Una ragazza entra in una boutique di Orléans per provare un abito. Pochi minuti dopo sparisce nel nulla.

Nel 1969 questa leggenda urbana si diffuse in tutta la città: si raccontava che alcune clienti venissero narcotizzate nei camerini, rapite attraverso un labirinto di sotterranei e vendute come schiave ses*uali. Nessuno aveva denunciato scomparse, eppure in città si scatenò un mezzo pogrom.

È attraverso questa storia che ho incontrato Edgar Morin, morto di recente a 104 anni. Morin non si chiese chi avesse inventato la diceria ma cercò di capire perché nel XX secolo un’intera città fosse pronta a crederci.

Nel 2019, mentre scrivevo #Incantagioni, avevo raggiunto Orléans inseguendo la storia di Hersilie Rouy: la donna resa invisibile contro il suo volere, grazie a un sistema psichiatrico complice dei suoi parenti. Di lì a poco avrei scoperto che stavo osservando lo stesso fantasma da due angolazioni diverse.

La città non si fece mai carico del dramma di Hersilie, che fu prima segregata nel manicomio cittadino, poi sepolta sotto una pietra muta. Orléans non fece mai i conti con l’idea di ospitare un buco nero istituzionalizzato dove le persone scomparivano nell’indifferenza; continuò invece a onorare gli uomini che avevano rappresentato quel sistema.

Ne “La rumeur d’Orléans” (1969) Morin intuì che molti pettegolezzi sono sintomi, lapsus che raccontano quello che non riusciamo a dire apertamente. A distanza di decenni, tra la storia dimenticata di Hersilie Rouy e il mito delle donne che sparivano dai camerini, Orléans si era forzata a chiedersi di nuovo: come può una donna sparire sotto gli occhi di tutti?

Attraverso le lenti d’oggi: negare l’esistenza del femminicidio salva qualche vita umana... o è l’ennesimo tentativo di nascondere la polvere sotto il tappeto?

mercoledì 17 giugno 2026, 3 mesi fa · Questo post è stato liberato da Meta e trasferito su un blog personale, al riparo da ogni tracciamento.

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