Massimo Manca

Rol il prestigiatore

Mi è stato chiesto di scrivere un articolo su Rol dal punto di vista di un prestigiatore; lo faccio, aggiungendo, come bonus implicito, due ulteriori punti di vista: quello del torinese e quello di chi, professionalmente, si trova qualche volta ad aver a che fare con i miracoli. Non sembri una boutade: nella ricostruzione della figura di G. A. Rol si pongono per certi versi i medesimi problemi che uno studioso si trova di fronte nella ricostruzione degli elementi storici dei Vangeli e degli Atti. Sia per i Vangeli, sia per Rol, dobbiamo infatti fidarci di prove documentarie inquinate dalla tradizione e cercare di trarne l’evidenza storica. Si tratta di un lavoro complesso, poiché ogni tradizione introduce entropia all’interno dei dati storici che afferma, e non si può pensare di filtrare semplicemente il vero rispetto al leggendario, spesso latore di messaggi e codici scientificamente piú interessanti dei dati puri cui si vorrebbe risalire. Insomma, la figura di Rol va analizzata in termini olistici e non limitatamente alla sua esecuzione dei “trucchi”, termine che i prestigiatori non usano mai, preferendovi la parola effetto di cui d’ora in poi ci serviremo anche in questa sede. Le fonti scritte su Rol (ma a differenza dei Vangeli i testimoni sono ancora in vita e sempre pronti a parlarne; d’altra parte, pare che Rol stesso parli ancóra (1) …) sono sostanzialmente due: il testo Rol L’incredibile di Renzo Allegri, Musumeci, Milano 1986 (2)  e, da parte scettica, il notissimo Viaggio nel mondo del Paranormale di Piero Angela, Garzanti 1978, che hanno il vantaggio di essere stati scritti da testimoni oculari. Gli altri lavori esistenti, come i lavori di Polidoro, della Dembech (chiedo scusa a entrambi se li cito insieme…) e altri, aggiungono qualche aneddoto, ma non cambiano significativamente i termini della questione. Esaminiamo dunque Rol, sulla base di queste fonti, con l’occhio del prestigiatore e traiamone qualche considerazione.

Costruzione del personaggio

Un prestigiatore deve avere un personaggio. Ciò è assolutamente preponderante rispetto all’effetto stesso. I grandi prestigiatori fanno spesso giochi molto semplici, ma sostenuti da un personaggio “forte”. Un gioco semplicissimo, che un dilettante si vergognerebbe di fare può, nelle mani di un professionista, andare avanti per molto tempo suscitando emozione e creando successo. I maestri di prestigiazione insistono sempre sul fatto che il gioco non conta nulla: conta avere il personaggio. Silvan, Raul Cremona, David Copperfield, David Blaine (che forse ancora non conoscete, ma arriverà, arriverà…) e, ahimè, persino Casanova, hanno sicuramente degli effetti in comune; ma ciascuno li esegue in modo completamente diverso. In altre parole, l’effetto è secondario e rappresenta una forma di comunicazione tra l’artista e il pubblico. Se un artista è bravo, può salire sul palco e non fare, tecnicamente, quasi nulla. Secondo questa prospettiva, Rol risponde ai canoni del grande artista: il suo personaggio era impeccabile e fortemente definito; tuttavia, a differenza del prestigiatore, diciamo cosí, “esplicito”, il suo pubblico non percepiva in lui, e forse davvero non c’era, differenza tra persona e personaggio (con molto affetto per il più illustre dei maghi italiani, mi corre l’obbligo di riferire che i maligni dicono lo stesso di Silvan. Ma credo che per un artista di così grande caratura possa essere un complimento).

Rapporto col pubblico

Mi sono imbattuto in un orribile manuale americano dal titolo I primi cinque minuti (3) , che spiega, per l’appunto, che, nei primi cinque minuti, chi ci sta di fronte si fa di noi un’idea; possiamo fargliela cambiare in un secondo tempo, ma la corsa è tutta in salita. È un fenomeno psicologico che ha validità empiricamente dimostrata e che tengo sempre presente quando, come insegnante, mi presento a una classe nuova. Nei primi istanti di comunicazione si predispone una sorta di hand-shaking mentale che permette a emittente e ricevente di sintonizzarsi sulla corretta “lunghezza d’onda” comunicativa. Se però il personaggio è già noto, la regola non vale piú: si vive di rendita, nel bene e nel male, in virtú di un meccanismo noto come “effetto Hawthorne”, o “effetto alone” e, se la propria immagine è positiva, la vita risulta estremamente semplificata (si pensi al vezzo di alcuni professori universitari di guardare il libretto prima di darti il voto). A differenza di un artista di palcoscenico, ricevendo a casa propria Rol aveva un pubblico non casuale, ma, selezionato, e non “da conquistare”, ma già conquistato; un vantaggio enorme. Vale la pena di notare che il pubblico di Rol non era, tecnicamente parlando, composto da “amici”, che notoriamente sono il pubblico peggiore (“ti ho visto, fammi mescolare il mazzo”, “no, la metto dove voglio io”, “però tua suocera non riesci a farla sparire, eh?”), ma di “ammiratori”: il rapporto gerarchico-comunicativo non era orizzontale, ma verticale. Vale forse la pena di tentarne un’antropologia. Spesso, infatti, nel mondo del paranormale il pubblico sta a priori rispetto al sensitivo, nel senso che quest’ultimo appare là dove c’è un mercato che lo richiede. Occorre fare molta attenzione, a mio parere, a non confondere nello stesso “calderone” l’intera massa dei sensitivi “carismatici”, che rispondono alle esigenze di pubblici estremamente diversi. il “tipo Sai Baba” risponde a un’esigenza religiosa che non trova risposte “forti” all’interno di una religione occidentale ormai avvertita come secolarizzata; il “tipo mago Ciro” risponde a esigenze di piccolo cabotaggio, talvolta drammatiche, ma legate di norma a questioni estremamente materiali; il “tipo Rol” è, direbbero i Monthy Python, qualcosa di completamente diverso. Rol non si presentava come un maestro di saggezza il cui verbo avrebbe dovuto “sostituire” o “completare” una religione tradizionale nella quale egli era perfettamente inserito. Il pubblico di Rol era in stato di quies religiosa; poteva andare a Messa al mattino e la sera trovarsi a casa del sensitivo: nessun conflitto; non aveva bisogno di farsi promettere ricchezza, salute o amore; non proiettava la propria gioia nel futuro (“mi ha detto che troverò un lavoro e il fidanzato”), ma godeva della magia del presente. Il nuovo arrivato assaporava il piacere di essere ammesso all’interno di un club esclusivo; la ricca signora, quello di avere qualcosa da poter raccontare alle amiche in qualche festa mondana; tutti, sperimentavano l’emozione e il brivido di un miracolo sospeso tra realtà e illusione il cui incanto nessuno avrebbe voluto infrangere, l’opportunità di poter evadere per qualche ora da una vita spesso piacevolissima, ma borghese, la conversazione con un uomo certamente cólto, interessante e, nessuno potrebbe negarlo, unico.

L’ambiente

La forma attuale di prestigiazione piú in voga presso i maghi professionisti, poiché discretamente remunerata e richiesta sul mercato è il table-hopping, cioè, in sostanza, il mago alla convention o al ristorante, che va a un tavolo, fa un paio di giochi e passa a un altro tavolo. La situazione è terribile, tant’è che vi sono diversi libri appositamente dedicati alla magia da ristorante: ogni volta, infatti, è necessario procedere con l’hand-shaking, interrompendo per giunta gli avventori che possono trovare disturbante l’intervento di un personaggio estraneo e che per varie ragioni di dinamica di gruppo possono assumere nei suoi confronti un atteggiamento ostile. Non so quanto un table-hopper, abituato a esibirsi fra briciole e viavai di camerieri, sarebbe disposto a pagare per trovarsi nell’ecosistema artistico che Rol aveva a disposizione: un pubblico conosciuto personalmente dall’artista e invitato in una casa-teatro perfettamente adeguata al tipo di performance che l’artista stesso si avvia a fare, con libertà totale sui tempi e sulle modalità di esibizione.

Il genere

Contrariamente a quanto talvolta si legge, Rol non può essere strettamente considerato un “mentalista”. Il mentalismo, infatti, consiste di solito nella riproduzione con mezzi artificiali di fenomeni considerati prodotti da facoltà latenti in ciascuno di noi e che trovano una conferma “gnomica” nell’adagio secondo cui “usiamo solo il 10% del nostro cervello” (variante facoltativa: “la scienza dice che”). Il mentalismo, come la parapsicologia statistica dei microfenomeni di Milan Ryzl, o quella dei macrofenomeni che soprattutto negli anni ’70 studiò Uri Geller e altri sensitivi creando alcuni standard ormai parte del nostro immaginario – uno a caso, le carte Zener -, si presenta infatti con una forte coloritura “scientifica”. In campo parapsicologico si sono impegnati fior di galantuomini in buona fede, sono stati aperti – e poi spesso chiusi, passata la moda, centri studi e laboratori, e impiegate risorse a molti livelli; l’espressione “in condizioni di controllo” caratterizza il genere artistico del mentalismo e la scienza (al momento non molto fruttuosa) parapsicologica. Uri Geller, per fare un nome celebre, andò in laboratorio a farsi esaminare, perché l’ambiente ideale della parapsicologia è il laboratorio: elettrodi, rumore bianco, computer, protocolli. L’idea di fondo, infatti, è che ciascuno di noi abbia in sé facoltà, in alcuni soggetti naturalmente sviluppate, che la scienza non è ancóra riuscita a spiegare e a controllare, ma che un giorno gli studiosi riusciranno a comprendere. In un certo senso, la parapsicologia degli anni ’70 era scientista: c’era fiducia nel progresso, fiducia nel fatto che un giorno la scienza ci avrebbe messi tutti in grado di leggere dentro una busta chiusa o muovere oggetti con la forza del pensiero.

Il genere artistico di Rol, che presenta certo punti di contatto con il mentalismo, è, presso i prestigiatori, inquadrabile nella definizione di bizarre magic (che lascio in inglese perché la traduzione italiana dà a “bizzarro” una sfumatura di “grottesco” sicuramente eccessiva). Si tratta di una magia che, piú che il paranormale, mira a riprodurre il soprannaturale, e che presenta notevoli possibilità artistiche, a fronte però di parecchie limitazioni: gli effetti mentalistici, infatti, basandosi sull’assunto delle “doti naturali”, necessitano che l’artista usi il minimo possibile di apparato in un ambiente il più possibile asettico, il che va a discapito della spettacolarità e rende uno show mentalistico non ben costruito estremamente “lento”, “grigio” e “noioso”. Il bizarre magic è invece assai aperto alle suggestioni, ma si presta, salvo eccezioni, assai male alla rappresentazione su scena: non puoi evocare uno spirito su un palcoscenico (o meglio, un tempo lo si faceva, ma il pubblico è profondamente mutato e oggi, salvo eccezioni, si rischia di sfiorare il ridicolo). Rol affermava di non avere poteri di per sé ma di essere “una grondaia” attraverso cui Dio, o la natura metafisica dell’universo, poteva operare piccoli prodigi, e attingeva agli archetipi tradizionali del soprannaturale, fondando la spiegazione teorica a uso del pubblico dei suoi effetti su una base cattolica impreziosita artisticamente con qualche nuance teista. Credo appaia chiaro come l’approccio sia del tutto diverso: si potrebbe dire che Uri Geller aveva fatto il liceo scientifico; Rol, il classico. È una magia da piccoli interni, perfettamente a suo agio nella bottega antiquaria del dott. Rol, ma del tutto fuori posto in laboratorio, e di cui bisogna afferrare, stando al gioco, le peculiarità del codice, il che talvolta non riesce neppure a persone culturalmente molto preparate: vediamo ad esempio come Piero Angela presenta la famosa risposta di Rol a Jemolo, che lo pregava di sottoporsi a controllo scientifico per convincere gli scettici. Rol aveva risposto: “La scienza non può ancora analizzare lo spirito”. Piero Angela commenta cosí: “E così, caro professore, niente ’nastri cinematografici’ e soprattutto… niente prestigiatori. Capito?”. (4) 

In realtà, chi deve e può capire, capisce, rispetto a ciò che intende Angela, qualcosa di piú e di diverso: Rol, che è persona sottile, scrivendo che “la scienza non può analizzare lo spirito”, non si limita ad eludere una richiesta di controllo, ma, agli occhi di un prestigiatore, è come se affermasse: “Io faccio magia bizzarra; se volete qualche topo da laboratorio, andate da Uri Geller”. Credo che a Rol non piacesse molto essere confuso con il “paranormale scientifico” di moda all’epoca. Non ricordo di aver letto, per esempio, e comunque non lo si ricorda certo per questo, che facesse esperimenti di piegatura metalli (sarebbe stato certamente in grado di farlo) mentre, per converso, eseguiva, provocatoriamente, molti giochi di carte, tradizionalmente avversati dai mentalisti poiché nel pubblico sono immediatamente associati all’idea del baro e alla destrezza manuale. L’eccezionalità di Rol consiste nel fatto di essere passato indenne, con un personaggio sempre identico, attraverso a tutte le mode del Novecento; chiedergli di diventare il Geller italiano sarebbe stato un po’ come chiedere a Geller stesso di vestirsi col frac e fare apparire una colomba. E la lungimiranza della posizione di Rol è confermata dal fatto che, mentre Geller – che comunque fu un grande mentalista, e segnò un’epoca – è ormai ridotto a personaggio patetico, che vende kit paranormali per corrispondenza (5) , di lui si parla e si parlerà ancóra in termini mitici. Da fan del “classico”, dovrei forse rallegrarmene.

Gli effetti

Non siamo in grado di ricostruire con sicurezza gli effetti di Rol. Lo stesso gioco, raccontato da persone diverse, risulterebbe certamente diverso. Mi permetto di proporre questo esempio:

ro da lui con un mio amico. Mi fece mescolare un mazzo di carte. Lo prese, e mise una carta nera a sinistra e una rossa a destra. Poi mi invitò a concentrarmi, e mi mostrò, una dopo l’altra, le carte di dorso, chiedendomi: “pensi che questa carta sia rossa o nera?”. E a seconda della mia risposta, metteva, sempre di dorso, lentamente, la carta dalla parte delle rosse o delle nere. Nient’altro. Alla fine mi disse: “controlliamo se la tua intuizione ti ha un po’ aiutato”. Non volle toccare le carte e mi fece girare quelle accanto alla rossa: tutte rosse; accanto alla nera; tutte nere.

Un miracolo, vero? Devo qui rivelare con un po’ di immodestia che il lui di cui si parla in queste righe non è Rol; sono io. Il mio amico, nonché mentalista e prestigiatore assai piú bravo del sottoscritto, Mariano Tomatis, aveva conosciuto non so dove un altro mio amico, estraneo al mondo della prestigiazione, che, scoperto di avere un conoscente in comune, gli aveva detto di questo mio piccolo prodigio di un paio d’anni prima. Mariano sarebbe stato disposto probabilmente a offrirmi una bella cifra per il segreto. Non se ne fece niente (l’avrei fatto gratis, essendo per molti versi in debito con lui) perché io, quel gioco, in quei termini, non lo so fare. Evidentemente, avevo lavorato bene sulla “costruzione del ricordo”. Il mio amico, a distanza di tempo, non ricordava quanto era effettivamente avvenuto, ma quanto desiderava fosse avvenuto, aggiungendo di volta in volta, inconsciamente, particolari per “farsi bello” e ravvivare l’emozione, certo forte, provata in quell’occasione. E pensate che era la fonte diretta, e io sono un dilettante; un professionista potrebbe far credere qualunque cosa, e un racconto di seconda o terza mano potrebbe far crescere i particolari all’inverosimile. Perciò, gli effetti di Rol non sono facilmente ricostruibili: non si sa mai che cosa, nei racconti dei testimoni, è vero e che cos’è inventato, a volte in buona fede, a volte per spirito di contraddizione. O meglio: l’effetto spesso si capisce; non è possibile ricostruire con certezza il metodo di esecuzione, perché di solito i metodi per arrivare a un effetto classico sono molteplici. Ma alla fine, come ho detto, l’effetto è secondario. Per inciso, il “mio” gioco si chiama Out of this World, è stato elaborato da Paul Curry, ne esistono decine di versioni e lo eseguiva anche Rol, va a sapere in che versione.

L’ultimo mistero

Un capitolo di Rol l’incredibile, p. 116-117, in polemica con Piero Angela, che ebbe la fortuna di assistere di persona alle esibizioni di Rol, si intitola Un’occasione perduta. In un certo senso, condivido questo titolo (mentre sul contenuto stendo un velo pietoso), e chiedo scusa se mi sento costretto, in chiusura, a fare qualche affermazione che, data la sede che mi ospita, potrebbe apparire scortese: Piero Angela e il prof. Tullio Regge ebbero il privilegio di poter vedere Rol in azione e, ahimè, non lo sfruttarono appieno. Da un lato, Angela assistette alle esibizioni senza essere in possesso di una vera preparazione tecnica, tanto da dovere ricorrere a consulenti esterni che non furono ovviamente in grado di ricostruire i giochi sulla base di un semplice racconto: dopo la serata con Rol Angela chiese al grande prestigiatore Arsenio di ripetere l’effetto e, scrive, Arsenio “rifece praticamente gli stessi esperimenti” (6) . Purtroppo, praticamente in prestigiazione non significa nulla: l’effetto è assolutamente secondario: è il metodo che conta (l’ho già detto, per caso?) (7) ; altrimenti, per quanto ne sappiamo, la carta potrebbe essere stata davvero indovinata con la forza del pensiero. L’introduzione al Viaggio nel mondo del paranormale contiene una frase certamente condivisibile: “Questo non è un libro per coloro che vogliono credere. Ma per coloro che vogliono capire” (8) . Ahimè, alla fine del paragrafo di Rol io posso credere, sulla base del resoconto, che Rol nelle sue sedute facesse talvolta qualche movimento sospetto, ma certo è troppo poco per capire il modus operandi dei suoi effetti. D’altro canto, i resoconti di Tullio Regge, che si limita ad affermazioni vaghe come “mi fece le forzature dei prestigiatori”, dando nel complesso l’impressione di essersi comportato come il tipico “spettatore scettico” noto a tutti gli artisti, che sta a guardare a braccia conserte e indispettito il prestigiatore pensando, e talvolta dicendo “Umpf, tanto sono tutti trucchi, fa’ un po’ mescolare a me, guarda un po’ dove mi hanno portato”, non sono purtroppo di grande utilità. È un peccato che le poche volte che spettatori dotati di senso critico hanno potuto accedere al sancta sanctorum di Rol si siano limitati a liquidare la questione in modo superficiale senza potere o volere raccogliere dati che sarebbero stati utili alla comunità dei prestigiatori (magari, con un po’ piú di diplomazia, si sarebbe potuti tornare in quella casa accompagnati da un “amico”, visto che Rol, di “prestigiatori”, non ne voleva…). È anche un peccato che si senta talvolta dire, da parte “scettica”, che Rol faceva “giochetti da prestigiatore”, affermazione un po’ offensiva sia nei confronti di Rol, che evidentemente faceva qualcosa di piú di “giochetti”, sia nei confronti dei prestigiatori, alcuni dei quali, anch’essi, sono in grado di dare l’illusione del miracolo. Si può, beninteso, ed è legittimo, non avere sensibilità nei confronti dell’illusionismo, cosí come si può non provare nulla di fronte a un quadro, a una sinfonia o a una bella donna (o un bell’uomo, per il politically correct); ma il problema tecnico è che il modello delle scienze sperimentali, adatto forse all’indagine sulla parapsicologia “scientifica”, applicato rigidamente nell’approccio ad altri settori del paranormale porta, seppure in buona fede, a risultati assai meno significativi rispetto a quanto si potrebbe ottenere integrandolo con le acquisizioni delle moderne scienze cognitive e tenendo conto di variabili e costanti antropologiche, storiche e letterarie. Perciò, di fronte ad affermazioni come quella secondo cui una certa pianta va seminata in una data stagione, spesso ci si occupa piú di piantare il seme in laboratorio e di controllare se questo è vero (il che, a dir la verità, può essere interessante, ma suscita il sorriso e comunque porta alla scoperta dell’acqua calda) che di indagare le ragioni profonde e la tradizione che ha dato origine alla leggenda (cosa che avrebbe ben altro interesse scientifico), e lo stesso, mi pare, è forse capitato per il “caso Rol”. Rol seppe rispondere con eleganza a una serie di pulsioni, che ho accennato nella parte di questo articolo relativa alla composizione del suo pubblico, che meriterebbero, quelle sì, di essere analizzate da un antropologo o da uno storico delle religioni.
L’avvertimento è che la frase di Angela, non credere, ma capire, può funzionare solo per persone “terze” rispetto a coloro che costituirono il pubblico del sensitivo. Con chi lo vide all’opera sconsiglierei vivamente di azzardare opere di convinzione. Un vecchio proverbio dice che “a lavar la testa all’asino ci si rimette acqua e sapone”. Su un piatto della bilancia mettiamo la riproduzione di un gioco di prestigio; sull’altro, la sensazione di aver assistito a qualcosa di assolutamente unico e irripetibile, di aver preso parte al sovvertimento delle leggi della natura, di essere testimoni oculari dell’intervento del soprannaturale nel mondo. La lotta è ìmpari, e personalmente, un po’ come Foscolo, penso che le illusioni siano un farmakon: veleno o medicina, dipende dalla dose e dal soggetto.
Un piccolo appunto ancora sul rapporto tra prestigiatori e paranormale. Talvolta, le pubblicazioni “scettiche” tendono a contrapporre prestigiatore (onesto) a “sensitivo” (disonesto): il prestigiatore, in sostanza, sarebbe un “sensitivo” che ha fatto il coming-out e ammette di usare trucchi. Questa contrapposizione, in realtà, è inesistente, e si basa forse sull’estensione un po’ indebita del personaggio di James Randi, non ugualmente apprezzato -chi scrive lo apprezza- da tutti i prestigiatori, a tutto il mondo, assai variegato, della magia. La famosa “telefonata” di Silvan che sfidò in televisione Rol rappresentò da parte del decano dei maghi italiani uno stunt pubblicitario che ovviamente il sensitivo torinese non raccolse (d’altra parte, di esempi di personaggi che rifiutano il faccia a faccia per motivi di opportunità ce ne sono parecchi, e talvolta con questo sistema si diventa Presidente del Consiglio). La mia impressione è che la maggior parte dei prestigiatori guardi con indifferenza al mondo dei sensitivi: da un lato, è interesse dei mentalisti che la gente creda ai fenomeni paranormali (è noto che Binarelli per qualche tempo tenne una posizione molto ambigua e addirittura dichiarò genuina la “lettrice a raggi X” Monica Nieto (9) ). Dall’altro, nessun artista che si rispetti romperebbe mai la “sospensione dell’incredulità” degli spettatori con dichiarazioni esplicite di simulazione, inutili di fronte a un pubblico “credente” e irrispettose dell’intelligenza degli altri spettatori, tant’è che il problema di quanto portare avanti il gioco è vivissimo e discusso (nel backstage càpita che arrivi qualcuno che ti chiede di fargli le carte, o magari se potresti venire a dare un’occhiata alla figlia malata di una malattia incurabile. Ai professionisti, anche non mentalisti, sono cose che succedono quotidianamente, e tutti si preparano una risposta preconfezionata per situazioni del genere). Il “caso Rol” si è chiuso con la morte del sensitivo, e sarà forse difficile raccogliere ulteriori dati oggettivi (che so, la scoperta in qualche suo armadio dei lavori di Anneman, Corinda e Horwitz…). È verosimile pensare che, dopo aver indossato cosí strettamente il suo personaggio per tutto il Novecento, e forse essendone prigioniero, ormai facesse fatica egli stesso a distinguere tra illusione e realtà, un po’ come Bela Lugosi, morto convinto di essere Dracula. Da parte mia, visto che il massimo del tornaconto personale di Rol poté essere quello, non disprezzabile, di avere una bottega antiquaria frequentata dalla gente che conta, e sensibile al fascino indiscutibile dell’illusione, non posso che guardare con simpatia a questo personaggio: qualcuno avrà forse comprato qualche comò, ma era gente che non pativa a spendere, e lo spettacolo, in fondo, va pagato.

Posso immaginare che un grande sognatore come Fellini, abituato a costruire grandiosi mondi virtuali, volesse credere alla straordinaria illusione che Rol sapeva rendere reale di fronte ai suoi occhi. Agli occhi miei, invece, il mistero piú grande è come Rol sia riuscito a giungere a tali livelli di professionismo da autodidatta, restando completamente isolato dall’ambiente magico professionale torinese, il che costituisce un ulteriore argomento a favore del suo genio magico.

  Fonte Massimo Manca, “Rol il prestigiatore”, La Voce Scettica, n. 8, ottobre/dicembre 2001, pp. 9-16.

Note

1. Maria Luisa Giordano, Rol mi parla ancora, Sonzogno.
2. Si può aggiungere Remo Lugli, Gustavo Rol. Una vita di prodigi, Ed. Mediterranee, Roma.
3. Comunque: S. Peltant-G. Grzybowski, I primi cinque minuti, SIAD, Milano 1986.
4. Piero Angela, Viaggio nel mondo del Paranormale, Garzanti 1978, p. 335.
5. Consiglio di dare un’occhiata a www.uri-geller.com.
6. Angela 1978, p. 331.
7. Nell’eventualità che mi leggano dei prestigiatori, specifico che la massima è vera in questo contesto di “ricostruzione” dell’effetto. Conoscere l’effetto, cioè, di per sé non è sufficiente alla comprensione del metodo di esecuzione. Faccio questa precisazione perché nella pratica performativa vale l’esatto contrario (Aldo Colombini ne ha fatto una bandiera): il metodo non è importante, conta l’effetto, nel senso che, se gli spettatori vedono che la carta A si trasforma nella carta B e, dal loro punto di vista, il fatto che il mago usi un sistema o un altro è, dal punto di vista del risultato artistico, del tutto ininfluente.
8. Angela 1978, p. 7.
9. Massimo Polidoro, L’illusione del paranormale, Muzzio, Padova 1998, p. 72.

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