



Quando mi chiedono quanto spazio si debba lasciare alla magia e al mistero, rispondo con una categoria del wrestling: la postura “smark”.
Nel gergo, una persona “mark” prende per autentiche rivalità, tradimenti, botte e colpi di scena. Una persona “smart” sa che sono finti e fanno parte dello spettacolo. Chi è “smark” sa che è tutta finzione ma riesce comunque a viverla con partecipazione.
Leggendo “The Unseen Internet” (2026) di Shira Chess mi sono imbattuto in un’evoluzione inattesa del concetto: la Cappella Perigliosa di Robert Anton Wilson. Lo scrittore la prende in prestito dai romanzi arturiani e ne fa una metafora della conoscenza: chi vi entra accetta di rinviare la domanda decisiva: “...ma è vero?!”
La conseguenza è sorprendente; per tutto il tempo in cui si resiste a rispondere a quella domanda, diventano visibili molte altre cose: i rapporti che la magia crea fra le persone, le esperienze che rende possibili, gli immaginari che alimenta, gli usi che ne vengono fatti. La Cappella Perigliosa sta alla conoscenza come l’edging sta al piacere: rinvia deliberatamente il momento risolutivo, perché è durante l’avvicinamento che emergono gli aspetti più interessanti.
Essere smark non è dunque abbastanza: la Cappella Perigilosa da cui Shira Chess scrive il suo saggio dedicato al lato magico del web conserva quella partecipazione distaccata e consapevole ma la porta un passo oltre, in un terreno assai più fertile. Il problema non è più stabilire quanto la magia sia (o meno) “vera”, bensì capire che cosa accade quando le persone la prendono sul serio – o per citare Erik Davis, quando ci si accosta alle storie più inverosimili “seriamente ma senza prenderle alla lettera”.
domenica 12 luglio 2026, 2 mesi fa · Questo post è stato liberato da Meta e trasferito su un blog personale, al riparo da ogni tracciamento.
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