Mother Mary (USA 2026) è una ghost story gotica che guarda più al Mayhem Tour di Lady Gaga che ad Ann Radcliffe.

Lo spettro evocato è la “lady in red” di Abracadabra, e sebbene il look di Anne Hathaway richiami Taylor Swift, la sua popstar riflette soprattutto la dualità della Mother of Monsters – smisurata e vulnerabile insieme.


Nel pezzo di apertura (“Burial”) Mother Mary annuncia:
I’m mesmerizing, it’s terrifying.
Il film riesce a essere entrambe le cose con una colonna sonora elettronica strepitosa e un respiro più teatrale che cinematografico, oscillando continuamente fra psicodramma, thriller metafisico e falso biopic musicale.
Nel film non c’è neanche un uomo – o forse sì, ma sono corpi muti, presenze coreografiche sul palco della protagonista. Il duello psicologico instaurato con (la bravissima) Michaela Coel è fatto di confessioni, accuse, ricordi e continui slittamenti fra il concreto e il simbolico.

La seduta spiritica non richiama presenze dall’oltretomba: i fantasmi si rivelano condensazioni di dolore sedimentato nel tempo.

Così l’esorcismo finale non coincide con la liberazione o con l’oblio, ma con la possibilità di attraversare il passato senza esserne più divorati: una cura che non arriva dalla rimozione ma dal fare pace con ciò che è stato.
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