La Medium
/ Laura Zangarini, la Lettura – Corriere della Sera, 18 ottobre 2026
Dov’è la follia delle donne? Negli occhi di chi le guarda
Una donna nascosta in un armadio, sottratta agli sguardi del pubblico, trasformata in una voce senza corpo. È il trucco con cui, all’inizio dell’Ottocento, l’illusionista Charles Rouy stupisce le platee d’Europa con lo spettacolo della Donna invisibile. Nel 1854 sua figlia Hersilie (1814-1881) diviene protagonista di una sparizione ben più tragica: dichiarata folle dal fratellastro con la complicità di un medico amico, viene rinchiusa in manicomio. Prima Charenton, quindi La Salpêtrière, poi Auxerre e Orléans. Tornerà libera solo nel 1868. La storia di Hersilie è raccontata ne La Medium, nuovo progetto di Marta Cuscunà, autrice e performer di teatro visuale, in prima nazionale per Romaeuropa al Teatro Vascello il 28 e il 29 ottobre.
La Salpêtrière, il grande ospedale manicomio parigino simbolo della nascente neurologia e della moderna psichiatria, diventa luogo di incontro di un altro progetto di Romaeuropa, Can Can, di Giovanni Ortoleva (Mattatoio, il 27 e il 28 ottobre in prima nazionale; poi a Genova, Perugia e in Svizzera, a Lugano): due lavori che, partendo da linguaggi diversi, mettono al centro il corpo femminile come luogo di controllo, rappresentazione e riappropriazione della propria identità. «Hersilie Rouy — spiega Cuscunà — è riuscita a lasciare traccia di sé in Francia perché, grazie alle memorie scritte nei 14 anni di prigionia in manicomio, ha contribuito a modificare la legge francese sull’internamento psichiatrico. Legge che all’epoca permetteva di rinchiudere, col favore di medici, tutti maschi, anche persone sane ma “scomode” per le famiglie o per la società. E che, molto spesso, erano donne fuori dagli schemi. Dispositivi culturali come lo spettacolo di illusionismo in cui una donna viene smaterializzata da un uomo e tenuta in forma eterea dentro una sfera di cristallo, contribuivano a rendere socialmente accettabili strumenti di invisibilizzazione reali come i manicomi, in virtù dei quali altri uomini potevano disfarsi di mogli, figlie o sorelle indesiderate». L’aspetto che a Cuscunà interessa «è proprio questo: quali trucchi, quali rappresentazioni, quali dispositivi culturali usa il patriarcato oggi per rendere accettabile ai nostri occhi la marginalizzazione violenta di determinate categorie di persone?».
«L’intuizione che permetterà a Hersilie di liberarsi — prosegue Cuscunà — è sorprendente: poiché viene presa per pazza quando dice la verità, tanto vale dire pazzie! Sarà proprio inventando storie folli e convincendo tutti, da vera mentalista, della loro veridicità, che riuscirà a mandare in tilt il sistema autoritario che la imprigiona. Oggi il confine tra verità e fake news è sempre più difficile da decifrare. Persino il presidente Trump usa a scopi propagandistici video creati dall’intelligenza artificiale in cui immagini reali della guerra in Iran si mescolano a immagini virtuali di videogame. Quando tutti i parametri del reale saltano per aria e il potere usa trucchi illusionistici per manipolare il nostro giudizio, anche noi possiamo aggrapparci all’illusione per smascherarlo e resistere?». Hersilie Rouy aveva capito che la sua vicenda andava oltre il personale: riguardava le garanzie sulla libertà e la dignità individuali. «Raccontare la sua storia oggi, la sua lotta tenace per la giustizia non solo individuale ma collettiva — dice la performer — può esserci d’ispirazione. Mi fa pensare alla famiglia Regeni, alla ricerca di una verità che perseguono da dieci anni non solo per Giulio, ma per tutte le persone che subiscono i soprusi del potere».
Anche Can Can, progetto nato dall’incontro tra il regista Giovanni Ortoleva e Irene Mantova, performer a cui a 25 anni è stata diagnosticata l’epilessia nel 2023, prende le mosse da una figura realmente esistita, Jane Avril (1868– 1943), stella del Moulin Rouge di Parigi immortalata da Toulouse-Lautrec nelle sue tele. Ricoverata da adolescente alla Salpêtrière per disturbi neurologici, Jane reinventa quel corpo osservato e patologizzato trasformandolo nella cifra della propria danza. Nello spettacolo, Ortoleva ne intreccia la storia con quella della performer, riflettendo sul modo in cui l’epilessia è stata raccontata, osservata e rappresentata, dalla fotografia clinica ottocentesca fino alla contemporaneità. «Con Irene ci siamo conosciuti alla fine del 2023 — ricorda Ortoleva — e mi ha raccontato la sua storia: le crisi notturne durate anni, i pellegrinaggi medici fino alla diagnosi, molto tardiva, di epilessia. Ne sono rimasto profondamente colpito, anche mio padre ha sofferto di epilessia. Jane e Irene sono lontane in molte cose: epoca, condizione sociale, pratica scenica. Le accomuna un male terribile e l’essere state incomprese dai medici. Nonostante quello che hanno vissuto, hanno però deciso di calcare il palcoscenico, di esporsi».
Con Anna Mannella, interprete di molti lavori del regista, ma che in questo progetto (sviluppato in collaborazione con Lice, la Lega italiana contro l’epilessia) cura invece movimento e coreografie, Ortoleva spiega di aver lavorato prima alla replica accurata dei materiali visivi e scientifici studiati insieme, a una interpretazione fedele, testuale, parola per parola; poi alla loro deformazione. «Una deformazione — ragiona — che porta a guardare da un’altra prospettiva i materiali di partenza, una prospettiva che trasforma il nostro sguardo su di essi. È lo sguardo sul male, sull’epilessia, sulla malattia del protagonista. Diversamente dai miei precedenti progetti, questo ha poco testo, e si concentra sul movimento. E sono anch’io sul palco, con Pietro Guarracino, che suona dal vivo».
Le crisi epilettiche hanno sempre suscitato un misto di repulsione, paura ma anche fascinazione e attrazione. «Le “isterico-epilettiche” erano rinchiuse in un istituto, lontane dal mondo — riflette Ortoleva — ma Jean-Martin Charcot, dirigente medico della Salpêtrière, le fotografava, e la società andava a guardarle quando venivano organizzati i loro balli. Allo stesso modo, nel 1908 il neurologo Camillo Negro entra con una cinepresa al Cottolengo, istituto di carità di Torino che accoglie gli “scarti” della società, tra cui “isteriche” e persone con l’epilessia. Ancora terrore e curiosità. Una crisi, che si potrebbe sinteticamente spiegare come un cortocircuito neurale, provoca anche in chi la guarda un cortocircuito della visione, della comprensione. Il nostro sguardo non riesce ad assimilarla e si “guasta”: e, come per ogni shock, ne siamo spaventati quanto attratti».
Il progetto di Ortoleva solleva una domanda etica: è possibile fare della sofferenza materia artistica senza trasformarla in spettacolo? «Le crisi — puntualizza il regista — sono per antonomasia momenti in cui il corpo perde il controllo di sé, viene espropriato — tanto che nel medioevo si pensava fossero possessioni diaboliche; e tutta la storia dell’epilessia è stata costruita da chi l’osservava, facendo dei malati, e soprattutto delle malate, oggetti di rappresentazione. Can Can è un modo di riappropriarsi del corpo e delle crisi stesse. Non abbiamo avuto paura, nell’affrontare la sofferenza, di cancellarla (in alcuni momenti); di giocare coi materiali di partenza per guardarli in modo radicalmente diverso. Non ci interessa fare spettacolo del dolore, ma trasformarlo in qualcos’altro. Anche questo è parte della riappropriazione: non dover trattare la tragedia sempre e solo come tale».
Fonte Intervista pubblicata su la Lettura, supplemento culturale del Corriere della Sera, n. 42 (#777), domenica 18 ottobre 2026, pp. 46-47, nella sezione «Maschere – Teatro» (ritaglio dell’articolo).
