Hanno sposato un uomo accusato di soprusi, menzogne sistematiche e maschilità tossica, ma solo una è diventata un racconto globale: Jeff Bezos ha investito 40 milioni di dollari per raccontarla. L’altra è stata dimenticata, marchiata come traditrice e troppo libera.

Moglie del mago Cagliostro – il più celebre ciarlatano del Settecento – Lorenza Feliciani subì violenze e abusi, fece lavoro sessuale per mantenere la coppia e pagò quella scelta con uno stigma che dura ancora oggi.

Non è suo il volto dell’angelo dipinto nella chiesa dov’è stata battezzata nel 1751: ritoccandolo, il restauratore ha preferito fare come Bezos, celebrando chi ha già potere per mantenere nell’ombra chi non ne ha.


È per ribaltare il tavolo che negli ultimi due anni ho scritto la biografia di Lorenza (prossimamente in libreria). A chi oggi chiama San Lorenzo in Lucina “la chiesa dell’angelo della premier” vale la pena ricordare che tra i fantasmi di quel luogo ci sono donne meno celebrate. Nello stesso luogo, nel 1593 fu battezzata anche Artemisia Gentileschi: come Lorenza, la più grande pittrice del Seicento subì un processo in cui, da vittima di violenza, fu messa sul banco degli imputati e dipinta come donna di “cattiva vita” – mentre il suo aggressore cercava di rovesciare su di lei la colpa.

Tornare a Lorenza (e alle Artemisia di ogni epoca) è un gesto politico. Se alcune storie diventano monumenti e altre spariscono è perché servono a imporre una norma. Raccontare quelle rimosse significa rompere quel meccanismo, togliere consenso a un ordine che vive di silenzi e restituire voce a chi è stata cancellata perché non addomesticabile.
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