“Sopra di quel letto ove giaceva il corpo malato della bambina, un rappresentante della società civile e dell’ordine legale, appese un cartello, sul quale era scritta una parola infame. […] Era una prostituta” (1) 

Barberina è la giovane protagonista di Una fra tante (1878), il romanzo che Emilia “Emma” Ferretti Viola dedica al lato oscuro dell’unità d’Italia, mostrando una realtà di povertà e abbandono da cui nasce la prostituzione minorile. Quel cartello non è un dettaglio secondario ma il modo in cui la scrittrice denuncia la crudeltà del Regolamento Cavour, una legge la cui urgenza non è di proteggere le donne dalla prostituzione forzata ma di etichettarle.

All’interno della mostra “L’Italia dei primi italiani”, che chiude oggi al Castello di Novara, Angelo Morbelli sceglie un’inquadratura che trasforma la scena in un’esperienza visiva costruita per fasi successive. Stringendo sul corpo disteso sul letto, il cartello scompare. Resta una bambina malata, con il corpo pallido coperto di macchie. In chi osserva, la compassione scatta in automatico.

Solo dopo, leggendo il titolo “Venduta!”, si capisce che quella condizione nasce dalla prostituzione forzata.

Così lo spazio museale riporta chi osserva dentro quella stanza d’ospedale, dove

le donne per bene, passando dinanzi [al cartello] [...], volgevano la testa dall’altro lato, ora con disgusto, ora con malizia, talvolta con ira (p. 178).

Il quadro sfrutta la forza muta dell’immagine per spostare fuori campo l’informazione decisiva, affidandola al titolo e costruendo un timing in cui prima si è costretti a vedere la bambina nel letto senza etichette. Lo scarto temporale produce sullo sguardo borghese una dissonanza fertilissima, inchiodandolo a una domanda: osi davvero giudicare una ragazzina in queste condizioni? Orchestrando il suo colpo di scena, Morbelli mostra come il giudizio sociale funzioni come una seconda violenza e rifiuta di accompagnare chi osserva verso qualsiasi pacificazione.


Note

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