Che cosa dovrebbe suscitare nel pubblico uno spettacolo di magia?
Se l’illusionista pretende di compiere miracoli, alimenta una credenza falsa. Se insiste che tutto sia soltanto tecnica, rischia di ridurre la magia a un rompicapo. Robert E. Neale, in The Magic Mirror, introduce questa tensione come il dilemma illusionistico fondamentale.

Riprendendo una riflessione di Orson Welles, Neale cerca di concepire una magia capace di liberarsi dalle «lugubri solennità del rituale mistico» senza rinunciare al suo «antico dovere nei confronti del senso della meraviglia». Da qui la domanda: «Se la meraviglia è reale per noi e i miracoli non lo sono, un falso miracolo è ancora degno della nostra meraviglia?» Se la risposta è sì, allora il valore della magia non dipende più dalla verità del miracolo ma dall’esperienza che riesce a generare.
L’illusionismo immaginato da Neale non è dunque un miracolo a cui credere né un rompicapo da risolvere, ma un’opera collaborativa di immaginazione. In una prospettiva del genere, l’illusionista non dirà più: «Guardate quanto sono abile» o «Guardate quanto sono potente»; con i suoi giochi di prestigio dirà piuttosto: «Guardate quanto possono essere ingegnose e potenti le nostre immaginazioni congiunte!».
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