Ho amato ogni minuto di Backrooms.
Un conto è costruire un creepypasta su YouTube, un altro è portare quella lore al cinema senza soffocarla sotto gli spiegoni o, peggio ancora, trarne un film che parla (da fuori) del fenomeno nato online. Kane Parsons trova un equilibrio difficilissimo: lascia intatto il mistero e trasforma l’esplorazione dei luoghi in qualcosa di interminabile e stranamente ipnotico.

Niente jump scare a effetto, niente oscurità usata per nascondere il mostro. Qui tutto è visibile, illuminato più del necessario, attraversato lentamente. I corridoi sghembi, le stanze paradossali, i vuoti geometrici, i passaggi segreti, le mappe à la Quake acquistano una fisicità incompatibile con le scorciatoie più facili, dal sogno all’allucinazione. La recitazione, trattenuta e mai sopra le righe, lascia che l’orrore resti ai margini dell’inquadratura e costruisce un’allusione continua e mai sguaiata.
È uno di quei film che viene voglia di rivedere subito, come si torna dentro Shining per inseguire geometrie impossibili e continuità che non tornano. Per abitarne la vertigine, non per scoprirne il trucco.

Naturalmente, se dovessi davvero perdermi lì dentro, vorrei avere con me Exit reality. Vaporwave, backrooms, weirdcore e altri paesaggi oltre la soglia (NERO 2023) di Valentina Tanni: pochi libri hanno saputo tracciare una mappa così precisa e allucinata dell’immaginario da cui emergono le backrooms.
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