Giovedì 2 febbraio 2012 by Wislawa Szymborska
In occasione della morte di Wislawa Szymborska (1923-2012) riprendo un brano tratto dal discorso tenuto a Stoccolma in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura il 7 dicembre 1996. La poetessa polacca affronta il tema della meraviglia sfidando il cinico lamento biblico del "Non c'è nulla di nuovo sotto il sole".

Mi capita di sognare situazioni irrealizzabili. Nella mia temerarietà, immagino di avere l'occasione di conversare con l'Ecclesiaste, autore di un lamento quanto mai profondo sulla vanità di ogni agire umano. Mi inchinerei profondamente di fronte a lui, perché si tratta – almeno per me - di uno dei poeti più importanti. E poi gli prenderei la mano.
"Nulla di nuovo sotto il sole" hai scritto, Ecclesiaste. Però Tu stesso sei nato nuovo sotto il sole. E il poema di cui sei autore è anch'esso nuovo sotto il sole, perché prima di Te non lo ha scritto nessuno. E nuovi sotto il sole sono tutti i Tuoi lettori, perché quelli che sono vissuti prima di Te, dopotutto, non hanno potuto leggerlo. Anche il cipresso, alla cui ombra stavi seduto, non cresce qui dall'inizio del mondo. Gli ha dato inizio un qualche altro cipresso, simile al Tuo, ma non proprio lo stesso.
E inoltre vorrei chiederti, o Ecclesiaste, che cosa intendi scrivere, adesso, di nuovo sotto il sole. Qualcosa con cui contemplerai ancora i Tuoi pensieri, o non sei forse tentato di smentirne qualcuno? Nel Tuo poema precedente hai intravisto la gioia - che importa se passeggera? Forse è di essa che parlerà il Tuo nuovo poema sotto il sole? Hai già degli appunti, degli schizzi iniziali?
Non credo che risponderai di aver scritto tutto e di non aver nulla da aggiungere. Nessun poeta al mondo può dirlo, figuriamoci un grande come Te.
Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali [...], qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle [...], qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sì il biglietto d'ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata dalle due date categoriche, qualunque cosa ancora noi pensassimo di questo mondo – esso è stupefacente. [...]
Ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.(1)
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(1) Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia, poesie 1957-1993, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi Edizioni, Milano 1998.
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Il College Mathematics Journal Vol.43 N.1 su Martin Gardner
Martedì 24 gennaio 2012 by Mariano Tomatis

Il The College Mathematics Journal di gennaio 2012 è dedicato a Martin Gardner: copertina e articoli riprendono alcuni dei temi da lui trattati sulle rubriche di matematica ricreativa.
Arthur T. Benjamin, autore dell’articolo "Squaring, Cubing, and Cube Rooting", è un matematico prestigiatore che approfondisce il tema dei calcoli effettuabili a velocità prodigiosa. "Magic Knight’s Tours" di John D. Beasley si occupa, invece, di quadrati magici che al contempo risolvono il noto problema del salto del cavallo. In "Martin Gardner’s Mistake" Tanya Khovanova analizza un errore commesso dal divulgatore americano nella soluzione di un popolarissimo indovinello. "Cups and Downs" di Ian Stewart è dedicato alla generalizzazione di un semplice e affascinante gioco di lettura del pensiero che sfrutta tre monete.
Il The College Mathematics Journal è edito dalla Mathematical Association of America, ed è scaricabile integralmente da Internet.
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Mercoledì 18 gennaio 2012 by Mariano Tomatis

Realizzata per la lezione di Ferdinando Buscema presso l'Istituto Europeo di Design del 27 Gennaio 2012.
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Martedì 17 gennaio 2012 by Mariano Tomatis
In occasione del 17 gennaio 2012, data chiave nella mitologia di Rennes-le-Château, ho dedicato un breve documentario al quadro di Nicolas Poussin (1594-1665) I pastori d’Arcadia: L’ombra di Poussin.
Il significato simbolico dell'opera, trasparente per secoli, nel corso del XX secolo venne completamente rimosso. Dagli Anni Sessanta la sua immagine iniziò a essere scrutata con sospetto: forse nascondeva un intricato segreto.
Migliaia di pagine vennero dedicate a risolvere il suo enigma, creando un corpus letterario di dimensioni impressionanti. Come si spiega la mania tutta moderna di analizzare i quadri come se si trattasse di enigmi a chiave?
La mia risposta si ispira all’articolo di Lawrence D. Steefel "A Neglected Shadow in Poussin’s Et in Arcadia Ego"(1) e al libro di James Elkins Why Are Our Pictures Puzzles?(2).
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(1) Lawrence D. Steefel, Jr., "A Neglected Shadow in Poussin’s Et in Arcadia Ego", Art Bulletin 57, 1975, pp.99-101.
(2) James Elkins Why Are Our Pictures Puzzles?: On the Modern Origins of Pictorial Complexity, Routledge 1999.
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Domenica 15 gennaio 2012 by Carlo Fruttero e Franco Lucentini
Oggi è morto Carlo Fruttero. Riporto qui di seguito uno dei suoi articoli scritti con Franco Lucentini. A quasi trent’anni dalla sua pubblicazione, l’invito dei due autori resta di grande attualità e acume. Ecco solo il primo dei molti motivi per cui mi mancherà.

È un vero peccato che nella scuola italiana la parodia non faccia parte dei normali strumenti d’insegnamento. In Francia è un esercizio obbligatorio, al pari del tema, del riassunto o della dissertazione; e Proust, tanto per fare un nome, continuò a praticarlo con gusto e profitto dopo essere uscito dai banchi. Mentre da noi, anche negli anni delle sfrenate dissacrazioni e dei rivoluzionari esperimenti, non venne in mente a nessuno d’introdurre «l’ora di parodia».
In parte, forse, per una malintesa forma di rispetto, come se scrivere due paginette «alla maniera» di Verga o D’Annunzio equivalesse a uno sberleffo, a uno sgorbio volgare sul loro sacro monumento. In parte deve poi entrarci quel rovinoso atteggiamento che gl’italiani hanno sempre avuto verso la cultura (ma anche verso la politica, l’economia, il sindacalismo, ecc.) che gli fa apparire «serio» soltanto ciò che è altisonante, impettito, astruso, per cui, conversamente, ogni approccio di sapore pragmatico gli sembra ignobile e superficiale. Ma sospettiamo inoltre che sia la difficoltà della cosa in sé a trattenere gl’insegnanti; i quali trovano evidentemente più comodo discettare astrattamente di stili, strutture, moduli semantici (e far poi mandare a memoria queste loro elevate considerazioni) che non scendere nel vivo del problema.
Per parodiare un autore bisogna infatti conoscerlo bene, averlo capito e fatto capire a fondo. E qui sta appunto la grande utilità didattica della parodia, che misura meglio di qualsiasi esame il grado di familiarità che l’alunno ha con un dato testo, e che al tempo stesso sdrammatizza quel testo, lo porta a un livello meno ostico, remoto, minaccioso, noioso, lo rende affettuosamente frequentabile anche per il futuro.
Si dirà che gli studenti, con quel poco che leggicchiano, non sono in grado di individuare la cosiddetta «cifra stilistica» di un autore, e tantomeno di ripeterla a comando in chiave ironica. Ma potrebbero esser messi sulla strada, invitati a raccontare il coinvolgimento di Renzo in un concerto rock o la visita di Lucia al supermercato, a descrivere una strage mafiosa in un bar con le cadenze di Gozzano, a comporre un’ode carducciana al totocalcio.
Senza contare che questo tipo di esercitazione si presta mirabilmente al lavoro di gruppo, perseguito con assurda demagogia in altri settori ma che qui darebbe i suoi veri frutti educativi. Perché, se appena i parodisti cominciassero a prenderci gusto, non si fermerebbero alla letteratura, passerebbero a rifare il verso ai generi più correnti d’espressione, dibattiti congressuali e dichiarazioni programmatiche, comunicati pubblicitari, teleinterviste e teledibattiti, confessioni di stars, allocuzioni ministeriali, ecc.
Un modo ideale, forse l’unico, per distaccarsi da quel pattume, espellerlo dal proprio sistema linguistico.
Scherzi di tale natura hanno sempre circolato tra compagni di scuola, ma in modo sporadico e improvvisato, sotto forma di battute, foglietti e recite di classe, senza mai meritare altro che la sprezzante qualifica di «irriverenze goliardiche». Eppure quei facili lazzi, se coltivati e raffinati, potrebbero dare a ciascuno una durevole sensibilità lessicale, che significa anche: igiene mentale, resistenza al fumo dogmatico, concretezza, abitudine a guardare le cose da diversi punti di vista, tutte cose di cui il nostro Paese non si può dire che abbondi.(1)
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(1) Carlo Fruttero e Franco Lucentini, "La parodia dell'obbligo", La Stampa, 17 ottobre 1984 ora in I ferri del mestiere, Einaudi, Torino 2003, pp.13-15.
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Il mio contributo all'antologia matematica Mathesis 2010-2011
Sabato 14 gennaio 2012 by Mariano Tomatis
È uscita per l’editore Kim Williams Books l’antologia delle conferenze e dei seminari organizzati dall’Associazione Subalpina Mathesis a cavallo tra il 2010 e il 2011.

Curata da Francesca Ferrara, Livia Giacardi e Miranda Mosca, la raccolta include un mio capitolo intitolato "La magia dei numeri. Ingegneria della meraviglia al servizio della didattica."
Qui di seguito, un frammento del capitolo:
[...] Accendete una calcolatrice, schiacciate in sequenza il tasto 9, il tasto + e il tasto 0. Sul visore comparirà semplicemente lo 0, come se la calcolatrice fosse stata appena accesa. Siete pronti per stupire i vostri amici. Coinvolgete qualcuno spiegandogli che i vostri "poteri psicocinetici" vi consentono di spostare gli oggetti col pensiero. Aggiungete che non sono così potenti da farvi spostare una pietra, ma funzionano bene su oggetti molto leggeri, come i numeri in cristalli liquidi sul visore di una calcolatrice. Per dimostrarlo, battete in sequenza i tasti 1 e 2: sul visore verrà visualizzato il numero 12. Ora fingete di concentrarvi e dite che cercherete di scambiare le due cifre con la forza del pensiero. Tenete la calcolatrice sulla punta del pollice e dell’indice, facendo in modo che il pollice si trovi nei pressi del tasto con l’uguale: scuotete leggermente la calcolatrice, e approfittate di questo momento per schiacciare con il pollice il tasto in questione. Comparirà il numero 21, e sembrerà che siate stati in grado di scambiare magicamente le cifre 1 e 2! In realtà, non avete fatto altro che eseguire una banale somma (9 + 12 = 21), la prima metà della quale è rimasta nascosta dietro le quinte durante la fase di preparazione della calcolatrice.
Rivelare a una classe di studenti il segreto di questo gioco è solo il primo passo di un percorso didattico, che potrebbe proseguire invitandoli a escogitare varianti dell’effetto magico; solleticando la loro creatività, li si potrebbe sfidare a capovolgere il numero 1234 per ottenere 4321. Solo manipolando algebricamente le varie quantità è possibile risalire al numero 3087, ottenuto calcolando la differenza tra 4321 e 1234. Se lo si scrive seguito dal + e dallo 0, la calcolatrice è pronta per la trasformazione del 1234 in 4321.
Le varianti proposte possono seguire percorsi differenti: a cambiare potrebbe essere l’operazione compiuta in segreto (per quale frazione è necessario moltiplicare 12 per ottenere 21?) oppure l’effetto magico (com’è possibile "spostare" magicamente una cifra di un lungo numero, partendo da 12345678 e arrivando a 81234567?). Squadre diverse di studenti potrebbero essere impegnate nell’elaborazione di giochi di magia diversi, e invitate - alla fine - a un’esibizione di fronte ai compagni. [...](1)
L'idea è approfondita qui.
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(1) Mariano Tomatis, "La magia dei numeri. Ingegneria della meraviglia al servizio della didattica." in Conferenze e seminari 2010-2011, Kim Williams Books, Torino 2012, pp.157-165.
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Tre proposte ludiche per moderni cacciatori di libri
Lunedì 9 gennaio 2012 by Mariano Tomatis
Al moderno cacciatore di tesori non mancano il desiderio di buttarsi nella ricerca e il piacere dell’indagine. Ciò che gli fa difetto, di solito, è proprio un buon tesoro da ritrovare. Stufo di reliquie puzzolenti e manoscritti che si sbriciolano al primo starnuto, il cacciatore del terzo millennio che segue questo blog apprezzerà i tre reperti ludici presentati qui di seguito. Il primo mi è costato 15 anni di ricerca tra bancarelle dell’usato, librerie di remainder e negozi online. Degli altri due ho ignorato a lungo addirittura l’esistenza. Si tratta di libri estremamente rari, oltre che densi di materiale di altissima qualità: ecco tre tesori di cui vale la pena mettersi alla caccia.
Propongo qui di seguito un indovinello tratto da ciascuno.
Fare il verso al pappagallo e altri rompicapi logici

Edizione italiana di To Mock a Mockingbird di Raymond Smullyan, si tratta di una introduzione umoristica alla logica combinatoria e alla metamatematica, costruita su una elaborata metafora ornitologica (!). Bella la traduzione italiana del complicato gioco di parole inglese ("prendersi gioco del tordo"). Il libro si apre con questo bell’indovinello:
C’era un giardino in cui ogni fiore era rosso, giallo o blu, e tutti e tre i colori erano rappresentati. Una volta, uno studioso di statistica visitò il giardino e osservò che, se si coglievano tre fiori a caso, almeno uno di essi doveva per forza essere rosso. Un altro studioso di statistica si recò nel giardino e notò che, se si coglievano tre fiori a caso, almeno uno doveva per forza essere giallo.
Ciò fu riferito a due studenti di logica, che si misero a discutere. Il primo studente disse: «Ne segue che, cogliendo tre fiori a caso, almeno uno deve essere per forza blu.» Il secondo studente replicò: «Ovviamente, no!»
Quale dei due studenti aveva ragione, e perché?(1)
Enigmi da altri mondi

Ricca antologia di 37 enigmi, già pubblicati da Martin Gardner sulla rivista di fantascienza Isaac Asimov’s Fiction Magazine, brilla per l’eterogeneità dei temi affrontati e dei metodi risolutivi proposti. L'introduzione all’edizione italiana è di Ennio Peres. Qui di seguito, un indovinello sullo stesso tema "cromatico" del precedente:
Il pianeta Cromo è abitato da una razza non tanto intelligente di umanoidi con tre occhi. Ci sono tre sottorazze su Cromo, una dalla pelle rosa, una dalla pelle blu e una della pelle verde. Tourmaline, la sovrana dei rosa, stava preparando un pranzo ufficiale per 60 Cromos in un grande atrio, tre persone per tavolo.
«Hai deciso dove siedono gli ospiti?», chiese la sovrana a Coralie, una delle sue assistenti. «Ricordati che tutti e tre i colori interverranno, e vogliamo che i colori siano il più possibile mescolati e in ciascun tavolo siano rappresentati il maggior numero di colori possibile.»
«Capisco, vostra maestà», disse Coralie. «Sto ancora lavorando alla disposizione dei posti. Non è importante come saranno divisi 60 ospiti in gruppi di tre, ma almeno una persona in ogni gruppo deve essere rosa.» Esattamente quanti rosa, quanti blu e quanti verdi sono tra gli ospiti?(2)
Indovinelli nello spazio

Agile saggio divulgativo di astronomia, non sarebbe un libro di Martin Gardner se non traboccasse di indovinelli sorprendenti, dedicati all’universo, il sistema solare e ai principali corpi celesti.
Un tavolo pesa 5 chilogrammi. Se fossimo capaci di collocarlo nello spazio e di poggiarvi sopra la Terra, con quale peso vi graverebbe sopra quest’ultima?(3)
L’ultimo indovinello mi ricorda la celebre definizione del gioco del golf data da John Cunningham:
Il golf è il gioco in cui una pallina di quattro centimetri di diametro viene piazzata su una palla di quarantamila chilometri. L’intenzione è quella di colpire la pallina più piccola e non quella più grande.
Se vi piacciono gli indovinelli sui colori su presentati, potete cimentarvi con questo classico.
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(1) Raymond Smullyan, Fare il verso al pappagallo e altri rompicapi logici, Bompiani, Milano 1990, p.11.
(2) Martin Gardner, Enigmi da altri mondi, Sansoni, Firenze 1986, p.40.
(3) Martin Gardner, Indovinelli nello spazio, Zanichelli, Bologna 1972, p.24.
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Venerdì 30 dicembre 2011 by Mariano Tomatis
Banksy scriveva di sé: «La gente o mi ama o mi odia, o semplicemente se ne frega.» Il suo angelo mi ha ispirato questo.
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Stupore, porta d'accesso alla meravigliosa stranezza del mondo
Giovedì 29 dicembre 2011 by Mariano Tomatis
Qualche settimana fa, nel mio "Laboratorio di magia e matematica", mi ispiravo alla "catena della meraviglia" di Raphaël Seth Taylor per suggerire un modello didattico mirato a far leva sullo stupore per stimolare all’indagine e all’apprendimento.
Oggi mi sono imbattuto in una riflessione di Eric J. Wilson sullo stesso tema(1), che cita un’idea tratta dal saggio di Walker Percy "The Loss of the Creature"(2):

La maggior parte degli studenti va a lezione di biologia convinta che imparerà qualcosa sui fondamenti dell’anatomia. Il professore distribuisce rane da dissezionare. Mentre si mettono all’opera con il bisturi, gli studenti non vedono affatto quelle specifiche rane. Tutto quello che percepiscono sono i rapporti anatomici astratti esemplificati da ciò che hanno davanti. La rana particolare non è un essere in sé e per sé, un lucido verde oliva maculato da cui sporgono due occhi indifferenti; è solo un "esemplare" di anatomia. Lo stesso capita con le lezioni di inglese. Gli studenti arrivano convinti di poter giungere a comprendere la natura del sonetto. Il professore distribuisce un giorno la prima grande poesia di Keats, On First Looking into Chapman’s Homer, e, con il suo aiuto, gli studenti cercano di imparare rapidamente come funziona questa poesia in quanto sonetto, in quanto "esemplare" di sonetto. Cosi facendo, perdono l’irripetibile concretezza dell’opera di Keats, le sue fenomenali peculiarità, le sue immagini indimenticabili, le sue rime movimentate. [Walker] Percy offre un’utile raccomandazione: i professori di biologia dovrebbero un giorno sorprendere gli studenti distribuendo sonetti e quelli di inglese stupirli portando in classe rane morte. Un comportamento così poco ortodosso scioccherebbe gli studenti e li distoglierebbe dall’autocompiacimento, dalla dipendenza da astrazioni inoffensive, e li costringerebbe a osservare le cose senza sovrastrutture: belle e strane. Privati delle consuete immagini interiori, non avrebbero niente a proteggerli dalla meravigliosa stranezza del mondo. Una volta sopraffatti da quest’impeto di tensione, quegli stessi studenti continueranno probabilmente per il resto dei loro giorni a darsi da fare per stupire se stessi, per scardinare gli schemi familiari. Andranno al Louvre sperando di liberarsi di anni di magliette e cartoline e avere un’esperienza autentica della procacità enigmatica di Monna Lisa. Si recheranno a vedere il monte Bianco sognando la vertigine della neve d’alta quota.
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(1) Tratta da Eric G. Wilson, Contro la felicità - Un elogio della melanconia, Guanda, Parma 2009, pp.111-112.
(2) In "The Loss of the Creature" (1954) Walker Percy è ancora più scioccante. Prima di proporre lo scambio tra rana e sonetto, il semiologo suggerisce due alternative. La prima è quella di far esplodere una bomba nel laboratorio di biologia. Al suo risveglio, lo studente si troverà a un passo dal corpo della rana, e la sua percezione dell'animale sarà molto diversa da quella che avrebbe di fronte a un vago esemplare anatomico. La seconda alternativa è quella di dissezionarla a mani nude, senza far uso degli strumenti sterili e scientificamente rigorosi: ciò porterà alla luce le viscere nella loro sfavillante realtà, allontanando la rana dal ruolo archetipico di "esemplare".
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Mercoledì 28 dicembre 2011 by Alain de Botton
[...] Riformare l’istruzione universitaria in base alle idee mutuate dalla religione comporterebbe la modifica non solo dei programmi di studio, ma anche, e soprattutto, del modo in cui si insegna.

Con i suoi metodi, il cristianesimo si è basato fin dall’inizio su un’osservazione semplice ma essenziale, che però chi si occupa di gestire il sistema educativo laico non ha mai trovato particolarmente interessante: la facilità con cui dimentichiamo le cose.
I teologi sanno che le nostre anime soffrono di quella che gli antichi filosofi greci chiamavano akrasia, una tendenza sconcertante a sapere quello che dovremmo fare, unita a una tenace riluttanza a farlo, per scarsa forza di volontà o per distrazione. Tutti sappiamo bene di non avere la forza necessaria a vivere la nostra vita in maniera piena. Il cristianesimo descrive la mente come un organo lento e incostante, facile da impressionare ma sempre incline a cambiare obiettivo e ad accantonare gli impegni presi. Quindi la religione suggerisce che lo scopo principale dell’istruzione non sia tanto quello di contrastare l’ignoranza - come intendono fare gli educatori laici - ma quello di sconfiggere la riluttanza a mettere in pratica idee che a livello teorico abbiamo già pienamente compreso. La religione segue la lezione dei sofisti greci, che insistevano perché ogni insegnamento coinvolgesse la ragione (logos) e l’emozione (pathos), e anche il consiglio di Cicerone, che a chi parlava in pubblico suggeriva di sviluppare tre abilità: dimostrare (probare), divertire (delectare) e convincere (flectere). Esprimere in maniera incomprensibile idee capaci di cambiare il mondo è un gesto che non ha giustificazioni.
[...] Nelle chiese disseminate in tutti gli Stati Uniti, un sermone domenicale non è un’occasione per starsene seduti con l’occhio incollato all’orologio mentre, da un pulpito nell’abside, un sacerdote analizza impassibile la storia del buon samaritano. I credenti devono invece aprire il cuore, afferrare la mano del vicino, gridare a gran voce esclamazioni come «Alleluia» e «Amen», lasciare che lo Spirito Santo entri nelle loro anime e crollare in un parossismo di urla estatiche. Sul palco, il predicatore alimenta il fuoco degli entusiasmi del suo gregge pungolandolo con domande continue e imbeccandolo ripetutamente, in uno straordinario miscuglio di espressioni vernacolari e vocaboli tratti dalla Bibbia di re Giacomo: «E adesso dite di nuovo "Amen", fratelli, dite "Amen"!»
Qualunque concetto dal significato profondo diventa ancora più potente davanti a un pubblico di cinquecento persone che dopo ogni frase esclamano all’unisono:
«Grazie, Gesù.»
«Grazie, Salvatore.»
«Grazie, Cristo.»
«Grazie, Signore.»
E improbabile riuscire a resistere a un’argomentazione teologica come quella che fluisce dal palco della New Vision Baptist Church di Knoxville, Tennessee:
«Oggi nessuno di noi è in prigione
(«Amen alleluja, amen fratello» ripetono i membri della congregazione.)
«Signore, pietà.»
(«Amen.»)
«Fratelli, sorelle, dentro di noi non saremo mai in prigione.»
(«Amen fratello.»)
«Mi state ascoltando, fratelli e sorelle?»
(«Amen amen, amen.»)
Il confronto con la tipica conferenza di argomento umanistico non potrebbe essere più impietoso. E inutile. Che utilità può avere il formalismo dell’accademia? Il significato dei saggi di Montaigne apparirebbe di portata molto più ampia se un coro formato da un centinaio di persone sottolineasse a ogni frase la propria approvazione, con trasporto ed energia.
Le verità filosofiche di Rousseau potrebbero restare impresse molto più a lungo nella nostra coscienza se fossero articolate in versi ritmici scanditi da domande e risposte. L’istruzione laica non esprimerà mai il suo potenziale fino a quando i professori di materie umanistiche non verranno spediti a fare pratica presso qualche predicatore pentecostale afroamericano. Solo allora i nostri timidi pedagoghi saranno in grado di liberarsi delle loro inibizioni mentre spiegano Keats o Adam Smith e, senza lasciarsi frenare da una falsa idea di decoro, potranno gridare al loro pubblico comatoso: «Mi state ascoltando? Fratelli, mi state ascoltando?» E solo allora gli studenti cadranno in ginocchio col viso rigato di lacrime, pronti a lasciarsi pervadere e trasformare dallo spirito di alcune delle idee più importanti del mondo.(1)
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(1) Alain de Botton, Del buon uso della religione, Guanda, Parma 2011, pp.110.115-117.
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Martedì 27 dicembre 2011 by Eric G. Wilson
[...] È la levigatezza a ucciderci. I cuorcontenti sembrano propensi a eliminare tutte le asperità, non solo gli spigoli vivi delle vecchie case e i nodi stremati dalle intemperie delle vecchie querce, ma anche le facce rugose generate dall’ansia e le coperture ghiaiose di strade solitarie e decrepite. Il nostro mondo si sta rapidamente trasformando in una sfera liscia, uniforme come il vetro. Le montagne saranno presto spianate e le valli riempite. Il pianeta diverrà un’immensa bilia che fluttua sgargiante per gli spazi bui, aliena come le ombre, e tra le stelle, derelitte e sole, che emanano i loro formicolii di luce.

Alcuni probabilmente ricordano la stranezza dei lunghi viaggi in auto. Caricato su una vecchia berlina roboante, una volta lasciati i confini della città ti ritrovavi su una vecchia strada. Il manto stradale era tutto crepato e pieno di buche. Mentre ti scontravi con la superficie irregolare, non pensavi di livellarla con una nuova copertura di asfalto. Eri invece ipnotizzato dalle costruzioni sbilenche e sgangherate a bordo strada. Ti chiedevi che cosa diavolo potesse esserci in quegli edifici dall’intonaco scrostato e dalle porte arrugginite. Sapevi che sarebbe stato un po’ buio lì dentro e che magari avresti sentito l’odore di vecchi sacchi di tela e un lieve puzzo di catrame. Potevi comprarci caramelle dalle forme strane e forse del latte al cioccolato. Dietro al bancone c’era probabilmente un uomo misterioso che profumava di sempreverde. Al di là di queste cose probabili, non avevi la minima idea di che cosa ci fosse dentro quella stazione di servizio o quel negozio per turisti o quel piccolo ristorante. Avresti potuto trovarci di tutto: piedini di maiale o ragazze dipinte o teschi di mucca o staffili o carne secca coriacea o fumetti di guerre dimenticate o poster di Roy Rogers o un pipistrello rugoso. Magari avresti provato disgusto per quegli strani oggetti, ma non li avresti mai dimenticati, per il resto della vita. E avresti ricordato anche le atmosfere melanconiche di quei posti, dall’aroma di declino stantio.
Adesso fare un viaggio in macchina è un’esperienza ben diversa. Scivoli in un’auto straniera lucente e in pochi minuti raggiungi l’autostrada. Il fondo è liscio come seta; ti senti come se stessi viaggiando tranquillo in aria. Nulla spezza la monotonia del viaggio se non, alle uscite, gli insipidi cartelli verdi che segnalano i soliti fast food: McDonald’s o Subway o Taco Bell, o le solite stazioni di servizio: Shell o Exxon o Amoco. Scendi per mangiare un boccone o fare benzina. Ti rendi conto che ogni uscita è esattamente come qualsiasi altra. E tutto uguale: sicuro, pulito, prevedibile. Ecco un viaggio liscio, piatto come un ferro da stiro di acciaio inox.
Lo stesso vale per le facce, di questi tempi; sono incontaminate come fossero di plastica. Probabilmente ambisci più che mai a quegli sguardi consunti dal mondo, segnati dalla fatica. Ti rendi conto di quanto sono belli i visi che hanno lottato contro la pressione degli anni che avanzano, che hanno sofferto onestamente per le abrasioni e le contusioni della vita. Queste espressioni sono manifestazioni di indicibili lotte interiori, di notti di ricerca passate a compulsare in solitudine libri ingialliti, di belle giornate fitte di crochi, perse per sempre. Su questi volti sono iscritti misteri dall’eterno fascino, strane rune degne di un lungo studio. Potresti osservare queste facce come faresti con un’opera d’arte, un Miró un Escher. Esaminando queste fisionomie raggrinzite potresti forse discernere tutta una vita, un’intera storia personale. Diresti a te stesso: questa persona è. Ha sofferto e appreso.
Ma che dire di quei visi onnipresenti sulla nostra scena contemporanea, imbottiti di botulino all’inverosimile? Camminando per strada vedi facce lisce e prive di espressione. Non c’è traccia di esistenza in quelle maschere congelate. Senti che per tutta la loro vita queste persone sono state completamente felici e del tutto equilibrate. Queste sembianze quasi metalliche sembrano non avere conosciuto conflitti. Non vuoi fissare troppo a lungo tratti esageratamente rifiniti; potresti rimanere abbagliato dal lucore. O peggio, potresti vedere quella persona per ciò che realmente è: un involucro, null’altro che una forma priva di contenuto. Allora temeresti il peggio. Il nostro mondo pullula di creature fantasma, di esseri simili a zombi. Questo è l’horror show postmodemo.
Ne abbiamo abbastanza di levigatrici e lucidatrici, di chi vorrebbe lisciare il nostro mondo sbrinclellato e rugoso. Vogliamo perderci nella confusione variopinta del cosmo. Vogliamo fissare per ore una vecchia faccia in una foto in bianco e nero, una di quelle fotografie antiche trovata in una soffitta e macchiata di pioggia. Vogliamo sedere sul ciglio di strade grigie - querce, vetuste e contorte, indugiano alle nostre spalle - e sognare di deserti punteggiati solo da ossa. E infine vogliamo stare in piedi fino a molto tardi una notte e per capriccio andare a specchiarci in bagno. La nostra espressione, dobbiamo concluderne, è piuttosto triste ed esausta. Facciamo un ampio sorriso e arretriamo rapidamente. Torniamo in fretta al nostro aspetto normale e troviamo, nei nostri occhi afflitti, la bellezza. [...](1)
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(1) Eric G. Wilson, Contro la felicità - Un elogio della melanconia, Guanda, Parma 2009, pp.67-69.
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Lunedì 26 dicembre 2011 by Arsenij Aleksandrovic Tarkovskij
È finita l’estate,
più nulla rimane.
Si sta bene al sole.
Eppur questo non basta.
Quel che poteva essere
una foglia dalle cinque punte
mi si è posata sulla mano.
Eppur questo non basta.
Né il bene né il male
sono passati invano,
tutto era chiaro e luminoso.
Eppur questo non basta.
La vita mi prendeva,
sotto l’ala mi proteggeva,
mi salvava, ero davvero fortunato.
Eppur questo non basta.
Non sono bruciate le foglie,
non si sono spezzati i rami...
Il giorno è terso come cristallo.
Eppur questo non basta.
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