novità, magiche ed esistenziali. Si è inventato le cose più incredibili (vedi l’esperimento con la mongolfiera: è come se io oggi creassi un gioco usando un satellite in orbita geostazionaria). Ha lavorato per quelli che erano ai suoi tempi i potenti della terra, passando alternativamente tra miseria e ricchezza, tra successi e disastri. Insomma, una vita certo non tranquilla ma interessante.

Perché proprio Pinetti?

Perché “voglio una vita spericolata, di quelle vite fatte così, voglio una vita che se ne frega, che se ne frega di tutto sì”. Dio mio, non avrò mica esagerato troppo?!

Qual è, secondo te, l’utilità dei circoli magici?

Se un’arte non viene divulgata, nel senso che non fa proseliti, fatalmente muore. Oppure diventa una cosa esoterica, di nicchia. E non credo che questa sia la fine ideale per la magia. I circoli devono quindi incentivare l’interesse per questa forma d’arte, ma non limitarsi a questo. Bisogna formare, aiutare, acculturare, sostenere chi è sinceramente attratto dalla prestigiazione. E pazienza se non tutti diventeranno dei David Copperfield, l’importante è che siano persone entusiaste e oneste. Non è importante essere dei grandi artisti, ci si può divertire anche solo esibendosi per la propria zia (a patto che anche lei si diverta). Quello che bisogna evitare è di ammettere indiscriminatamente tutti, basta che paghino la quota. Gente che non vuole apprendere e studiare ma è solo curiosa, che vuol fare vedere agli amici del bar che lui sa come si fa il trucco (che brutta parola!) che la sera prima ha fatto in TV il mago Taldeitali.

Tu hai scritto solo un libro di magia? Ci sarà un seguito? Non pensi che alla letteratura magica si deve gran parte dei neofiti della prestigiazione?

È vero, ho scritto un solo libro, e anche se devo dire che le vendite sono andate molto bene, non so se ne scriverò un altro, almeno in tempi brevi. Per fare un libro pensato, ci vuole molto tempo. Quando ho scritto A scuola di magia ho voluto creare un libro con poche parole e tante fotografie, quasi nel tentativo di emulare una sequenza cinematografica, perché pensavo che fosse la formula giusta per accostare alla magia dei neofiti, con giochi semplici ma non banali. Credo che i libri magici di divulgazione siano essenziali per allargare la nostra cerchia, basti pensare a quanti ragazzi si sono accostati alla magia leggendo i libri di Silvan.

Cosa ne pensi dei trucchi professionali svelati in TV? Esprimi un giudizio, senza falsa ipocrisia, sui prestigiatori che sfruttano queste trasmissioni per farsi pubblicità.

Mezzucci usati da persone mediocri che non avrebbero nessun’altra occasione per vivere un quarto d’ora di celebrità. Al limite potrei spiegare un effetto se lo avessi inventato io (moralmente mi sentirei più tranquillo). Ma come posso permettermi di spiegare in Tv la Zig-Zag, che è stata inventata da Harbin, il quale (anche perché è morto) non mi ha concesso nessun diritto di divulgarlo? Poveri avvoltoi, nani che rubano l’enorme conoscenza magica creata dai giganti che li hanno preceduti. Naturalmente mi sto riferendo ai giochi “importanti”, a quelli di repertorio o a quelli che coinvolgono principi magici basilari e quindi condivisi da altri giochi. Spiegare giochini semplici e di pubblico dominio, (tipo: come si fa a fare stare in equilibrio instabile una bottiglia sul piano del tavolo? Ecco qua la soluzione miei signori, lo vedete questo stuzzicadenti sotto la tovaglia?), sempre se avviene nel giusto contesto e usato con molta parsimonia (ma mi raccomando, che non diventi un’abitudine!) credo che sia solo un peccato veniale. Ma attenzione, se si spiega un gioco che personalmente si reputa puerile, ma è stato inventato da un altro che poi lo ha messo sul mercato, è una grave scorrettezza. Sto seguendo con molta attenzione quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove la Fox ha svelato, e svelerà, in una serie di trasmissioni televisive di grande successo popolare (almeno considerando lo share) effetti come la levitazione, la Zig-Zag, l’Hindu basket, la sparizione dell’elefante... Quali credete che saranno le ripercussioni sul mercato dello show-business? E cosa penseranno artisti come i Pendragons, dal momento che hanno spiegato praticamente tutti i trucchi usati nel loro spettacolo?

Dai un giudizio sui congressi magici. Sono troppi o troppi pochi?

Troppi, e spesso raffazzonati.

Quando secondo te un mago deve appendere la bacchetta magica al chiodo?

Quando entra in scena, cerca il falso pollice nella tasca destra dei calzoni, e si accorge di aver dimenticato i calzoni in camerino.

In questo momento qual è per te il più grande spettacolo magico? E perché lo consideri tale?

So che molti maghi non saranno d’accordo, ma per me il magic show più avvincente è quello presentato da Siegfried & Roy al “Mirage”. Non ragiono solo da mago, ma da uomo di spettacolo: lì c’è tutto, creatività, fantasia, ritmo, effetti mirabolanti, danza, musica, sogno e – non è un delitto – allestimenti sontuosi e costosissimi. È forse il tipo di spettacolo più lontano dalla mia concezione della magia, e da quello che faccio o che so fare, ma mi avvince. Il pubblico ha pagato il biglietto più salato tra i vari show di Las Vegas, ma esce ammirato e contento. E secondo me, è quello che conta.

Perché hai deciso di collaborare a Il Prestigiatore Moderno?

Perché Vittorio Balli mi ha puntato una pistola alla tempia. E la canna era molto fredda.

Quale altra carriera artistica ti sarebbe piaciuto intraprendere se tu non fossi stato prestigiatore? E perché?

Forse perché amo la musica (infatti faccio uno show parlato!), ho sempre sognato di essere – non di diventare – un grande direttore d’orchestra, come Muti, come Abbado o Bernstein. Per me non ci sarebbe piacere più grande che decidere l’interpretazione di un brano e avere a disposizione i migliori professori d’orchestra che mi permettano di realizzare la mia creatività. Forse è una nascosta volontà di potenza, per dirla con Nietzsche!

Quali progetti hai per il tuo immediato futuro?

Le recenti esperienze mi hanno insegnato a non fare progetti a largo raggio. Il futuro più immediato è fatto di una serie, grazie a Dio lunga, di serate, e di un nuovo spettacolo nel quale fra l’altro sono coinvolte sei ballerine e quattro nuove grandi illusioni.

Perché non ti fai vedere più sovente al nostro circolo?

Per gli impegni di lavoro. Poi quando rientro casa dai miei spettacoli, mi ritrovo sempre con un mucchio di cose da portare a termine e con il commercialista che si lamenta perché non gli ho ancora portato le fatture del trimestre precedente. Comunque, prometto di intensificare le visite.

Quale libro di magia tu consideri come una vera Bibbia?

Il Tarbell course in magic. Se uno ha il fiuto e sa scegliere, lì c’è già tutto.

Quando lavori non indossi quasi mai l’abito da sera. Non è forse riduttivo per un prestigiatore?

Forse sì, ma quando mi presentai per la prima volta in TV mi trovai a confrontarmi con Silvan che c’era già arrivato con molto successo prima di me. Si trattava di trovare degli elementi di differenziazione, certo non solo nel modo vestire. Ma anche quello, almeno al primo impatto, aveva la sua importanza. Pensai di usare gli abiti della gente comune, di buon taglio ma quotidiani, oppure jeans e pullovers, evitando ciò che poteva sembrare “da scena”. Poi sai come succede: ci si abitua, ci si sente proprio agio vestiti così. Comunque, se dovessi scegliere, e avessi il fisico adatto e l’età per portarli, non userei comunque l’abito da sera, ma vestiti di fantasia o un po’ estrosi, che so, tipo Mc Bride e soci.


Tratto da Il prestigiatore moderno, N. 170, Torino, maggio 1998, pp. 1-4.

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