#12 Le classiche silhouette di Parigi mettono in evidenza i luoghi imperdibili della città – dalla Tour Eiffel alla basilica del Sacro Cuore, dalla piramide del Louvre a Notre Dame, dal Pantheon all’Arco di Trionfo. In quel concentrato di grandeur, la città sceglie di fissare nella memoria pochi e precisi elementi: il primato scientifico-tecnologico, il predominio artistico-culturale, la supremazia militare e lo sguardo benevolo da parte delle potenze celesti. Ma la Gestalt ci insegna che figura e sfondo si possono invertire, è solo una questione di sguardo. Lo psicologo danese Edgar Rubin l’aveva dimostrato nel 1915; due volti si nascondevano ai margini del suo vaso nero: per coglierli bisognava disvedere l’uno in favore dei due.

Paradossalmente, la capitale francese resta il luogo perfetto dove esercitare la disvisione: per resistere alle sue sirene, una buona strategia è di addentrarsi nei suoi angoli più oscuri – come Ivan Cenzi Bizzarro Bazar suggerisce di fare nella preziosa “Paris mirabilia” (2017); forse non a caso la guida all’“insolito incanto” di Parigi si apre con il capitolo “Abracadabra: niente è come sembra”, dedicato al museo della magia. Tre le esperienze interattive predisposte dal curatore Georges Proust ci sono due “incisioni sediziose”: opere grafiche in cui protagonista è l’equivoco, e su cui, dunque, “niente è come sembra”.

La prima è una vista dell’isola di Sant’Elena: realizzata su un disegno di Victor Adam (1801-1866), è una rappresentazione elegiaca della tomba di Napoleone. L’aquila, che negli stemmi imperiali aveva le ali spiegate, ora è a riposo. Accanto a lei, una donna ha in mano la corona di alloro dell’imperatore. La didascalia parla di un’ombra di Napoleone in visita alla propria tomba, senza aggiungere altro: sta a chi osserva riconoscerla, raccogliendo la sfida che Edgar Rubin avrebbe rilanciato nel Novecento. Una seconda immagine propone il gioco con Giuseppina Beauharnais, la cui ombra è in visita alla tomba del marito.

Sono incisioni ottocentesche, che aggiornano una tradizione più antica: alla fine del Settecento, i profili di re Luigi xvi e Maria Antonietta erano stati spesso ripresi da artisti nostalgici della corona. Dopo la decapitazione della coppia reale, il tema dell’urna funeraria sotto un salice piangente era stato rielaborato più volte; tipicamente, le immagini nascondevano i profili dei monarchi e dei figli Maria Teresa Carlotta e Luigi Carlo. Una versione più leziosa del gioco, realizzata nel 1815, ritraeva delle viole del pensiero; appesa al muro di casa, l’incisione all’acquaforte di Jacques Marchand (1769-1845) era un segno identitario: la scritta partecipava all’equivoco dichiarando: “Sono incisi nei miei pensieri”. La nostalgia era diretta verso la famiglia reale, i cui profili si nascondevano ai margini dei fiori.

Un’altra immagine entra in risonanza con queste celebrazioni reazionarie, giocando con il rapporto tra figura e sfondo in maniera più indiretta. È una fotografia di inizio Novecento. L’uomo ritratto sta raggiungendo (o forse lasciando) l’angolo di strada dove lavora. Con sé ha una riproduzione della Gioconda, da cui ha rimosso l’ovale del viso. In cambio di pochi franchi, l’ambulante offre ai turisti la possibilità di scattarsi una foto con il proprio volto nel buco. È un modo come un altro di guadagnare qualche spicciolo, in un mondo dove i filtri di Instagram e i selfie buffi non sono ancora arrivati.

L’immagine delle immagini, il volto che riassume simbolicamente tutti i tesori del Louvre, non c’è più: la figura su cui ci si sofferma, per lo sguardo enigmatico e le labbra dalla forma indefinibile, è sparita; è una scorciatoia spiccia ma efficace per costringerci a spostare lo sguardo sullo sfondo e sui margini. Ma quando l’uomo ci indica la tela, invitandoci a occupare quel vuoto con la nostra faccia, anonima e un po’ ridicola con quel contorno di colline toscane, il détournement è squassante e completo. Al che, devo ammetterlo: alla Parigi dei salici piangenti e a quella leziosa delle viole del pensiero (ritratta con eugenetica brutalità nella serie Emily in Paris), continuo a preferire la Parigi scanzonata e un po’ queer dell’uomo con il quadro sotto il braccio. E un po’ mi spiace non incontrarlo più sui marciapiedi del pont Neuf, mentre sbarca il lunario proponendo alle donne qualche istante negli abiti dell’icona più favolosa di sempre e agli uomini un temporaneo cambio di genere.

È attraverso questa Parigi che ho condotto (e condiviso qui su Facebook) i miei dodici passi; e chissà se sono riuscito, come suggeriva di fare Ivan Cenzi, a “bucarne la risaputa cartolina che tutti abbiamo stampata nella mente, e sbirciarci attraverso”.

lunedì 30 agosto 2021, 5 anni fa · Questo post è stato liberato da Meta e trasferito su un blog personale, al riparo da ogni tracciamento.

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