Trailer e locandina fanno pensare a un musical classico: un noir dalle atmosfere di “Chicago”, costruito attorno al fascino della diva da melò incarnata da J Lo. “Il bacio della donna ragno” (al cinema) gioca però su un equivoco: (spoiler) quel mondo è un rifugio di fantasia dagli orrori della reclusione.

Durante la dittatura militare argentina, un militante marxista e un parrucchiere omosessuale cultore dei melodrammi sono costretti alla convivenza nella stessa cella. Per il primo tutto è politica; per il secondo tutto è desiderio. Le fantasie musicali che attraversano il film non offrono soltanto una via di fuga dalla prigione, ma diventano il terreno su cui i due sono costretti a misurare i limiti della propria visione del mondo.

Sorprende che una grande produzione hollywoodiana abbia scommesso su una disputa spesso relegata alle discussioni interne della sinistra: il rapporto tra lotta politica e liberazione sessuale. Ancora più sorprendente è che il film riprenda quasi senza modifiche la trama di un romanzo del 1976, a dimostrazione di quanto questa tensione preceda di gran lunga il dibattito contemporaneo.

Pieno di difetti e (orgogliosamente o meno) di serie B, il film prende sul serio il proprio immaginario: una femme fatale che incarna il timore che desiderio e identità possano sfuggire a ogni disciplina. Da questo materiale improbabile emerge un intreccio sorprendentemente fertile tra rivoluzione e dissidenza di genere, che culmina in una folgorante impennata trans: quanto basta per trasformarlo in un piccolo, imperfetto gioiello che merita una visione.

giovedì 25 giugno 2026, 3 mesi fa · Questo post è stato liberato da Meta e trasferito su un blog personale, al riparo da ogni tracciamento.

Tutti i post sono distribuiti con Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0