Aldo Martelli

Esperienze di collaborazione con alcuni prestigiatori nell’indagine di alcuni supposti casi paranormali

Devo anzitutto scusarmi per il fatto che il tema del mio intervento, e forse anche il suo contenuto, appariranno, in confronto ad altri trattati in questa terza giornata di studio bolognese, un poco leggeri.

Tuttavia l’argomento non è privo di interesse in un campo in cui si cerca di chiarire se realmente avvengano e, soprattutto come possano avvenire, fenomeni che sembrano contraddire alcuni punti fermi e basilari delle nostre conoscenze scientifiche.

Sulla opportunità o necessità di avere sempre appresso durante gli esperimenti di ESP e, a maggior ragione, di PK un prestigiatore, si sono dette molte cose ed i pareri sono anche molto diversi tra loro.

C’è chi sostiene la indispensabilità della presenza dell’esperto in trucchi e chi ne esclude perfino l’utilità, sostenendo che una cosa sono i «giochi» dei prestigiatori ed un altra i fenomeni cosiddetti paranormali.

Noi non intendiamo entrare nel merito della polemica e ci limiteremo a dire che abìamo cercato la collaborazione del prestigiatore in più di un’occasione e che, una volta ottenuta, essa ci è stata utile.

Non va dimenticato però che per avere a disposizione un prestigiatore professionista, e quindi presumibilmente bravo, bisogna anche fare i conti con i suoi impegni professionali (oltre che con i nostri). E quando dico «fare i conti» intendo sottolineare il fatto che un uomo di spettacolo di successo guadagna in una sera presumibilmente quanto un professore universitario in un mese.

Inoltre Vanni Bossi, uno dei prestigiatori che hanno collaborato con noi, è del parere che non sia sufficiente disporre di un bravo prestigiatore «tout court». ma che occorra che questi sia anche un esperto non solo di trucchi illusionistici in genere, ma in particolare di quelli che i «soggetti paranormali» potrebbero compiere.

In altre parole Bossi sostiene di avere esperienza di certe cose non perche sia un prestigiatore, ma perché come tale ad esse si è interessato. È dunque possibile che, se ponessimo ad un prestigiatore non esperto nel campo specifico quesiti circa la genuinità di alcuni fenomeni paranormali, questi non saprebbe rispondere e forse potrebbe credere all’aspetto paranormale.

Personalmente ritengo l’opinione di Bossi ragionevole ed anche seria da un punto di vista professionale.

L’altro prestigiatore della cui collaborazione ci siamo avvalsi è Alexander, senz’altro più noto al grosso pubblico. Ci pare giusto precisare subito che mentre la posizione di Bossi di fronte ai «fenomeni paranormali» è piuttosto «dura», anche se non di totale chiusura, quella di Alexander è decisamente più morbida nel senso che non ne esclude a priori la possibile genuinità anche se è anch’egli alla ricerca della «prova» dell’esistenza di tale genuinità.

Non è dunque vero che a volte egli realizzi autentici fenomeni paranormali come forse qualcuno può credere e come a volte è stato scritto (!).

La prima occasione di giovarci della collaborazione di Alexander si verificò nel novembre del 1978 a Milano in occasione della presenza di Uri Geller per una trasmissione televisiva presso un’emittente privata.

Poiché pareva che questi si sarebbe messo a disposizione per prove ed esperimenti coordinati da Bersani, furono invitati vari studiosi di fenomeni paranormali ed Alexander, in incognito, quale «consulente di parte».

Ciò che avvenne in quella occasione è «discretamente» noto, per cui vorrei semplicemente soffermarmi sul contributo che in quella occasione portò Alexander. Tale contributo fu in effetti determinante in quanto egli prima colse il momento in cui Geller piegò una chiave manualmente e poi ripetè, una volta che questi si fu allontanato, il trucco nello stesso modo.

Poiché Geller venne a conoscenza del fatto, Alexander preferì non intervenire il giorno successivo alla terrazza Martini alla «demonstration» pubblica del primo e lasciò me e Bersani ad affrontarne, poveretti le ire.

Basti dire che ad un certo punto volgendomi verso il centro della sala vidi Geller che, sotto il lampeggiare dei flash, decisamente seccato, stava aspramente rimproverando Bersani.

L’immagine che mi viene in mente, in questo periodo di celebrazioni manzoniane, è quella di Fra Cristoforo che punta l’indice ammonitore verso il malvagio Don Rodrigo.

La cosa strana e che semmai l’indice avrebbe dovuto levarlo Bersani, ma come è noto, i rapporti tra studiosi del paranormale e soggetti paranormali sono più o meno quelli che intercorrono tra i carnefici e le loro vittime, con frequente inversione dei ruoli.

Quando giungemmo, dopo cena, allo studio televisivo per la trasmissione, Geller, offeso per aver trovato persone cosi sospettose come noi, non solo non ci volle più in scena con lui (e la cosa invero era stata da noi sospettata), ma ci fece anche sapere che non ci voleva nemmeno nello studio.

Poiché giudicammo poco dignitoso per dei professori universitari aspettare su un marciapiede di Milano, in pieno inverno e in una serata nebbiosissima, che la trasmissione finisse, arrivammo al compromesso di assistere alla esibizione di Geller da un televisore posto in una saletta.

Quando Geller se ne andò, terminato lo spettacolo, io lo incrociai nell’ingresso ed educatamente lo salutai con un disinvolto «Hello Uri!» al quale egli sportivamente rispose con un cortese «Good bye!». Forse si era ricordato della dedica che la sera precedente mi aveva fatto sulla prima pagina del suo libro: «To Aldo, peace!».

Allo spettacolo di Uri assistette invece di persona, insieme ad altri meno reprobi di noi, Alexander. Secondo il suo parere le quattro «dimostrazioni» fatte da Geller erano tutte spiegabili anche se non era possibile, dato il modo in cui si svolsero, avere la prova del trucco.

Alexander fece però notare che in chiusura di trasmissione Geller si era «sbilanciato» un po’ troppo affermando che la prova della paranormalità della rottura di un cucchiaio risiedeva nel fatto che i due tronconi non combaciavano più esattamente, per cui doveva essere avvenuta una «smaterializzazione».

In realta noi ripetemmo, dopo la trasmissione in pizzeria, la rottura manuale e potemmo verificare che le due pani non combaciavano affatto. In questa occasione Alexander mimò un’altra performance di Geller piegando una chiave che io tenevo in mano (e non ero d’accordo con lui).

Secondo Alexander, Geller lo aveva sicuramente riconosciuto perchè quando egli entrò, poco prima dell’inizio della trasmissione, questi gli disse: «Go out!», ma poiché egli con un sorriso disarmante gli chiese: «Why?», Geller non insistette.

Qualche giorno dopo, a Torino nella sua casa, Alexander mi illustrò l’opinione che si era fatto di Geller vedendolo all’opera. Le prove fatte a Milano non avevano alcuna validità scientifica e si poteva facilmente capire dove risiedeva il trucco, anche se non lo si poteva provare, episodio della chiave a parte. Tutto si poteva comunque spiegare facilmente dal punto di vista prestigiatorio.

Il comportamento di Geller che dopo aver escluso nel pomeriggio di essere venuto a Milano per effettuare esperimenti «scientifici» ed averci dato appuntamento all’albergo per le ore venti, in questa occasione propose, di sua iniziativa, di tare alcune prove, derivo probabilmente dal desiderio di rafforzare, di fronte ai numerosi parapsicologi presenti e venuti appositamente per lui, una credibilità che dopo il programma di Piero Angela, e anche prima, stava vacillando.

Certamente se voleva convincere, ottenne invece l’effetto opposto, ma, soggiunse Alexander, forse perché era presente un prestigiatore mentalista professionista come lui.

In sostanza se non fosse stato scoperto da Alexander il trucco della chiave, forse i presenti avrebbero pensato che pur non trattandosi di prove di laboratorio, le dimostrazioni fatte avvaloravano la sua credibilità.

Indubbiamente per lui, dopo gli attacchi di Randi, era molto importante essere difeso da uomini di scienza e del resto, in piu di un occasione, Geller fece notare che aveva lavorato con gli scienziati.

Un altra osservazione di Alexander fu che Geller diceva sempre cose che ricordavano i responsi della Sibilla Cumana, con possibilità cioè di una doppia interpretazione.

Per esempio, se gli scienziati lo avessero smentito circa una sua vantata collaborazione in esperimenti con loro, egli avrebbe potuto sempre dire che lo facevano per coprire segreti militari importantissimi. Tutto ciò che diceva poteva sembrare fantascientifico ma in realtà aveva una logica stringente perchè poteva sempre essere creduto o almeno non smentito.

Infine, secondo Alexander, come professionista, cioè come prestigiatore e uomo di spettacolo Geller si presentava molto bene, era molto bravo, drammatizzava al punto giusto, sapeva rendersi simpatico al momento opportuno, sapeva fare tenerezza.

Poiché ad Alexander Geller era evidentemente piaciuto, vorrei citare testualmente alcune sue parole: «Ti dirò che ho simpatia per l’individuo. È, intendiamoci, lo stesso tipo di simpatia che puoi provare per Arsenio Lupin che è un ladro, ma ruba bene! Geller a mio avviso, sia chiaro, non è un farabutto. È uno che “ci marcia”. che forse ha avuto poteri paranormali e che senz’altro si aiuta con la sua abilità di prestigiatore. Ecco, come uomo di spettacolo a me è simpatico».

In occasione di quell’incontro, si era nel 1978, Alexander fece notare che anche prima della sua venuta a Bologna, Geller era già molto criticato in USA e che a quel punto il suo «boom», se era stato molto utile per la parapsicologia, stava ormai diventando pericoloso.

Del resto [Charles] Honorton aveva da tempo temuto il pericolo della associazione troppo forte nella mente del pubblico tra Geller e l’intero campo della parapsicologia. «Se un giorno — aveva detto Honorton — Geller dovesse essere dimostrato un frodatore che usa trucchi da prestigiatore, la parapsicologia potrebbe fare il più grande passo indietro della sua storia».

Le parole di Honorton mi sono tornate in mente rivedendo Geller nelle sue ultime apparizioni in TV in alcune trasmissioni, abbastanza recenti, con alto indice di ascolto.

In quella occasione ho dovuto constatare con amarezza come la televisione, riproponendo i vecchi shows di Geller, ormai un po’ fané, sia riuscita in un suo gioco di prestigio: offuscare, in pochi minuti di trasmissione, la credibilità di tanti anni di ricerca seria.

Anche in conseguenza di ciò sono fermamente convinto che gli studiosi «seri» dei fenomeni cosiddetti paranormali dovrebbero mostrare grande prudenza nel concedersi ai «media» che potrebbero coinvolgerli, loro malgrado, in rappresentazioni della parapsicologia assai opinabili. In questa tardiva primavera stiamo, per esempio, assistendo al «fiorire» in TV di esperimenti di ESP, un tempo appannaggio di agguerriti parapsicologi europei e americani, condotti, con tecnica e interpretazione dei risultati quanto meno risibili, da personaggi assai poco qualificati in campo parapsicologico scientifico.

Ci siamo giovati della collaborazione dei prestigiatori anche in occasione della lunga ricerca che Bersani ed io abbiamo condotto negli anni scorsi con i «minigellers».

Poiché non è stato possibile, per motivi facilmente intuibili avere durante la lunga sperimentazione a disposizione abili prestigiatori che esprimessero la propria opinione sulla impostazione degli esperimenti e sui fenomeni che accedevano durante gli stessi, abbiamo pensato di ovviare, almeno in parte, a questa mancanza ricorrendo a posteriori al loro giudizio su quella trentina di fenomeni, tra prove sperimentali ed eventi, che a nostro avviso avevano meritato un giudizio di buona attendibilità.

In questo caso abbiamo interpellato sia Bossi che Alexander ai quali abbiamo chiesto di «smontare» gli esperimenti da noi ritenuti migliori alla ricerca di un eventuale trucco o di possibili trascuratezze o disattenzioni da pane nostra.

Il giudizio dei due prestigiatori è stato dato perciò dopo la descrizione dei fenomeni fatta da noi sulla base dei nostri appunti per cui riteniamo ragionevoli le eventuali obiezioni che possono venir mosse ad una tale procedura.

Giustamente Alexander ha fatto osservare che è difficile giudicare un fatto raccontato perchè è già di «seconda mano». Se un soggetto fosse riuscito ad ingannare lo sperimentatore e questi non se ne fosse accorto, difficilmente al prestigiatore interpellato verrebbe riferito il dato relativo all’inganno per cui questi giudicherebbe il fatto su una descrizione viziata alla base.

I prestigiatori hanno comunque riconosciuto che il resoconto da noi tatto degli esperimenti era molto accurato e dettagliato. Può forse essere interessante in questa sede, non tanto soffermarsi sugli esperimenti in sé, quanto confrontare tra loro le opinioni dei due prestigiatori in merito agli stessi.

Su 31 esperimenti complessivi discussi abbiamo avuto i seguenti giudizi:

— in 10 casi entrambi i prestigiatori sostanzialmente furono concordi nel ritenere che, se i fatti si erano svolti effettivamente come era stato loro raccontato, non erano in grado di dare una spiegazione in termini di trucco. In uno di questi casi Bossi mostrò qualche perplessità, non valida a nostro avviso;

— in 6 casi ritennero entrambi che l’unica spiegazione possibile fosse una disattenzione da parte degli sperimentatori;

- in 3 casi Alexander ipotizzò la disattenzione come unica spiegazione, mentre Bossi diede spiegazioni in termini di manipolazioni (escludendo in un caso la possibilità di disattenzione) da noi ritenute non accettabili;

— in 2 casi i prestigiatori proposero spiegazioni diverse tra loro da noi ritenute non infondate;

— in 5 casi diedero entrambi spiegazioni (anche diverse tra loro) in termini di trucco o di manipolazione prestigiatoria oppure mossero obiezioni sulla sicurezza dell’esperimento. Tutte queste spiegazioni, per come si erano svolti i fatti, furono da noi ritenute non ammissibili;

— in 3 casi Alexander trovò l’esperimento interessante, pur con qualche perplessità, mentre Bossi sostenne che il fenomeno a suo avviso era riproducibile con un trucco (opinione da noi non condivisibile);

— in un caso Alexander propose una spiegazione per noi non accettabile, mentre Bossi spiegò il fenomeno con il caso (molto improbabile a nostro avviso);

— in un caso Alexander si dichiarò non sorpreso per il tipo di fenomeno, pur non dando un giudizio definitivo sulla sua autenticità, mentre Bossi diede spiegazioni da noi ritenute non convincenti.

Nel 1980 chiesi la collaborazione di Alexander per un altro caso. Mi aveva telefonato un medico di Novi Ligure per avere consigli su un fenomeno strano, a suo avviso, che riguardava una ragazzina figlia di conoscenti, in presenza della quale si verificavano strani «apporti d’acqua».

In altre parole, persone ed oggetti nelle sue vicinanze venivano aspersi periodicamente da una sorta di rugiada, formata da minuscole goccioline che sembravano d’acqua.

Il caso mi incuriosiva e dissi al medico di mandare a Torino, nel mio Istituto, la ragazzina assicurandogli che avrei cercato di fare del mio meglio per capire la causa del fenomeno.

Alexander arrivò per primo, camuffato, ma non troppo, per non essere riconosciuto subito, data la sua notorietà. In realtà il travestimento consisteva in un paio di occhiali affumicati. Una decina di minuti più tardi arrivò la ragazzina, accompagnata dalla madre.

Mentre la signora ci spiegava come in presenza della figlia si verificavano i misteriosi apporti d’acqua, prendemmo l’ascensore per salire nel mio studio. Non appena la porta si chiuse, si verificò il primo «fenomeno»: gli occhiali di Alexander furono coperti da una miriade di goccioline.

L’ascensore misurava circa 1 e mezzo per 1 e mezzo per cui le quattro persone che l’occupavano stavano molto vicine. Una cosa mi parve subito molto probabile, e cioè che di «paranormale» ci fosse ben poco, mentre un’altra mi parve evidente: l’espressione seccata di Alexander che si era reso conto che qualcuno gli aveva sputato sugli occhiali.

Questo qualcuno non poteva essere che la ragazzina: ma come aveva fatto? Io la stavo osservando mentre salivamo in ascensore e, a differenza della madre che stava parlando, ella se ne stava in silenzio, sulle labbra un sorriso vagamente leonardesco.

Mi chiesi come facesse quella ragazzina apparentemente così timida e timorosa ad avere acquisito l’abilità straordinaria di usufruire delle proprie ghiandole salivari, a labbra praticamente appena, impercettibilmente, socchiuse.

Nel pomeriggio facemmo molte prove, ponendo davanti al volto della ragazza, per esempio, delle lastre di vetro e raccogliendo su di esse la «rugiada» misteriosa che rivelò avere il pH e la composizione chimica del secreto salivare.

Quando le due donne se ne furono andate, con le più ampie assicurazioni da parte mia alla madre che non c’era da preoccuparsi e che avrei fatto sapere qualcosa al dottore di famiglia, io e Alexander commentammo con un certo stupore le straordinarie capacità che a volte ragazzini, apparentemente innocenti ed indifesi, manifestano.

Alla sera mi telefonò il medico al quale spiegai che a parer nostro non c’era nulla di «paranormale», ma che si trattava di una notevole «abilità» della ragazzina di emettere a fior di labbra il liquido salivare senza movimenti apparenti.

Faceva ciò coscientemente o no? E, in ogni caso, quali erano le motivazioni, consce o inconsce che la spingevano a farlo? Evidentemente non potevo dare una risposta dopo un colloquio di poche ore e del resto non sarebbe stato compito mio farlo. Lascio semmai tale onere agli psicologi presenti in sala, molto più qualificati di me.

Consigliai anche al medico di fare una prova che io, per ovvii motivi non avevo potuto fare: incerottare la bocca della ragazza e notare se il fenomeno si ripeteva. Qualche tempo dopo ebbi occasione di parlare con lui che mi disse di aver fatto l’esperimento e che in quelle occasioni il «misterioso apporto di rugiada» non si era più verificato.

Mi ringraziò dell’aiuto, anche a nome della madre della ragazza, particolarmente compiaciuta per aver riconosciuto tra i suoi «benefattori » il celebre Alexander, a dispetto del suo complicato travestimento.

Il dottore si disse anche favorevolmente impressionato per il fatto che noi, a differenza dei vari «parapsicologi», non meglio identificati, interpellati dalla famiglia della ragazzina, anziché ricorrere all’intervento di spiriti burloni o di misteriose capacità psicocinetiche fossimo ricorsi a spiegazioni più «normali», dettate da spirito di osservazione e semplice buon senso.

Gli elogi del medico solleticarono indubbiamente la mia vanità, ma nel contempo mi lasciarono vagamente perplesso sull’equilibrio di quei, per così dire «parapsicologi», interpellati in precedenza.

Di recente ho avuto modo di giovarmi in un’altra occasione della collaborazione di Alexander. In effetti tu egli stesso a segnalarmi il caso di un ragazzino abitante in una località della collina torinese, a pochi minuti dal capoluogo, località in cui lo stesso Alexander è nato.

Il caso si presentava interessante: il ragazzino, poco più che decenne, l’anno precedente era stato colpito da strani accessi febbrili. La temperatura corporea saliva intatti improvvisamente a 41-42° per poi rapidamente tornare normale. I medici, a sentire la madre del ragazzo, non erano riusciti a capire granché, anche perché gli attacchi febbrili non sembravano causare alcun danno o lasciare alcuna conseguenza.

La signora, che ha una cena informazione sui fenomeni paranormali (tra l’altro è un’ammiratrice di Sai Baba che ha anche visto direttamente in India, riportandone un’ottima impressione), pensò che potesse trattarsi, più che di un disturbo patologico o fisiologico del figlio, di una manifestazione paranormale.

Sulla base di questa idea il ragazzo avrebbe provato con risultati positivi a far salire rapidamente i termometri fino al massimo, mettendone anche fuori uso alcuni. Da allora i fenomeni si sarebbero moltiplicati e diversificati sempre più: visione attraverso i muri, movimenti e accensioni inspiegabili di lampadari, previsione di terremoti, sparizioni di oggetti vari e loro ricomparsa misteriosa, spostamento delle lancette degli orologi a distanza, piegamento di oggetti metallici, ecc.

Si tratta, come si vede di un campionario di fenomeni non certamente nuovi per chi ha avuto dimestichezza con i minigeller e occasione di sperimentare per vari anni con loro. Anche le caratteristiche psicologiche personali del ragazzo e quelle ambientali e familiari mi ricordarono episodi e situazioni già noti sui quali del resto abbiamo già avuto modo di riferire in altre occasioni.

Malgrado fossimo armati di molta pazienza e delle migliori intenzioni, né io né Alexander riuscimmo però a verificare alcun fenomeno tra quelli narratici (con grave disappunto dei familiari del ragazzino e, pare, grande frustrazione dello stesso) tranne quello inerente ai termometri.

Effettivamente, tenendo in mano il termometro dalla parte opposta al bulbo e introducendolo periodicamente nel relativo astuccio di plastica, il ragazzo riuscì in più di una occasione a far salire gradatamente la temperatura, frazione di grado una dopo l’altra, fino al massimo corrispondente a 43° circa.

Le prove furono fatte in nostra presenza, alla luce del giorno, sotto controllo strettissimo. Tutti gli altri tentativi di riprodurre qualche fenomeno sia di ESP che di PK fallirono invece sistematicamente.

Alexander mi fece notare, una volta lasciata la casa del ragazzo, che il gesto tipico di estrarre e rimettere dentro l’astuccio il termometro a suo avviso poteva essere significativo.

In effetti, provando noi stessi, ci accorgemmo che il movimento impresso al termometro all’atto della introduzione nell’astuccio ed il suo brusco arresto determinavano la salita a scatti della «temperatura», o meglio del mercurio nel capillare in quanto non si trattava di un fenomeno termico ma chiaramente meccanico.

Ciò si verificò molto facilmente con i termometri del tipo piatto usati abitualmente dal ragazzo. Si dimostrò invece non possibile o molto difficile usando un termometro di quelli piccoli e a sezione tondeggiante. Purtroppo quando proponemmo al ragazzo di ripetere la prova con questo termometro egli non accettò e preferì usare il solito termometro piatto al quale era «abituato».

La delusione per il fallimento del tentativo di riprodurre anche uno solo dei meravigliosi fenomeni che avvenivano continuamente in casa dovette essere molto grande sia per il ragazzino che per i suoi familiari se ormai da parecchi mesi non si sono più fatti vivi e sto sempre attendendo, come d’accordo, una loro chiamata.

Per concludere, penso che si possa affermare che la collaborazione dei prestigiatori sia stata finora per noi molto utile, anche se è servita, almeno in parte a dimostrare che i fenomeni supposti paranormali erano invece spiegabili con cause «normali». Ma noi riteniamo che compito di un ricercatore scientifico sia prima di tutto indagare sui fenomeni, in questo caso insoliti, nel tentativo di appurarne la natura, qualunque essa sia.

Se ciò significherà rimandare la dimostrazione scientifica della genuinità dei fenomeni stessi (intesi come «paranormali») la cosa non ci addolorerà molto, avendo noi rispettato per prima cosa il nostro codice deontologico di uomini di scienza.

E se poi i fenomeni cosiddetti paranormali dovessero mostrarsi assolutamente riottosi alla indagine con i criteri e i metodi scientifici, cosa che del resto diversi rispettabili autori ritengono probabile, potrà sempre consolarci il proverbio, certamente cinese, che dice: «Dobbiamo continuare a camminare con speranza, anche se non arriviamo in nessun posto».


Tratto da Aldo Martelli, “Esperienze di collaborazione con alcuni prestigiatori nell’indagine di alcuni supposti casi paranormali”, Quaderni di parapsicologia, Centro Studi Parapsicologici, Bologna 1986 (scansione).

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