




Oggi, insieme a Daniela e Yankuam, ho visitato le domus de janas: le “case delle fate” scolpite nella roccia a pochi chilometri da Gavoi. Minuscoli varchi nella pietra, che da secoli custodiscono visioni magiche e presenze inclassificabili.
Sabato 5 luglio, al @gavoifestival L’Isola delle Storie, ho portato con Maura Gancitano e Marina Pierri un esercizio di meraviglia dedicato a queste creature dimenticate: figure di genere indistinto, capaci di partorire da sole, di scavare le proprie tane con unghie d’acciaio, di vivere al riparo dallo sguardo umano.
Nel 1922 Gino Bottiglioni aveva raccolto una leggenda perturbante: la “jana maísta”, stendendo un velo bianco incantato, catturava i viandanti e li rinchiudeva in una buca. Da loro succhiava il sangue, poi si chiudeva per tre giorni in una caverna speciale e al suo ritorno, aveva partorito nuove janas. Una riproduzione dai risvolti ipnotici e vampireschi, che infrange ogni schema borghese e rassicurante.
Secondo il folklore, le janas si sono fatte nel tempo sempre più piccole, fino a confondersi coi vermi della terra: hanno scelto la via dell’invisibilità strategica per continuare a operare nell’ombra. Le janas incarnano, in fondo, una sessualità non conforme, una maternità sganciata dall’istituzione familiare, una corporeità che sfugge al binarismo e rifiuta ogni addomesticamento. Non chiedono riconoscimento: si sottraggono. E nel farlo, si costruiscono spazi di autogestione, lontani da ogni modello perbene.
Non sono folklore: sono un’utopia in miniatura. Un archivio ribelle di possibilità queer, incastonato nella pietra.
domenica 6 luglio 2025, 1 anno fa · Questo post è stato liberato da Meta e trasferito su un blog personale, al riparo da ogni tracciamento.
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