home • mariano tomatis • libri • foto • conferenze • ambigrammi • video • contatti

La stanza rossa

Domenica 31 gennaio 2010 by David Lynch


Un giorno d'estate mi trovavo in un laboratorio di sviluppo e stampa, le Consolidated Film Industries di Los Angeles. Allora stavamo montando la puntata pilota dei Segreti di Twin Peaks e per quel giorno avevamo finito. Erano circa le sei e mezzo del pomeriggio e ci trovavamo all'esterno dell'edificio. Nel parcheggio c'erano alcune auto.

Posai la mano su un tettuccio ed era caldo, molto caldo: non bollente, ma piacevolmente caldo. Stavo lì con la mano poggiata sul tettuccio quando - puf! - apparve la "stanza rossa". Quindi i personaggi che parlano e si muovono al contrario e infine alcuni dialoghi.


Ebbi quest'idea, questi frammenti d'idea. Me ne innamorai. Inizia proprio così. L'idea ti dice di costruire la "stanza rossa". Ci pensi su. "Aspetta un attimo," dici "le pareti sono rosse, ma non solide." Allora continui a pensare. "Sono tende. Non opache, ma traslucide." Quindi appendi le tende "Ma per il pavimento... ci vuole qualcosa." Torni con la memoria all'idea, e sul pavimento c'era qualcosa: avevi tutto, sotto gli occhi. Così aggiungi ciò che mancava. Inizi a ricordarla meglio, l'idea. Procedi per tentativi, sbagli ma aggiusti il tiro, aggiungi altri dettagli, ed ecco che la stanza è pervasa dalla stessa identica atmosfera dell'idea.(1)

_________________

(1) Tratto da David Lynch, In acque profonde, Oscar Mondadori, 2008, pp.93-94.

Posted in blog |

Incoerenza e credulità

Sabato 30 gennaio 2010 by Raymond Smullyan


C'è un aspetto curioso dell'incoerenza. Nei sistemi matematici formali oggi di moda la coerenza è assolutamente essenziale, giacché senza essa l'intero sistema crolla e si può provare qualunque cosa. Si è, dunque, sostenuto che se una persona è incoerente finirà con il credere a tutto. Ma è davvero così?

Ho conosciuto parecchie persone incoerenti, e non sembra che credano a tutto. Innanzitutto è difficile che si viva abbastanza a lungo da credere a tutto. In secondo luogo, fossimo pure immortali e incoerenti, non crederemmo necessariamente a tutto. Lo dico per questa ragione: se, nella nostra incoerenza, fossimo coerenti, allora potremmo finire con il credere a tutto, ma è più probabile che una persona incoerente sia, nel comportarsi incoerentemente, tanto incoerente quanto lo è nei confronti delle altre cose, e sarebbe proprio questo a salvarlo dal credere in qualunque cosa.

La gente incoerente che mi è accaduto di conoscere non sembrava privilegiare le credenze false sulle credenze vere più di certe persone che compiono sforzi sovrumani per mantenersi coerenti ad ogni costo. È pur vero che la gente che è coerente per forza probabilmente si risparmierà certe false credenze, ma temo che gliene scapperanno anche parecchie vere!(1)

_________________

(1) Raymond Smullyan, 5000 avanti Cristo... (e altre fantasie filosofiche), Zanichelli, 1987.

Posted in blog |

Aprire o chiudere la mente?

Venerdì 29 gennaio 2010 by Julian Baggini


I filosofi che hanno studiato nelle università britanniche sono, nel complesso, avversi alla filosofia francese che considerano pretenziosa, oscurantista e vuota; ma non è certo questo il modo in cui la considera chi ha svolto i propri studi in Francia. Perciò è chiaro che contingenze locali influenzano il giudizio su quali tipi di filosofia siano validi e quali no.

Tutto vero. Ma che cosa ne deduciamo? Quel che non possiamo dedurne è l'obbligo di considerare equivalenti tutti i punti di vista alternativi finché non li abbiamo esaminati accuratamente, dimostrando il contrario. È una strategia che non possiamo adottare per il semplice fatto che al mondo ci sono troppi sistemi di pensiero, troppe risposte alla domanda sul perché siamo qui e su come dovremmo vivere. Come potremmo impegnarci a esaminare la verità di ciascuno di essi dall'interno, perché non ci accontentiamo di ciò che i seguaci considererebbero una comprensione superficiale? Non è possibile, semplicemente perché la vita non è abbastanza lunga. Per non dire che alcune di queste alternative richiederebbero una vita di esercizio, il che significa che comunque se ne può provare soltanto una. È impossibile vagliare una miriade di sistemi di pensiero con la profondità che i loro seguaci ritengono necessaria per una comprensione autentica. E tuttavia, chi respinge un certo sistema di pensiero spesso viene rimproverato di non avere alcun diritto di farlo perché non lo ha esaminato abbastanza a fondo.

Siamo in presenza di un vero dilemma che tutti noi dobbiamo affrontare quando cerchiamo di trovare un senso e uno scopo alla vita. Mentre è nozione comune che sia vantaggioso conservare un atteggiamento mentale aperto, non si dice altrettanto spesso che un certo qual restringimento della mente è necessario per arrivare da qualche parte. Non possiamo restare ugualmente aperti a tutte le possibilità, altrimenti non arriveremmo mai a credere a qualcosa. Dobbiamo pur vivere, dobbiamo pur operare scelte e decidere quale direzione dare alla nostra vita: è inevitabile. Anche se decidessimo di non decidere, giungendo alla conclusione che il modo migliore di vivere è attenersi a un agnosticismo globale, avremmo pur sempre deciso che una via - quella di sospendere il giudizio - è migliore delle altre.

Dato quindi che la vita è breve e che la decisione riguardo a ciò che la vita significa per noi non può essere rimandata all'infinito, dobbiamo emettere il giudizio meglio che possiamo, senza aver prima raccolto tutte le prove a favore e contrarie. Questo comporta qualche rischio, poiché naturalmente è possibile trascurare ingiustamente un'idea che avrebbe potuto rivelarsi vera. Ma si tratta di un rischio inevitabile. Andiamo comunque incontro al pericolo di mancare qualche buona idea, sia se passiamo troppo tempo a esaminarne un piccolo numero, ignorandone così moltissime altre, sia se passiamo troppo poco tempo a esaminarne una grande numero, non rendendo loro giustizia.

Allora come possiamo decidere a quali idee dedicare tempo e quali accantonare dopo aver loro concesso un'attenzione relativamente scarsa? Ciò che possiamo fare è raggrupparle, formulando così un solo giudizio su tutte le idee simili. Per esempio, potremmo arrivare alla conclusione che non vediamo ragione di credere in Dio o negli dèi, e potremmo raggiungere quella conclusione dopo averci riflettuto a lungo. Di certo, se arriviamo a quel punto probabilmente ci saremo concentrati su un paio di religioni. Ma se ne abbiamo concluso, per quelle che ci paiono buone ragioni, che Dio non esiste, allora non avremo motivo di investire molto tempo nell'esame delle dottrine religiose di cui sappiamo poco o nulla, se esse proclamano la fede in Dio. In altre parole, possiamo impegnarci a valutare attentamente un sistema di pensiero a un livello che sia il più generale possibile e, una volta respintolo, non dobbiamo preoccuparci di esaminarne ogni singola, specifica variante.

Un altro tema riguardo al quale è indispensabile adottare questa strategia è il paranormale. C'è un'inesauribile massa di eventi che vengono dichiarati paranormali. È letteralmente impossibile valutarli uno per uno, ma non è indispensabile farlo. Se abbiamo esaminato una rosa di casi e ne abbiamo concluso che non vi sono prove valide riguardo all'esistenza dei fantasmi o di fenomeni paranormali, la prossima volta che qualcuno dice: «Ah sì?, e come ti spieghi la storia del poltergeist mangiatulipani di Hapstead Lane?», possiamo tranquillamente rispondere che non abbiamo bisogno di spiegarcelo. L'esperienza ci ha mostrato che in ogni altro caso in cui si è parlato di presunti fantasmi non c'era prova alcuna della loro presenza, e inoltre tutto quello che sappiamo della vita umana depone a sfavore della loro esistenza. Perciò non è compito nostro provarlo né dovremmo andare in giro per il mondo tentando di dimostrare la falsità di ogni singolo caso di cui non abbiamo ancora sentito parlare. Le nostre ragioni per non credere a queste storie sono abbastanza buone e sarebbe improprio dedicare altro tempo ad affermazioni che non abbiamo alcun motivo di accettare.

In breve, dobbiamo sviluppare una specie di gerarchia e concentrare la nostra attenzione non sulla miriade di convinzioni o sistemi di pensiero che sembrano invalidarla, ma sui loro presupposti più generali. Per questo motivo non sono convinto che dovrei dedicare più tempo allo studio, diciamo, del buddhismo. Una delle mie convinzioni più basilari è che gli esseri umani siano essenzialmente animali corporei e che non possano sopravvivere alla morte del proprio cervello, quanto meno finché la tecnologia non si svilupperà al punto da crearne una replica perfetta. Non è una tesi che io intenda difendere qui. Penso tuttavia che la sua verità sia dimostrata da prove semplicemente schiaccianti, quindi non ho motivo di prendere sul serio un sistema di pensiero secondo il quale la personalità umana si basa su altre forze misteriose o su concetti come quelli di citta o khandha. Il buddhismo è solo un esempio di un tipo di spiegazione generale che ritengo inadeguata e che non vedo ragione di esaminare in ogni suo singolo dettaglio. In altre parole, sento di dover chiudere selettivamente la mia mente a questo genere di concezioni per far sì che il mio pensiero sia produttivo e non si limiti a tornare sempre e di nuovo sulle stesse cose.

D'altra parte devo senz'altro tenere aperta la mia mente quando si tratta delle mie convinzioni più profonde e decisive. Se scoprissi una dimostrazione lampante e incontestabile del fatto che ho torto a sostenere la tesi forte della mortalità umana, dovrei considerarla con estrema attenzione perché l'intero edificio delle mie convinzioni ne sarebbe minacciato. Ma sottolineo che dovrebbe trattarsi di una dimostrazione lampante e incontestabile, non solo di un apparente controesempio. L'ennesima storia di fantasmi o l'ennesimo credo religioso, inventato migliaia di anni fa, quando capivamo poco o niente del modo in cui funziona il cervello, non merita un serio riesame delle mie convinzioni.

Questo genere di equilibrismo è qualcosa che tutti dobbiamo imparare. La vostra convinzione più profonda può benissimo essere diversa dalla mia e, di conseguenza, le affermazioni che dovrete ignorare o esaminare più attentamente saranno diverse. Ma una strategia di questo tipo è l'unica scelta che abbiamo. Non è possibile proporsi di esaminare a fondo ogni affermazione che contraddica ciò in cui crediamo, e non lo facciamo. Alcune le liquidiamo come l'ennesimo esempio di un genere di pensiero che respingiamo, di altre pensiamo che lancino una sfida interessante. Il sistema per avere un atteggiamento mentale aperto è operare queste distinzioni in modo corretto e onesto, riconoscendo le autentiche sfide e restando sempre aperti alla possibilità che se ne presenti una nuova. In sostanza, dobbiamo ammettere la possibilità che ci sbagliamo. Dare pari credibilità a tutte le alternative non significa avere una mente aperta, ma una mente vuota.

Sono consapevole che molti potrebbero trovare quest'ultimo pensiero ripugnante. L'idea che sia essenziale mantenere un'apertura mentale è così diffusa che chi si azzarda a suggerire la necessità di una qualche chiusura potrebbe passare per eretico. Ma è l'unica cosa che possiamo fare. Date alle affermazioni dei Branch davidiani e delle altre sette cristiane minoritarie lo stesso peso che date ai pronunciamenti delle più grandi religioni del mondo? Quando sentite qualcuno affermare che la fine del mondo è vicina, ne esaminate a fondo il pensiero per vedere se ha ragione? Spero di no. Restringiamo la nostra mente non solo per evitare di sprecare energie mentali, ma perché è necessario.

L'ambito in cui in effetti occorre avere un atteggiamento mentale aperto, tuttavia, è quello del rispetto e della tolleranza per le differenze. L'impossibilità di valutare tutte le forme di credo dall'interno non deve impedirci di schierarci a favore o contro alcune di esse, o di esprimere le nostre obiezioni con forza e chiarezza. Ma dovrebbe distoglierci dal negare tout court la possibilità che altri abbiano trovato un degno modo di vivere o verità che a noi sono sfuggite. Non siamo arroganti se crediamo in ciò che siamo sicuri di avere buone ragioni per credere e respingiamo ciò per cui non le abbiamo. Siamo arroganti solo se neghiamo la possibilità che, nonostante tutto, potremmo avere torto.(1)

_________________

(1) Julian Baggini, Il tassista, il poeta e il senso della vita, Cairo Editore, 2007.

Posted in blog |

La saliera da centomila dollari

Martedì 26 gennaio 2010 by Randy Pausch


Quando avevo dodici anni e mia sorella quattordici, andammo con tutta la famiglia a Disney World a Orlando. I nostri ritenevano che fossimo grandi abbastanza per girare il parco senza essere controllati di continuo. Era l'epoca prima del cellulare, e mamma e papà ci avvisarono di fare attenzione, scelsero un punto in cui incontrarci dopo un'ora e mezza e poi ci lasciarono andare.

Pensate quanto era elettrizzante! Eravamo nel posto più incantevole del mondo e avevamo la libertà di esplorarlo da soli. Eravamo anche estremamente grati ai nostri genitori per averci portati lì, e per avere capito che eravamo grandi abbastanza per stare da soli. Così decidemmo di ringraziarli unendo le nostre paghette per regalare loro qualcosa.

In un negozio trovammo il regalo giusto: una saliera di ceramica con due orsetti che penzolavano da un albero e reggevano i due scomparti per il sale e il pepe. Pagammo dieci dollari, uscimmo dal negozio e tornammo sul viale principale in cerca di altri divertimenti.

Tenevo io in mano il regalo, ma a un certo punto mi scivolò dalle mani. La saliera di ceramica andò in pezzi. Io e mia sorella scoppiammo a piangere.

Una signora aveva visto quello che era successo e si avvicinò. «Riportatela al negozio» suggerì. «Sono sicura che ve ne daranno un'altra.»

«Non vedo perché» replicai. «E' stata colpa mia. L'ho fatta cadere. Perché mai al negozio dovrebbero darcene un'altra?»

«Provaci comunque» disse la donna. «Non si può mai sapere.»

Così tornammo al negozio... e senza mentire raccontammo quello che era successo. I commessi del negozio ascoltarono la nostra triste storia, sorrisero... e ci dissero che potevamo prenderne un'altra. Aggiunsero che era colpa loro perché non avevano incartato abbastanza bene la saliera. Ovviamente, intendevano dire: «La nostra confezione doveva tenere conto che a portare la saliera sarebbe stata la mano di un dodicenne eccitato dal parco giochi».

Ero scioccato. Non solo ero grato, ma anche incredulo. Io e mia sorella uscimmo da quel negozio completamente sbalorditi.

Quando i nostri genitori seppero dell'incidente, l'episodio rafforzò davvero il loro apprezzamento per Disney World. In effetti, quella decisione presa di soddisfare il cliente con una saliera da dieci dollari finì con il far guadagnare alla Disney più di centomila dollari.

Fatemi spiegare.

Anni dopo, quale consulente della Disney Imagineering, mi capitava a volte di chiacchierare con dirigenti di un certo livello nella catena di comando della Disney, e ogniqualvolta avevo occasione raccontavo la storia della saliera.

Raccontavo come le persone in quel negozio di souvenir avessero fatto sentire a nostro agio me e mia sorella, portando i miei genitori a stimare profondamente quella struttura.

I miei genitori fecero diventare le visite a Disney World parte integrante del loro lavoro di volontariato. Avevano un autobus a ventidue posti con cui portavano gli immigrati che studiavano inglese dal Maryland a vedere il parco. Per oltre vent'anni mio padre ha comprato biglietti per quel parco giochi a decine di bambini. Io stesso ho partecipato a molti di quei viaggi.

Alla fine, da quel giorno, la mia famiglia ha speso oltre centomila dollari a Disney World in biglietti, cibo e souvenir per noi e per altri.

Quando racconto la storia agli attuali dirigenti della Disney, finisco sempre chiedendo: «Se ora mandassi un bambino in uno dei vostri negozi con una saliera rotta permettereste ai vostri impiegati di essere così gentili da sostituirla?».

I dirigenti tentennano imbarazzati. Conoscono la risposta: probabilmente no.

Questo perché da nessuna parte nei loro calcoli di fatturato e utili potrebbero misurare come una saliera da dieci dollari possa renderne centomila. E così oggi direbbero a un bambino che non possono farci niente se lui è sfortunato, e lo lascerebbero uscire dal negozio a mani vuote.

Il mio messaggio invece è questo: c'è più di un modo per calcolare profitti e perdite.(1)

_________________

(1) Randy Pausch e Jeffrey Zaslow, The Last Lecture, trad.it. L'ultima lezione, Milano: Rizzoli, 2009, pp.187-190.

Posted in blog |

Pierre Plantard, presidente della Juventus

Mercoledì 20 gennaio 2010 by Mariano Tomatis

Ho trovato una fotografia inedita di Pierre Plantard!

O meglio, questo annunciavo questa mattina su uno dei tanti "forum dei mysteri" dedicati a Rennes-le-Château. Pierre Plantard, ultimo Gran Maestro del Priorato di Sion, è una figura controversa, intorno alla quale si scatenano furibonde discussioni, e perfino Dan Brown rivelò che il vero cognome della protagonista de Il codice Da Vinci era Plantard - in modo da "saldarne" la genealogia con quella di Gesù Cristo e della Maddalena.

Eccolo, in uno scatto ben noto (a sinistra) e nella fotografia da me scovata (a destra):


In pochi minuti, uno dei tanti "diabolici" - tale Richard - risponde eccitato:

Interessante, se mi avessero mostrato la fotografia senza dirmi che era lui, forse non l'avrei identificato con Plantard, essendo abituato a vederlo in scatti in cui è più vecchio. Presumibilmente risalirà ai primi Anni Settanta, no? Sembra si trovi in una specie di stadio - sul campo, di fronte a quelli che sembrano degli spalti. Sembra addirittura l'allenatore di una squadra sulla linea di bordocampo. Ma Plantard non era in qualche modo coinvolto con la squadra del Paris Saint Germain?

In effetti, si trattava solo di un mio cattivissimo scherzo. L'uomo nella fotografia è Jean-Claude Blanc, presidente della Juventus.

Posted in blog |

(Ri)trovare un tesoro

Domenica 17 gennaio 2010 by Mariano Tomatis

Il sito Geocaching.com offre un database di piccoli tesori sepolti o nascosti in giro per il mondo.


Il meccanismo è semplice: chi vuole "trovare" uno degli oggetti nascosti (chiamati cache) può sceglierne uno indicando le proprie coordinate geografiche; automaticamente un motore di ricerca segnala quale sia la cache più vicina in linea d'aria e fornisce indizi per ritrovarla. Ma il sito è dedicato anche a chi desidera "nascondere" (e registrare) una cache: è possibile, infatti, caricarne una fotografia e le coordinate GPS, per consentire a qualcun altro di mettersi sulle sue tracce. Geocaching.com si propone, dunque, come interfaccia tra chi nasconde piccoli tesori nel mondo reale e chi vuole trovarne uno: i primi provvedono a caricare sempre nuove cache nel database, mentre i secondi - i veri e propri "giocatori" - riferiscono di solito sul proprio blog di aver trovato l'uno o l'altro oggetto curioso, nascosto chissà da chi.

Era l'estate del 1985 quando ebbi l'idea di nascondere un piccolo tesoro per i posteri. Ogni 2 agosto, dopo un pranzo sulle colline dietro il Santuario di Belmonte, i miei genitori ci acquistavano un anello di alluminio con l'immagine della Madonna.


Io e mia sorella. Si nota l'anello al dito destro.

Al termine di quelle vacanze, prima di ritornare a scuola, chiusi il mio anello e quello di mia sorella in una (poco Ermetica, nei due sensi) confezione di formaggini Galbani, che sigillai con un po' di scotch e seppellii in una buca - non prima d'aver tracciato una sommaria mappa del cortile della casa di Torre Canavese, senza commettere l'ingenuità di indicare con una X il punto dove scavare, e piuttosto indicando quanti passi avrei dovuto fare dal Grande Albicocco della zia per ritrovarlo.

Vent'anni più tardi, il 14 agosto 2005, come in tutti i romanzi la mappa era andata perduta. Ricordavo vagamente l'area in cui poteva trovarsi il mio piccolo tesoro, e cominciai a scavare.


Le speranze di ritrovare qualcosa diminuivano con l'allargarsi della zona di scavo. Ero sul proverbiale punto di smettere, quando vidi un pezzo di plastica rotondo che tanto ricordava i vecchi formaggini.


La scatola della Galbani, vent'anni dopo.

Beh, fu una bella sorpresa.


In quell'istante si accese il sole, e mi tornò in mente il fascio di luce che inonda il giovane Semola quando - nel cartone animato Disney - estrae emozionato la spada dalla roccia.


Questo l'anello "mariano" divorato dal tempo.


Posted in blog |

Picasso on the beach

Mercoledì 13 gennaio 2010 by Ray Bradbury

Roy guardò giù, verso l'uomo che disegnava sulla sabbia. L'immagine che cominciava a delinearsi lo fece trasalire. Era un volto straordinario, non reso realisticamente, ma colto piuttosto da angolazioni diverse. In realtà, somigliava molto a un Picasso.


Appena quel pensiero gli attraversò la mente, il cuore di Roy sussultò. Alzò il binocolo fino agli occhi, che poi sentì il bisogno di sfregare. L'uomo sulla spiaggia era proprio Picasso.

Le pulsazioni di Roy accelerarono. Faceva quella strada ogni giorno e sapeva che presto la marea sarebbe salita e avrebbe cancellato il Picasso originale. In qualche modo doveva tentare di salvarlo. Ma come?

Cercare di trattenere il mare era assurdo. E non vi era alcuna possibilità di fare un calco nella sabbia, anche se ne avesse avuto il tempo. Forse poteva correre a casa a prendere la macchina fotografica. Ma una foto avrebbe al massimo conservato il ricordo dell'opera, non l'opera stessa. E se anche ci avesse provato, quando fosse tornato l'immagine sarebbe probabilmente già stata cancellata dalla marea. Forse avrebbe semplicemente dovuto godersi il panorama, finché durava. Mentre restava fermo a guardare, non sapeva se ridere o piangere.(1)

_________________

(1) Ray Bradbury, In una stagione di tempo sereno ora in Ray Bradbury, La fine del principio, Science Fiction Book Club, 1963.

Posted in blog |

Un pensiero sul complottismo

Lunedì 11 gennaio 2010 by Mariano Tomatis

Mi sono imbattuto in questi giorni in una sorprendente dissertazione di Daniele Mela dedicata al fenomeno del complottismo, intitolata "La cospirazione della complessità: Il pendolo di Foucault di Umberto Eco e Underworld di Don Delillo".


E' molto interessante una riflessione a proposito della funzione del pensiero cospirativo, che secondo Mela fornirebbe a chi lo elabora una sorta di "giustificazione della difficoltà dell’esistenza". In un capitolo dedicato a Umberto Eco, l'autore scrive:

La tensione alla ricerca di un complotto ha dunque secondo Eco la funzione di scaricarci dalla responsabilità per i nostri sbagli, per gli errori commessi: se il mondo è intrinsecamente corrotto, non dobbiamo chiedere scusa a nessuno perché abbiamo mancato, non dobbiamo giustificarci nei confronti di nessuno. Una tale spiegazione ha tratto molto dalla popperiana teoria sociale della cospirazione, in quanto al tentativo di scapegoatism, di attribuire fatalisticamente ad altri (come puntualizza Popper, prima agli dei dell’olimpo, poi ad oscuri ed onnipotenti gruppi di potere) la propria incapacità di incidere nella società.(1)

Nel suo romanzo, lo scrittore alessandrino risolve l'idea con una battuta:

Soccombere di fronte a un complotto cosmico non è vergogna. Non sei vile, sei martire.(2)

La scelta dell'ultimo termine mi rimanda a Michele Serra e a una sua Amaca di due anni fa:

Il cantante Povia ha dichiarato di essere stato escluso dal Festival di Sanremo perché c’è un governo di centrosinistra, e "Sanremo è sempre stato lo specchio del governo". Siamo alle amenità da caffè, niente di grave, al massimo si può rilevare il sadismo assoluto della stampa, che attorno a questi inciampi psichici e verbali costruisce articoli e spesso addirittura titoli. Però un poco dispiace scoprire anche nei dettagli, anche nelle quisquilie la reiterazione costante, e noiosissima, della paranoia politica italiana, che trova la sua eterna forza soprattutto nella convinzione di essere perseguitati dagli oscuri maneggi del nemico. Nel novantanove per cento dei casi il nemico se ne infischia di noi, e a volte ignora addirittura la nostra esistenza. Ma è un comfort straordinario poter pensare, di ogni accidente che ci capita, che esista un mandante, che si tratti di discriminazione. Sentirsi martiri è sempre meglio che sentirsi pirla.(3)

_________________

(1) Daniele Mela, "La cospirazione della complessità: Il pendolo di Foucault di Umberto Eco e Underworld di Don Delillo", Tesi di laurea in letterature moderne e comparate, 2005, p.48

(2) Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, Milano: Bompiani, 1988, p.655.

(3) Michele Serra, "L'amaca" in Repubblica, 8.1.2008.

Posted in blog |

Hollywood a Venezia

Domenica 10 gennaio 2010 by Mariano Tomatis

Hollywood ama Venezia, e durante ogni mia visita in Laguna, non manco mai di visitare campo San Barnaba, sotto il quale - nel terzo film della sua serie - Indiana Jones trova la tomba di uno dei tre Cavalieri del Graal.

Sulla scatola dell'omonimo videogioco (Indiana Jones and the Last Crusade) il promo recitava: «If you were in Indy's shoes, how would you measure up?». Raggiungere il luogo del film è, ogni volta, un'occasione per indossare le scarpe dell'archeologo americano.


A sinistra: Fotogramma del film (1989) &bull A destra: Campo San Barnaba vent'anni dopo (6 dicembre 2009)

Ho trascorso lunghissime ore a decifrare gli enigmi del videogame: si trattava di un gioco elettronico fedelissimo alla versione cinematografica, e ho impiegato mesi per risolvere tutti i puzzle ambientati dentro (e sotto!) la chiesa di San Barnaba. Ed è ogni volta strano non ritrovare, tra le sue navate, le splendide vetrate che nascondevano l'ingresso al sottosuolo veneziano.


A sinistra: Fotogramma del film (1989) &bull A destra: Fotogramma dell'omonima avventura grafica (LucasFilm, 1989).

Quest'anno a Venezia la sorpresa è stata doppia, perché appena voltato l'angolo ci siamo trovati davanti a un altro luogo hollywoodiano: Ca' Macana, il negozio che ha fornito le maschere a Stanley Kubrick per il suo film Eyes Wide Shut.


Pellicola meno solare ma più complessa e raffinata, Eyes Wide Shut presenta altrettanti enigmi insoluti, immersi in una cornice intrisa di sottile inquietudine. La mia Alice si è accorta del mio sguardo rapito e mi ha fatto dono di una splendida riproduzione della maschera indossata da Tom Cruise durante il rituale orgiastico.

Non mi riesce di smettere di vedere e rivedere quello che Enrico Ghezzi ha definito "il film più lavorato e complesso che sia dato di vedere": forse per i continui riferimenti ad una intricata simbologia esoterica, grave ma al contempo definita una grande "sciarada", una elaborata messa in scena; forse per l'infinità di riflessi che ne costellano le scene e che ci costringono a osservare la protagonista Alice "attraverso lo specchio"; forse per la continua ambiguità del «doppio sogno» su cui è costruita la trama; forse ancora per la forza di alcune inquadrature iconiche, che lasciano a bocca aperta. Ma senza voce. Nello spirito dell'ossimoro che gli dà il titolo.


Nicole Kidman nei panni di Alice Harford in Eyes Wide Shut (1999)

Posted in blog |

Nostradamus e il Priorato di Sion a Torino?

Sabato 9 gennaio 2010 by Mariano Tomatis

Imbattersi nel nome della propria città su un best seller che parla del Santo Graal, della stirpe di Gesù e di segreti plurimillenari è un'esperienza che sorprende, e che invoglia ad approfondire: davvero una riunione del Priorato di Sion si tenne a Torino?!

Fu Dan Brown a rendere famosa nel mondo la fantomatica società segreta che custodisce il segreto della discendenza di Cristo e della Maddalena: nel suo Il Codice Da Vinci trascrisse la lista dei Gran Maestri che l'avrebbero retta dal XII secolo ad oggi; non si trattava di una lista originale: la stessa era già stata riportata su una serie di documenti chiamati Dossier Secrets, depositati presso la Biblioteca Nazionale di Parigi nel 1967. L'autore della lista era Pierre Plantard, l'uomo che si era accreditato come attuale reggente del Priorato.


Particolare di una pagina dei Dossier secrets, depositati alla BNF il 27.04.1967

Nel realizzarla, però, Plantard aveva commesso un errore: Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln si erano accorti che la lista riportava, per Ferrante di Gonzaga(1), un periodo di reggenza del Priorato che andava dal 1527 al 1575; ciò sembrava incongruo, dal momento che Ferrante era morto a Bruxelles il 15 novembre 1557! Nel 1982 i tre autori commentavano:

Ferrante Gonzaga ci metteva di fronte all'unica notizia palesemente errata che avemmo modo di incontrare in tutti i «documenti del Priorato». Secondo l'elenco dei Gran maestri di Sion incluso nei Dossiers Secrets, Ferrante presiedette l'Ordine fino alla sua morte, nel 1575. Ma secondo fonti indipendenti sarebbe morto nei pressi di Bruxelles nel 1557.(2)

Per spiegare questa incongruenza, i tre avevano ipotizzato che nel 1557 Ferrante non fosse morto ma si fosse dato alla clandestinità, o che forse la data di morte fosse sbagliata, coincidendo con quella del figlio Cesare: forse gli storici si erano sbagliati ed avevano attribuito al padre la data di morte del figlio. Ma poiché sembrava inconcepibile che il redattore dei Dossiers si fosse sbagliato, i tre concludevano: "Sembrava quasi che l'errore, confutando in modo clamoroso le notizie storiche accettate, fosse stato inserito per indicare qualcosa".


Una prima spiegazione venne fornita nell'ambito di un romanzo pubblicato due anni... prima (!) di Holy Blood Holy Grail: si trattava del racconto di un'astrologa americana chiamata Liz Greene, intitolato The Dreamer of the Vine (Il sognatore del Vino, 1980). La Greene non era estranea agli autori de Holy Blood Holy Grail: aveva infatti potuto contare su fonti privilegiate per la costruzione del suo scenario romanzesco, essendo sia la sorella di Richard Leigh, sia la fidanzata di Michael Baigent; la vicenda da lei narrata aveva a che fare con una linea di sangue nascosta di Cristo, elemento che sarebbe apparso - in forma di saggio storico - solo due anni più tardi nel best seller Holy Blood Holy Grail.

L'astrologa doveva conoscere bene l'impianto narrativo del libro scritto dai tre, perché nelle pagine del suo romanzo "risolveva" il problema di Ferrante di Gonzaga, scrivendo che l'uomo sarebbe stato sostituito, dopo la sua morte, dal Cardinale Charles de Lorraine (1524-1574); il nome di quest'ultimo sarebbe poi sparito dalle liste del Priorato perché coinvolto nel Massacro di San Bartolomeo a Parigi nel 1572 ai danni dei Protestanti.

Lo scenario è sufficientemente intricato per chiedersi: chi influenzò chi? Furono forse Leigh e Baigent ad accorgersi della debolezza storica della lista e a suggerire all'astrologa di "correggere" l'informazione in un romanzo che sarebbe stato pubblicato due anni prima del loro libro? The Dreamer of the Vine verrà in effetti segnalato nell'appendice a Holy Blood Holy Grail (edizione 1996) con un'allusiva riflessione:

Forse Liz Greene aveva intuito correttamente? O forse era stato il Marchese de Chérisey a basarsi sul suo romanzo e, a posteriori, a trasformare una licenza poetica in un fatto storico accertato? All'epoca non potevamo saperlo; e il Marchese de Chérisey morì prima che avessimo l'opportunità di interrogarlo in merito.

Per conto suo, nel 1983 Pierre Plantard era corso ai ripari offrendo ai tre autori una versione aggiornata della lista, che verrà dunque pubblicata nella traduzione francese di Holy Blood Holy Grail (L'enigme sacrée) per le edizioni Pygmalion/Gérard Watelet. Senza fornire documenti a riprova delle sue affermazioni, Plantard aveva spiegato che Ferrante era stato sollevato dalla reggenza del Priorato un anno prima di morire, nel 1556. Tale "sospensione" era stata decisa durante una riunione del Priorato che si sarebbe tenuta a Torino.


Nell'ambito dello stesso incontro si era consumato uno scisma, e durante i successivi dieci anni aveva assunto il ruolo del Gran Maestro il profeta francese Michel de Nostredame (1503-1566), altrimenti noto come Nostradamus. Alla morte del profeta, avvenuta nel 1566, seguì un periodo di confusione, durante il quale si costituì un triumvirato composto da Léonor d'Orléans duca di Longueville (1540-1573), l'alchimista Nicolas Barnaud (1538-1604), anche noto come Nicolas de Crest e Nicolas Froumenteau, e da un terzo il cui nome ci è ignoto - e che secondo i tre ricercatori inglesi potrebbe essere il già citato Charles de Lorraine.

Nostradamus a Torino

Non si conoscono conferme indipendenti della riunione torinese del Priorato di Sion nel 1556, ma curiosamente la presenza di Nostradamus a Torino nella stessa data è stata più volte discussa in libri e articoli di giornali che non fanno alcun riferimento alle tesi di Plantard.

Un valido punto di partenza sulle tracce del profeta francese sotto la Mole è un articolo di Corrado Pagliani pubblicato nel 1934.(3) Qui l'autore ricostruisce il possibile soggiorno torinese di Nostradamus, partendo da una lapide originariamente collocata su un androne di una cascina situata all'epoca (metà XVI sec.) alla periferia di Torino. Tale cascina, nota come cascina Morozzo(4), resisterà sino agli anni Sessanta del Novecento, per essere poi abbattuta per far posto a più moderne costruzioni.

L'articolo in questione è un valido punto di riferimento, tanto da essere ripreso e riproposto numerose volte tra l'altro da Spagarino Viglongo(5), da Tirsi Caffaratto(6), da Bellagarda(7), oltre a esser citato anche da altri autori senza alcuna credibilità storica, come Giuditta Dembech.(8)

Nel suo articolo il Pagliani riporta la riproduzione di un dagherrotipo ottocentesco che si presumeva fosse l'esatta fotografia dell'originale (cosa che si rivelerà in seguito errata) comparso sulla rivista Le Courrier de Turin del 26 dicembre 1807, con tanto di testo che sarebbe stato dettato dallo stesso Nostradamus e che recita così:

1556
NOTRE DAMUS A LOGE ICI
ON IL HA LE PARADIS LENFER
LE PURGATOIRE IE MA PELLE
LA VICTOIRE QUI MHONORE
AVRALA GLOIRE QUI ME
MEPRISE OVRA LA
RUINE HNTIERE

la cui traduzione dovrebbe corrispondere a:

1556
NOSTRADAMUS ALLOGGIA QUI
DOV'È IL PARADISO, L'INFERNO,
IL PURGATORIO IO MI CHIAMO
LA VITTORIA CHI MI ONORA
AVRÀ LA GLORIA CHI MI
DISPREZZA AVRÀ LA
COMPLETA ROVINA

In realtà la prima testimonianza scritta circa un possibile soggiorno torinese di Nostradamus sarebbe ancora più antica, risalendo addirittura al 1786, pubblicata nel Nouveau Dictionnaire Historique.(9)

La seconda testimonianza in ordine di tempo e relativa alla lapide risale al già citato articolo del Courrier del 1807(10) in cui un certo H. Carena riporta anche le misure della stessa: 20 pollici (51 centimetri) di larghezza per 15 pollici (38 centimetri) di altezza.

Una terza citazione si può ritrovare in un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa del 3 giugno 1932(11) in cui tale C. O., in occasione degli imminenti lavori di ristrutturazione dell'intera area su cui sorgeva la cascina Morozzo, si sofferma sulla leggendaria figura di Nostradamus e sul suo possibile soggiorno torinese.

Ma ritorniamo all'articolo del Pagliani del 1934; in esso l'autore riporta la notizia che il Carena dopo il 1807 inviò a Le Courrier de Turin (27 gennaio 1808) una seconda lettera in cui riporta il parere di un anonimo lettore, tale H. B., che in seguito alla lettura della prima lettera uscita sullo stesso giornale nel dicembre 1807, precisa quanto segue: "Quantunque la storia di Provenza non menzioni il soggiorno a Torino del famoso medico, abbiamo nondimeno parecchi aneddoti che ci provano ch'egli vi si è trattenuto per qualche tempo, che fu ben accolto alla Corte dei Savoia e che passò qualche giorno alla casa di campagna oggi Morozzo, appartenente in altri tempi alla principessa Vittoria di Savoia. Son d'avviso che il nome della detta campagna (Vittoria), la posizione e la distribuzione delle terre sotto la denominazione (di regioni) del Paradiso, Purgatorio ed Inferno, han dato occasione a Nostradamus di comporre l'iscrizione".

Il Pagliani precisa anche che una sua personale ricerca presso gli archivi del Comune circa l'esistenza di una Principessa Vittoria di Savoia risulterà vana, non trovando traccia di principesse con tale nome, contemporanee o anteriori alla data dell'iscrizione.

Comunque sia andata, l'autore precisa inoltre che le dimensioni della lapide (50 x 35 cm), rilevate da lui stesso nel 1934, risultano di poco inferiori a quelle riportate dal Carena nell'articolo su Le Courrier de Turin del 1807 e che pertanto era possibile pensare che nel frattempo la lapide fosse stata rimossa, riquadrata e collocata in un luogo diverso dal primitivo.

Ma ritorniamo ancora una volta al Pagliani; suo indubbio merito resta quello di aver fotografato la cascina Morozzo, prima della sua demolizione, da due diverse prospettive (dal lato di via Lessona e dal lato del parco della Pellerina), e la sua risulta, assieme a quella prodotta dal Bellagarda nel 1968, la sola documentazione fotografica esistente a ricordo del possibile passaggio torinese del celebre medico occultista. Della famosa lapide non si saprà più niente per una trentina d'anni (da molti fu data per dispersa, da altri se ne metteva in dubbio addirittura l'esistenza) finché, nel 1967, Giorgio Bellagarda non riuscì a rintracciarla nella casa dell'ultimo proprietario della Cascina, l'avvocato Momigliano, in via Don Minzoni. La lapide fu infine "riscoperta" e fotografata nel 1975, grazie alle ricerche di Renucio Boscolo, autodefinitosi l'interprete ufficiale di Nostradamus, e pubblicata da Giuditta Dembech nel suo libro del 1978. In conclusione, di citazioni relative al soggiorno torinese del Nostro (!) ce ne sono molte ma gira e rigira si tratta sempre degli stessi episodi che, in definitiva, fanno capo ad un solo elemento concreto ovvero l'esistenza della pluricitata lapide.


A sinistra: la lapide riprodotta da Corrado Pagliani (1934) &bull A destra: la lapide riprodotta da Giuditta Dembech (1978)

Vi sarebbero inoltre tre accenni indiretti, ma tutti e tre molto dubbi. Il primo è quello contenuto nel Nouveau Dictionnaire Historique citato dal Mattirolo, che però parla di una visita a Torino di Nostradamus per controllare la gravidanza di Margherita di Valois, consorte di Emanuele Filiberto, nel 1562 quando in realtà Emanuele Filiberto consultò effettivamente Nostradamus per la nascita del figlio, ma nel dicembre del 1561 e a Nizza, non a Torino - come risulta dalla monumentale opera del Guichenon del 1660.(12) Un secondo accenno è quello che compare sul già citato Courrier de Turin del 1808 ad opera del Carena, ma anche in questo caso si tratta di un parere di un lettore (oltretutto anonimo) e nulla più; l'ultimo è quello riportato dalla Dembech la quale sostiene che il motivo della visita a Torino di Nostradamus nel 1556 era legato alle pratiche alchemiche del tempo (l'alchimia era effettivamente uno dei suoi grandi interessi), anche se il motivo ufficiale era una visita alla moglie di Emanuele Filiberto, la duchessa Margherita... c'è da chiedersi in questo caso come potesse trattarsi del motivo ufficiale, visto che Margherita di Francia sposerà Emanuele Filiberto soltanto tre anni dopo - esattamente il 10 luglio 1559!

Su quale fonte si basò dunque Plantard quando affermò la presenza torinese di Nostradamus nel 1556? Potrebbe trattarsi di uno dei documenti su citati o di una fonte a tutt'oggi sconosciuta? In mancanza di altre testimonianze comprovate, forse il punto interrogativo contenuto nel titolo di questo post non cade del tutto a sproposito.(13)

_________________

(1) Noto anche come Ferdinand de Gonzague: si tratta del padre di San Luigi di Gonzaga

(2) Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln, Holy Blood Holy Grail, Johnatan Cape, 1982.

(3) Corrado Pagliani, "Di Nostradamus e di una sua poco nota iscrizione liminare torinese" in Torino, vol.14, 1 (1934).

(4) Della Cascina Morozzo sappiamo che faceva parte di un complesso di altre cascine quali il Giajone, il Negro, l'Anselmetti, tutte legate al nome della famiglia Martin. Elisa Gribaudi Rossi in Cascine e Ville della Pianura Torinese, Torino: Le Boquiniste (1970), fornisce un dettagliato rendiconto, riportando anche la testimonianza dell'architetto G.A. Grossi e della sua Guida alle Cascine, Ville e Vigne del Territorio di Torino, edita a Torino nel 1790-91. Situata al di fuori della cerchia antica della città, in una zona ricca di poderi agricoli e con signorili costruzioni abbellite da giardini e parchi, come ebbe a scrivere la Spagarino Viglongo nel suo piacevole articolo, rappresenta un luogo ideale per il soggiorno di un mago, astrologo, medico e scienziato che raccoglieva tra l'altro frutta per marmellate, erbe per creme ed unguenti, fiori per essenze e profumi. Questi ultimi fatti sono anche riportati in una serie di articoli comparsi su La Stampa nell'aprile del 1938 (Alberto Savinio Vita prodigiosa di Nostradamus. Serie di articoli su La Stampa del 3, 7, 8, 9 e 10.4.1938), a nome di Alberto Savinio (alias Andrea De Chirico) che definisce Nostradamus come il precursore di Cirio e della Helena Rubinstein! Al principio dell'Ottocento, continua la Spagarino Viglongo, la Villa fu trasformata in fattoria, con annesso allevamento dei bachi da seta (che all'epoca risultava una vera e propria attrazione turistica), dall'avvocato Colla, politico e giureconsulto ma noto soprattutto per essere un appassionato botanico, autore tra l'altro della poderosa opera Herbarium Pedemontanum. Ai tempi dell'articolo del Pagliani, la casa Morozzo (che si trovava in via Michele Lessona 68, e che diventerà via Michele Lessona 46 dopo la guerra), era invece di proprietà di un altro avvocato, tale Alessandro Momigliano. "Il Morozzo" fu in seguito abitato sino al 1967, per poi essere definitivamente abbattuto. Nelle pubblicazioni di Bellagarda e della Dembech vengono riportate delle eloquenti fotografie della cascina e dei pochi resti, un muro in particolare, che rimanevano prima della demolizione.

(5) Giovanna Spagarino Viglongo, Nostradamus a Torino, Almanacco Piemontese 1999, Torino: Viglongo ed., 1999.

(6) Mario Tirsi Caffaratto, "Parè, Rabelais, Nostradamus: tre medici francesi ospiti di Torino nel cinquecento" in Studi Piemontesi (1985) Vol. XIV, pp.336-343.

(7) Giorgio Bellagarda, Un soggiorno torinese di Nostradamus, Minerva medica 59, 31, 1824-1834, 1968.

(8) Giuditta Dembech, Torino città Magica, Torino: L'Ariete, 1978.

(9) Oreste Mattirolo, L'opera del Duca Emanuele Filiberto in favore della botanica e dell'agricoltura, Torino: Villarboito, 1928 in cui si cita il Nouveau Dictionnaire Historique, Vol. IV, Caen 1786.

(10) H. Carena, Le Courrier de Turin n. 251, p. 1177, 1807 e n. 260, p. 1209, 1808. Da notare che Alberto Viriglio, Voci e Cose del Vecchio Piemonte, Torino: Viglongo, 1970 in una nota a pagina 33 prenderà un abbaglio, attribuendo la descrizione della lapide anziché al Carena a Giuseppe Grassi.

(11) C. O., "Una leggendaria misteriosa figura che risorge dalle rovine di una casa in demolizione" in La Stampa, 3.6.1932.

(12) S. Guichenon, Histoire Généalogique de la Royale Maison de Savoie, Lion 1660, Torino 1780.

(13) Post scritto con Giuseppe Ardito.

Posted in blog |

La fontana dei dodici mesi

Giovedì 7 gennaio 2010 by Mariano Tomatis

E' sorprendente scoprire di vivere a pochi passi dal luogo ove cadde una divinità.

Narra la leggenda che il giovane Fetonte, figlio del dio del sole, si impadronì del carro del padre e ne fece imbizzarrire i cavalli. Gea, la terra madre, gridò fino a farsi sentire da Zeus, che fu costretto a lanciare un fulmine contro il carro per fermarlo. Fetonte cadde nel fiume Po, dove molti secoli più tardi sarebbe nata Augusta Taurinorum, l'odierna Torino.


Rubens (1577-1640), La caduta di Fetonte, ~1604

Sul luogo ove, secondo la tradizione, cadde il carro infuocato venne eretta nel 1898 una sontuosa fontana allegorica, realizzata dall'architetto torinese Carlo Ceppi (1829-1921). Composta da una grande vasca inclinata ovale in cui precipita una spumeggiante cascata, la fontana è sovrastata da una terrazza ellittica, su cui poggiano quattro gruppi di statue maggiori che raffigurano i fiumi che bagnano Torino: la Stura(1), il Po(2), la Dora(3) e il Sangone.(4) Lo specchio d’acqua è circondato da una balaustra arricchita da statue allegoriche dei dodici mesi. Originariamente nel bacino si trovavano anche altri gruppi statuari andati perduti: una sirena tirata da tre cigni, dei putti e un satiro portato a spalle dal Po.


La fontana dei dodici mesi - Torino (Tratta da qui)

Dietro la fontana sorsero, nel 1898 e nel 1911, due giganteschi edifici che ospitarono dapprima le gallerie dei padiglioni della Marina, della Meccanica, dell’Agricoltura, e in seguito il padiglione dell'Inghilterra. Demoliti al termine delle due esposizioni internazionali torinesi, oggi l'area ospita un semplice parcheggio.


A sinistra: l'edificio moresco del 1898 &bull A destra: il padiglione dell'Inghilterra del 1911

Poiché sorge a pochi passi da casa mia, è un luogo che frequento spesso, e da tempo faccio collezione di stampe e cartoline d'epoca che ritraggono la fontana e gli antichi edifici che vi facevano da sfondo. Ho quindi reso disponibile su Flickr.com parte della mia raccolta, che testimonia l'evoluzione architettonica dell'affascinante opera di Carlo Ceppi:


CLICCA QUI per accedere alla collezione.

È sopravvissuto il motivo che decora la balaustra, riscontrabile su una fotografia del 1898:


A sinistra: particolare di una foto del 1898 &bull A destra: fotografia del 7 gennaio 2010.

_________________

(1) Rappresentata da tre nudi femminili che scherzano intorno a una ruota di mulino con reti da pesca sullo zoccolo.

(2) Rappresentato da una gigantesca figura barbuta.

(3) Ritratta come una pastorella con la cuffia ornata di margherite, che con la mano destra disseta un ariete, mentre un giovinetto suona la zampogna.

(4) Genio del fiume, che sorride spiando una coppia di amanti, mentre si abbeverano alle sue acque.

Posted in blog |

« ottobre 2009

febbraio 2010 »