Il trucco magico di Leonardo
Le lettere scarlatte, Trieste 2026
A Roma, nel I secolo a.C., Gaio Scribonio Curione fa costruire due teatri in grado di ruotare su se stessi e ricomporsi in una nuova architettura sotto gli occhi del pubblico. Di quelle strutture restano solo poche righe tramandate dagli autori antichi. Eppure quell’invenzione non è mai scomparsa davvero.
Nei secoli successivi, il loro funzionamento diventa un enigma che affascina generazioni di studiosi. Leonardo da Vinci si misura con il mistero dei teatri rotanti, tentando di ricostruirne la logica nascosta. Il trucco descritto nel Codex Madrid I non chiude il problema ma lo rilancia: da quel momento, l’idea inizia a generare un gioco di prestigio dopo l’altro, riapparendo nei taccuini barocchi, nei gabinetti di curiosità, nelle scatole di magia, nei brevetti industriali e nei gadget della cultura otaku.
Questo libro segue le tracce di quell’illusione lungo un vero e proprio giro del mondo, intrecciando archeologia, storia dell’arte e magia. Un viaggio che parte dalla Roma antica e ritorna a Roma, dove tutto ha avuto inizio, per raccontare la lunga vita di un trucco che ha incantato artiste, scienziati e illusioniste – e che continua, ancora oggi, a sorprenderci.
Quarto volume della serie Incantamenta Romana, un invito a scoprire la città di Roma attraverso un dedalo di incantagioni e suggestioni mentalistiche, nell’ottica di una deriva sulle tracce di storie dimenticate e sconcertanti: la raccolta degli appunti di viaggio dell’illusionista e scrittore Mariano Tomatis.
Mariano Tomatis, Il trucco magico di Leonardo, Le lettere scarlatte, Trieste 2026, 180 pp., B&N (11,5×16,5 cm).
Il libro è disponibile · ACQUISTA
Indice del volume
1. Archeologia di un enigma (16 pp.)
2. Il Cinquecento (22 pp.)
3. Il Seicento (22 pp.)
4. Il Settecento (22 pp.)
5. L’Ottocento (6 pp.)
6. Il Novecento (18 pp.)
7. Una deviazione (36 pp.)
8. Gli anni Duemila (8 pp.)
9. Un memento mori? (8 pp.)
Appendice: Coin Trick Block Puzzle! (9 pp.)
4. Il Settecento
Finora abbiamo seguito la storia delle due tavolette quasi esclusivamente attraverso i libri che le descrivono; è però facile immaginare che, al di fuori delle pagine stampate, fossero una presenza familiare nelle botteghe dei giocattolai e sui banchi dei venditori di curiosità, accanto ad altri piccoli oggetti destinati a sorprendere e divertire.
Il più antico listino prezzi che le menzioni esplicitamente è del 1775: Edmé-Gilles Guyot (1706-1786) ne propone due coppie, vendute insieme, all’esorbitante prezzo di 3 lire tornesi. Per farsi un’idea del valore, la cifra equivale a circa tre o quattro giornate di salario di un artigiano: in termini di potere d’acquisto moderno, una somma nell’ordine di alcune centinaia di euro. Ciò che si paga, evidentemente, non è l’oggetto in sé ma ciò che consente di fare: il segreto incorporato nella sua struttura e la sorpresa che ne deriva. Quello scarto, che persiste ancora nel mercato moderno, caratterizza l’illusionismo fin dalle origini.
Esiste un’alternativa a quell’acquisto oneroso: costruire le tavolette in autonomia. Oltre a venderle pronte nella sua bottega, Guyot pubblica istruzioni dettagliate per fabbricarle nella seconda edizione delle Nuove ricreazioni fisiche e matematiche (4 voll. 1772-1775). Per capire quanto costassero i quattro volumi basta guardare alle condizioni di vendita della prima edizione: in abbonamento 24 lire, a stampa conclusa 30 lire. A queste cifre, il prezzo di un singolo volume corrisponde più o meno a un migliaio di euro attuali. Una spesa del genere ha senso come bene di lusso, adatto a biblioteche prestigiose e gabinetti di curiosità. Oppure come investimento per artigiani e dimostratori che possono trasformare quelle pagine in oggetti da costruire e vendere o da usare nei loro spettacoli di fisica dilettevole.
Ex direttore delle poste di Parigi, Guyot opera in una città che, nella seconda metà del Settecento, orienta il gusto europeo per i passatempi ingegnosi, le curiosità meccaniche e gli oggetti pensati per stupire nei salotti. Il suo pubblico di riferimento coincide con l’aristocrazia e con la borghesia agiata che anima quei circuiti mondani, più che con gli strati popolari della società.
Nel catalogo delle sue invenzioni compaiono lanterne e proiettori rudimentali con cui far apparire fantasmi, piccole fontane a sorpresa che si attivano senza che se ne comprenda il meccanismo, scatole magnetiche capaci di simulare fenomeni di chiaroveggenza e una serie di piacevolezze architettoniche basate su specchi nascosti, riflessioni paradossali e dispositivi meccanici camuffati.
Nelle mani di un ingegnere della meraviglia come Guyot, le due tavolette rinascimentali cambiano statuto: da semplice “sollazzo puerile” diventano un oggetto pienamente adulto, assumendo la forma di un portafoglio, un accessorio quotidiano e socialmente riconoscibile. Proprio questa nuova veste ne rinnova l’efficacia: un giocattolo ormai familiare, che nella forma tradizionale sarebbe facile da riconoscere, torna a stupire perché reso irriconoscibile. Il principio rimane lo stesso, ma il modo in cui viene nascosto gli restituisce tutta la sua forza.
Per ottenere questo effetto, Guyot mette insieme due lezioni precedenti. Dal Cinquecento recupera l’idea che l’oggetto debba presentarsi come del tutto innocente, senza suggerire la possibilità di un’apertura doppia (smettendo dunque di ostentare l’oscillazione del “legno magnetico”). Dal Seicento riprende l’attenzione nel rendere invisibili le strisce che collegano le tavolette, così che nulla tradisca il meccanismo. L’incontro di questi due accorgimenti dà vita a un oggetto che non ha più l’aspetto di un gioco, ma quello di un manufatto ordinario.
Seguiamo le istruzioni di Guyot.
Ritaglia due cartoncini A e B della stessa misura, larghi 3 pollici e alti 3 pollici e mezzo, e disponili uno accanto all’altro.
Edmé-Gilles Guyot, Nouvelles récréations physiques et mathématiques, vol. 4 (di 4), parte 7 (di 8), Parigi 1775, planche II.
Se si rispettano le proporzioni indicate nel testo, il portafoglio è piuttosto tozzo, quasi quadrato: convertendo il pollice dell’epoca, si ottengono due rettangoli di circa 81 × 95 mm. Seguendo le proporzioni suggerite dal disegno, invece, la forma è più slanciata, pari a circa 81 × 128 mm: la scelta non influisce comunque sul funzionamento dell’oggetto.
Per incollare le prime due strisce dobbiamo tener conto che l’incisore ha dimenticato di contrassegnare i punti F e D sul lato inferiore, rispettivamente sotto E e C.
Procurati un sottile nastro di seta e disponine una striscia lungo il bordo alto del cartoncino A, da C fino a E e una seconda da D fino a F in modo che sporgano un po’, così da poterle ripiegare alle due estremità e incollarle sul retro del cartoncino A nei punti C e D, e sul retro del cartoncino B nei punti E e F.
Le strisce successive devono trovarsi sfalsate rispetto alle prime, in modo da non ostacolarsi quando il portafoglio viene chiuso:
Prendi altre due strisce e sistemale allo stesso modo sul cartoncino B, ripiegandole sul retro di questo cartone nei punti I e L, e sul retro del cartoncino A nei punti G e H.
Fatta questa prima operazione, se ripieghi i cartoncini uno sull’altro, formeranno una specie di portafoglio, di cui uno dei lati farà sempre da cerniera quando lo si aprirà dall’altro lato.
Dal punto di vista tecnico, l’installazione delle quattro strisce completa il meccanismo della cerniera intercambiabile senza introdurre novità rispetto al passato. Poiché sono ricavate da nastri di seta, risultano però molto evidenti. Per renderle meno sospette, Guyot suggerisce di trasformarle in un elemento decorativo: basta aggiungerne altre lungo il perimetro di ciascuna tavoletta, così da formare una sottile e leziosa cornicetta. A differenza delle prime, che attraversano la superficie dei cartoncini senza essere incollate e restano ferme grazie al fatto di avere le estremità fissate dietro, queste seconde strisce vanno incollate sopra le facce di A e B.
Metti quattro strisce di nastro sui lati verticali MNQR dei due cartoncini, facendo in modo che passino sotto le strisce già applicate; incollane allo stesso modo le estremità sul retro dei cartoncini; rivesti inoltre con lo stesso nastro anche i due lati O e P del cartoncino B. Queste ultime sei strisce non svolgono alcuna funzione pratica: vengono applicate solo perché i due cartoncini appaiano bordati di nastro in modo uniforme.
Guyot dimentica di dire che sotto le due strisce in alto e in basso del cartoncino a andrebbero incollate altre due strisce – altrimenti quando si chiude il portafoglio e lo si riapre dall’altra parte, uno dei due cartoncini non appare bordato di nastro “in modo uniforme”.
L’allestimento della cornice di seta rende meno sospetti i nastri più esterni ma resta il problema di dissimulare i due sfalsati sul cartoncino B. La soluzione proposta è l’elemento che rivoluziona l’oggetto: Guyot li copre incollandovi due buste, l’una fissata al dorso dell’altra.
Ritaglia due buste da lettera di dimensioni tali da coprire interamente le strisce GI e HL, compreso lo spazio tra le due. Appoggiane una sul cartoncino B e incollala soltanto ai due nastri. Incolla e applica l’altra al di sotto della prima, in modo che l’apertura delle buste sia rivolta dalla stessa parte e che esse coprano e mascherino esattamente le due strisce.
Il disegno di Guyot è un po’ impreciso ma lascia intendere che le buste debbano essere più piccole dei due cartoncini ed esattamente delle dimensioni del rettangolo delimitato dalla cornicetta di seta. I due nastri sfalsati diventano così i binari nascosti a cui le buste restano agganciate per non cadere, mentre a chi guarda sembrano semplicemente incollate al cartoncino di sinistra. Aprendo il portafoglio da un lato o dall’altro, se ne vede sempre una alla volta, mentre l’altra resta nascosta dietro.
L’intuizione su cui si fonda questo innesto nasce da un dettaglio facile da trascurare: chiudendo e riaprendo dall’altra parte le tavolette di Pacioli, le due si scambiano di posto ma continuano a mostrare la stessa faccia; le strisce di cuoio, al contrario, si mostrano da lati diversi nei due momenti. Fissando ai nastri una busta a doppia faccia, Guyot amplifica un effetto che nella versione delle “bugie” era del tutto irrilevante: ora a capovolgersi segretamente non è più un elemento marginale ma un oggetto più grande e versatile, che moltiplica le possibilità di impiego del giocattolo.
L’ultimo tocco consiste nel decorare il dorso dei due cartoncini: capovolgili e
rivestili entrambi con carta colorata sulla faccia inferiore, quella in cui i nastri sono incollati e ripiegati.
Come nel gioco delle “bugie”, anche il portafoglio di Guyot sfrutta la cerniera intercambiabile per sdoppiare i “futuri possibili”. La differenza sta in ciò che queste possibilità possono contenere.
Con Pacioli si trattava soltanto di decidere se il filo di paglia si trovasse sotto una striscia oppure sotto due. Con la doppia busta, invece, quella scelta limitata si trasforma in una gamma molto più ricca di possibilità; non a caso Guyot usa l’aggettivo “magico” per descrivere il potenziale dell’oggetto. Gli effetti che si possono ottenere sono numerosi. Nella lista che segue uso l’espressione “scambio” per indicare la chiusura, il capovolgimento segreto e la riapertura dall’altro lato.
• Apparizione Se la busta in vista è vuota e quella nascosta contiene una carta, dopo lo scambio la carta sembra apparire dal nulla.
• Sparizione Presentando lo stesso gioco indietro nel tempo, se la busta in vista contiene una carta e quella nascosta è vuota, dopo lo scambio la carta sembra sparire.
• Trasformazione Se la busta in vista contiene un asso di cuori e quella nascosta una donna di picche, dopo lo scambio la carta sembra trasformarsi.
• Trasposizione Usando due portafogli identici e una carta di cui si possieda un duplicato, si possono combinare apparizione e sparizione, creando l’illusione che la carta sia passata invisibilmente da un portafoglio all’altro.
Forse anche per una ragione commerciale (vendere due portafogli è più redditizio che venderne uno) Guyot è il primo a esplorare fino in fondo il potenziale illusionistico dello sdoppiamento del giocattolo. Non a caso il capitolo si intitola “I due portafogli magici”. A differenza di tutti i predecessori, l’autore parigino inserisce l’oggetto in una routine illusionistica più ampia: all’effetto complessivo concorrono una tecnica cartomagica (la “forzatura”) e la possibilità di aiutarsi con un mazzo truccato.
Far scambiare di posto due carte liberamente scelte, dopo averle rinchiuse in due luoghi separati.
Dopo aver nascosto in segreto una carta in ciascuna delle buste dei due portafogli, prendi un mazzo e fai estrarre a due persone due carte identiche alle prime (NOTA: per facilitare l’operazione usa un mazzo composto solo da quelle due carte). Mostra il primo portafoglio aperto alla persona che ha pescato la carta uguale a quella contenuta nel secondo, e chiedile di inserirla nella busta che appare vuota.
Riprendi il portafoglio e, mentre lo appoggi sul tavolo, capovolgilo con disinvoltura. Fai poi inserire allo stesso modo la carta della seconda persona nella busta vuota del secondo portafoglio, e posa anche questo sul tavolo. A questo punto annuncia che farai passare le due carte da un portafoglio all’altro. Aprili e lascia che siano le due persone a estrarre da sole il contenuto delle buste: ciascuna vi ritroverà la carta inserita dall’altra.
Il secondo effetto (“Come far tornare nel mazzo una carta dopo averla rinchiusa nel portafoglio”) è una versione semplificata del primo. Guyot suggerisce di forzare una carta di cui sia presente un duplicato nel mazzo. Il punto interessante riguarda la misdirection: dopo che la carta scelta è stata inserita nella busta, il portafoglio va chiuso e si invita la persona a soffiarci sopra. Questo gesto teatrale non ha altra funzione se non coprire l’inversione segreta del portafoglio. Quando lo si riapre, la carta sembra scomparsa; ritrovandone subito dopo una identica nel mazzo, l’impressione è che sia avvenuta una trasposizione. Il gioco mostra con chiarezza quanto la cornice narrativa sia decisiva nel definire la natura dell’effetto: la stessa manovra tecnica può essere raccontata come una sparizione oppure come un trasferimento invisibile dal portafoglio al mazzo, a seconda di come viene presentata.
Il terzo effetto (“Come far apparire la risposta in calce a una domanda scelta”) utilizza il portafoglio per far comparire una scritta. Procurati due carte identiche e copia su entrambe la stessa domanda, usando una grafia o un carattere perfettamente coincidenti, così da renderle indistinguibili. Su una delle due aggiungi anche la risposta, poi nascondila in una busta. Su altre carte scrivi domande differenti.
Fai scegliere una carta allo spettatore, forzandogli quella che riporta la stessa domanda già nascosta nella busta. Se chiudi la carta scelta nella busta vuota ed esegui lo scambio segreto, sembrerà che sotto la domanda sia apparsa la risposta.
Guyot non indica quale debba essere il contenuto della domanda. In questo modo lo strumento diventa adattabile a situazioni molto diverse, dall’esibizione davanti a un pubblico fino a un uso più discreto e raccolto, come nello studio privato di chi pratica arti esoteriche.
Se chiedi “Qual è il colmo per un dispettoso?”, il gioco si presta a uno spettacolo per l’infanzia (la risposta che appare è “Non te lo dico!”). Con un pubblico adulto puoi formulare indovinelli satirici (“I francesi sono tutti ladri?” “Tutti no, Bonaparte sì”). Se invece la domanda riguarda il futuro, puoi trasformare il gioco in una simulazione spiritica, come se una mano proveniente da un’altra dimensione stesse scrivendo direttamente sulla carta. È facile immaginare che tra i clienti della bottega di Guyot ci fossero anche operatori e operatrici dell’occulto. Il portafoglio, per come è concepito, offre tutta la discrezione necessaria per suggerire l’idea di un intervento invisibile.
Non è un dettaglio secondario se si pensa che la pratica dello slate writing – cioè la comparsa di messaggi spiritici sulle lavagnette – viene fatta risalire abitualmente a circa un secolo dopo. Alla luce del libro parigino, una parte della storia dello spiritismo fraudolento meriterebbe di essere retrodatata almeno di cent’anni.
Il quarto effetto (“Il padrone e il servo”) richiama esplicitamente le situazioni tipiche della commedia dell’arte e le trasferisce dentro un congegno di carta. La scena è domestica: stanze separate, un padrone geloso, il suo valletto e la servetta di cui sono entrambi innamorati. Sono gli ingredienti perfetti per innescare le catene di equivoci proprie di quella tradizione, qui ricondotte alle dimensioni di un portafoglio.
Edmé-Gilles Guyot, Nouvelles récréations physiques et mathématiques, vol. 4 (di 4), parte 7 (di 8), Parigi 1775, planche II.
Le buste diventano letti a baldacchino con una corrispondenza immediata: la base rettangolare è il materasso con il cuscino, il lembo inferiore il lenzuolo, i laterali le tendine, quello superiore il baldacchino. Aprire il portafoglio equivale ad aprire la porta della stanza e spiare chi vi dorme; il gesto tecnico coincide con l’azione narrativa.
Le sagome dei due giovani, ritagliate in abiti da notte, introducono un dettaglio allusivo: il décolleté della ragazza lascia intravedere il seno. Questo particolare inserisce nella scena una sfumatura adulta, in linea con quella malizia sottile che spesso attraversa la tradizione comica a cui il gioco si ispira.
Di ciascun personaggio esistono due esemplari: una coppia resta sotto gli occhi del pubblico mentre l’altra, identica, si nasconde nello stesso letto dentro un portafoglio, senza che il pubblico lo sospetti. Su questa base materiale, Guyot costruisce un copione in cui osservazione indiscreta, gelosia e scoperta si susseguono con ritmo teatrale, mentre sotto i lembi di carta si compie l’inganno:
Ecco una piccola servetta molto graziosa, di cui il padrone si è innamorato; ed ecco un servitore dello stesso padrone, che non lo è di meno. Il padrone, che è un poco geloso, ha gran cura di farli dormire in camere separate e lontane l’una dall’altra. Ecco i loro letti. (Apri entrambi i portafogli.)
La ragazza si mette a letto nel suo giaciglio. (Metti la figurina della donna dentro il letto del portafoglio sul cui rovescio hai segretamente collocato le prime due figure, poi chiudi il tutto.)
Ed ecco il giovane sbarazzino che si mette a letto anche lui per conto suo. (Metti la figurina dell’uomo nel letto dell’altro portafoglio, poi chiudilo. Entrambe le volte, capovolgi il portafoglio prima di appoggiarlo sul tavolo, così sembrerà che tu lo riapra dalla stessa parte.)
Malgrado tutte queste precauzioni, il padrone non dorme tranquillo e così – nel cuore della notte – si alza zitto zitto e, senza lume, si reca alla stanza del servo per controllare che non abbia trovato il modo di raggiungere la ragazza. Apre le cortine del suo letto... (Apri il portafoglio) ...e si accorge che il furfante è scomparso. (Fai notare che la figurina dell’uomo non è più nel letto. Poi chiudi e capovolgi di nuovo il portafoglio.)
Corre dunque verso la camera della ragazza, entra di soppiatto e scopre che il gaglioffo è a letto con lei! (Apri il portafoglio e mostra che le due figurine sono insieme. Poi chiudilo e capovolgilo.)
Deciso a sorprenderli, il padrone torna nella sua stanza per cercare un lume – ma il furfante lo ha visto e si salva precipitosamente, tornando nel suo letto; e quando il padrone riappare, trova la ragazza coricata sola nel suo giaciglio, così come il suo servo. (Apri i due portafogli e mostra che le due figurine sono tornate esattamente nel luogo dove le avevi messe all’inizio.)
In una nota finale, Guyot affronta due aspetti pratici. Da un lato, considera la situazione in cui uno spettatore voglia controllare i portafogli, e suggerisce di avere pronti due esemplari “genuini”, apribili solo da un lato, con una figurina già inserita. Dall’altro, propone una variante ingegnosa: sfruttare le due sezioni rettangolari di un singolo portafoglio, dotandole di due buste per ciascun senso di apertura, permettendo così di ottenere l’effetto con un solo oggetto, senza rinunciare all’efficacia del gioco.
L’autore sottolinea che, una volta compresa la costruzione del portafoglio, si aprono innumerevoli possibilità di impiego: è facile concepire “mille altre piccole burle” realizzabili con i portafogli descritti, ma ritiene superfluo darne dettagli poiché è sufficiente imparare a costruirne uno per adattarlo ad altri scenari narrativi. In questo modo, Guyot lascia a chi legge il compito di inventare, partendo da un principio semplice e applicabile a infinite varianti, mostrando così una visione creativa sorprendentemente moderna.
(continua sull’edizione cartacea)

