Torino magica. Ripensare il mistero, reinventare la città

Il 1978 a Torino si apre in un clima di tensione estrema: le Brigate Rosse hanno appena assassinato il vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno e negli stabilimenti Fiat la situazione è esplosiva. Alla fine del 1977 Mirafiori è bloccata da uno sciopero clamoroso contro i sabati obbligatori, con migliaia di operai ai cancelli a presidiare gli ingressi. È l’apice di un confronto durissimo che, giorno dopo giorno, oppone manodopera e dirigenza e lascia la città immersa in un conflitto permanente.

In questo scenario si inserisce Stampa Sera – edizione pomeridiana de La Stampa, quotidiano all’epoca parte dell’impero editoriale della famiglia Agnelli – che sceglie di deviare lo sguardo dal fronte sociale e costruire per Torino un “altrove narrativo” popolato di presenze e suggestioni magiche, utile a disperdere le tensioni del presente. Quella scelta si concretizzerà in una serie di ventitré articoli – pubblicati dal 13 febbraio al 17 maggio 1978 – destinata a fissare nell’immaginario pubblico l’espressione «Torino città magica», un marchio ancora riconoscibilissimo a quasi mezzo secolo di distanza.

Senza volerlo, quella narrazione diversiva si sovrappone al sequestro Moro: la serie prende avvio poche settimane prima del rapimento e si chiude all’indomani dell’assassinio, ricalcando una dinamica già tematizzata da Wu Ming nel romanzo UFO 78 (Einaudi 2022), dove la gestione mediatica dei dischi volanti viene accostata alla strategia con cui il sistema dell’informazione, intercettando e incanalando desideri e anche pulsioni utopiche circolanti nella società, assorbe e devia l’attenzione pubblica durante i momenti di crisi.

Quell’iniziativa editoriale arriva alle soglie di ciò che verrà poi definito «riflusso»: il progressivo spostamento verso un orizzonte privato e disimpegnato e la parallela attenuazione (interessata) della eco mediatica per il conflitto sociale.

Tra le collaboratrici del giornale che si occupano di occulto c’è Laura Bergagna: sei anni prima aveva definito Torino «città di maghi e streghe» (La Stampa, 17.2.1972), ma in quei giorni cura già una rubrica fissa dedicata alla parapsicologia e servono energie nuove. Nei primi mesi del 1977 Stampa Sera aveva sperimentato un breve viaggio in quattro puntate attraverso la “Torino magica”, affidandone la scrittura a Piero Femore; ma, poiché il reboot si presenta più ambizioso, si decide di affiancargli una collaboratrice. Il direttore Ennio Caretto si rivolge così a Giuditta Dembech, che sulle onde libere di Radio Torino Alternativa conduce con Luigi Brandajs L’altra scienza, un programma dedicato al paranormale. Nei battibecchi pro e contro la magia – che anticipano quelli tra Mulder e Scully in X-Files – Dembech interpreta la parte della credente.

La giornalista ha già pubblicato un saggio sul Musinè, la montagna “magica” della zona, e si incarica di firmare oltre metà degli articoli della nuova serie, portando avanti l’operazione in piena sintonia con le esigenze della testata (a proposito della redazione, lamenterà senza mezzi termini: «Si respirava aria FIAT»). Al termine del lavoro raccoglierà e amplierà quei materiali nel volume Torino città magica (Edizioni l’Ariete, 1978), garantendo lunga vita ad articoli destinati altrimenti a scomparire. Il libro è tuttora ristampato (insieme al secondo volume, uscito nel 1995) e continua a consolidare il canone esoterico ufficiale della città.

In continuità con le prove generali dell’anno precedente, Piero Femore cura la cornice introduttiva e il reportage più delicato, quello su Gustavo Rol. Completano la rosa degli autori Nevio Boni e Gian Piero Bona.

I due strumenti teorici più utili per affrontare criticamente l’operazione sono La Q di Qomplotto di Wu Ming 1 (Alegre, 2021) e Postcolonial Astrology di Alice Sparkly Kat (North Atlantic Books, 2021).

I due saggi offrono lenti preziose per leggere le trame simboliche che attraversano la cultura magico-esoterica: da un lato, l’analisi del mito tecnicizzato – concetto che Wu Ming 1 riprende da Furio Jesi – mostra come narrazioni costruite a tavolino si travestano da tradizioni antiche e verità rivelate per legittimare l’ordine esistente e disinnescare il conflitto; dall’altro, Sparkly Kat evidenzia che ogni discorso sulla magia è sempre situato, mai neutrale, e proprio per questo permette di riconoscere le spinte manipolative con cui l’esoterismo viene spesso usato per far sembrare naturali certe norme sociali.

Applicate al 1978 torinese, queste prospettive rivelano che il racconto della «città magica» proposto su Stampa Sera non allarga gli orizzonti ma li restringe: invece di aprire possibilità, orienta l’immaginazione verso un passato mitizzato che fa apparire “naturali” equilibri di potere costruiti nel tempo. Il risultato è un velo di profondità illusoria che difende l’ordine esistente: la città diventa un serbatoio di simboli e segreti accessibili soltanto a chi appartiene già ai gruppi dominanti, mentre ogni sguardo alternativo – per posizione sociale, provenienza o identità di genere – viene escluso o reso invisibile.

Guardare al passato della città attraverso queste lenti permette di riconoscere gli stessi incantesimi oggi all’opera e di immaginare pratiche critiche in grado di scalfire le narrazioni con cui il potere continua a costruire l’immaginario urbano. Solo così il magico può tornare a essere un campo di possibilità, e non una gabbia simbolica.

I 23 articoli

L’inganno e la svolta relazionale

Smascherare il progetto ideologico dietro l’operazione “Torino città magica” consente anche di concepire forme di contrattacco che non fanno appello (soltanto) al rigore della storiografia e al debunking scientifico: alla magia si può rispondere con la magia. Mentre ragionavo su questa prospettiva, l’amica Laura Gorrieri mi ha segnalato un illuminante articolo di Mark Coeckelbergh sull’etica dell’inganno.

In “How to describe and evaluate «deception» phenomena” (Ethics&IT 2018) il filosofo belga invita a superare il dualismo che oppone verità e illusione, come se la prima fosse necessariamente emancipativa e l’altra pura manipolazione. Molte pratiche tecnologiche, artistiche e persino quotidiane (quante bugie si devono raccontare per organizzare una festa a sorpresa?) producono effetti reali a partire da forme di finzione. A partire da questo impianto teorico, propongo di spostare l’attenzione non sull’eliminazione dell’illusione, ma sulla trasparenza del suo uso e sulla responsabilità che lega chi la mette in scena e chi la vive. L’etica non sta nel pretendere una comunicazione “pura”, ma nel costruire condizioni di mutua responsabilità dentro un gioco dichiarato, in cui entrambe le parti riconoscono la propria partecipazione alla messa in scena.

Secondo Coeckelbergh, il rifiuto del dualismo verità/illusione apre una prospettiva che chiama “svolta relazionale”; in quel nuovo contesto, la linea che separa la manipolazione tossica da una pratica liberatoria non dipende dalla presenza o assenza dell’illusione, ma dalla qualità della relazione che si forma attorno a essa. Le illusioni diventano oppressive quando si presentano come naturali e inevitabili, nascondendo la loro costruzione e le intenzioni di chi le produce: è l’opacità, più dell’illusione in sé, ad aprire lo spazio dell’abuso.

Il gioco consiste, dunque, nel plasmare con chi legge (o partecipa all’esperienza magica) una relazione onesta e consapevole nell’uso dei materiali mitologici. Come nell’illusionismo, una narrazione che includa ingredienti magici funziona quando chi la propone coinvolge chi la riceve in una complicità dichiarata. Non c’è inganno quando il patto è esplicito: “Concordiamo nell’usare dei simboli, esplorare le loro implicazioni e abbandonare i percorsi lineari per esporci a epifanie inaspettate!” In questo contesto la mitologia diventa un materiale condiviso, non un dispositivo calato dall’alto.

L’operazione di Stampa Sera si colloca all’estremo opposto: utilizza le illusioni senza dichiararle, manipola i materiali simbolici della città senza esplicitare le finalità ideologiche e costruisce un immaginario che – dietro la maschera della verosimiglianza storica – serve a nascondere sotto il tappeto i conflitti sociali e i traumi delle classi subordinate. Da qui la necessità di controincantesimi.

Invece di rispondere alla propaganda del mainstream con una contro-propaganda “razionale” possiamo costruire esperienze magiche che mostrino in piena luce i loro trucchi e, così facendo, rendano visibili le manipolazioni ideologiche che la “Torino magica” reitera da quasi mezzo secolo. Ci vuole una mitologia che non serva a tacitare i conflitti ma a restituire possibilità d’azione a chi viene escluso: una narrazione che non infantilizzi il pubblico ma gli metta in mano strumenti per attraversare l’incanto e trasformarlo in progetti di emancipazione.

Oscurità illuminanti

Il programma ideologico messo in campo da Stampa Sera nel 1978 sopravvive nel turismo esoterico odierno, dove l’occulto continua ad avere una funzione addomesticante: il mercato propone un mistero che non smuove mai davvero ma riduce la magia a uno strumento di innocente evasione. Davanti alle vetrine di un’agenzia che da anni propone tour “misteriosi” della città (Torino Magica® è un loro marchio registrato), sorrido leggendo la réclame del “Torino Noir® Tour” che invita i passanti a esplorare “il lato più oscuro di Torino!” Sorrido perché so che l’oscurità proposta a 32 euro non ha nulla a che fare con le ombre di oggi: non parla delle persone recluse nel CPR di corso Brunelleschi né delle soffitte fatiscenti in cui vivono stipate le persone senza i documenti, non delle famiglie Rom che resistono a miseria e sgomberi né delle cucine dove cuoche e camerieri sottopagati contribuiscono – senza alcun beneficio – al mito di una città raffinata e “accogliente”. L’agenzia propone un buio innocuo, parlando di “un filo rosso sangue che racconta di un tempo lontano” fatto di pestilenze, untori, delitti e processi raccontati sullo sfondo dei più eleganti palazzi del centro.

Richiamo quel tour perché considero l’oscurità una lente preziosa attraverso cui illuminare le città. Ne dà un esempio abbagliante Valerio Mattioli, che nel suo Remoria. La città invertita (Minimum Fax, 2020) fa del linguaggio dell’esoterismo il principale strumento narrativo per raccontare Roma dalla prospettiva dei margini. Il punto di partenza è il “sacro GRA”, il Grande Raccordo Anulare che nel tempo ha assunto il ruolo di soglia tra centro e periferie. Nella narrazione della “città invertita” il GRA diventa un omphalos: un cerchio mistico che investe di un ruolo magico le borgate, costruendo una cosmologia urbana in cui le periferie non sono più scarto ma centro energetico, luogo di metamorfosi, agnizioni e poteri sotterranei che ribaltano la narrazione dominante.

Spostando lo sguardo sui Pirenei, ho adottato una postura analoga per raccontare la cittadina di Lourdes dalla prospettiva di una visionaria reietta: ne La veggente indecorosa di Lourdes (Eris 2022) non metto sotto esame la verità del miracolo ma la natura delle relazioni plasmate dall’impianto reazionario del suo racconto. A Torino manca ancora un lavoro capace di saldare il discorso sull’occulto all’oscurità del presente, facendo emergere una voce poetica che sappia stare dalla parte di chi vive ai margini.

Sul potere politico dell’oscurità, intesa come lente che permette di interrogare ciò che il discorso dominante rimuove, ha scritto Maria J. Pérez Cuervo nel numero 3 di Hellebore (31.10.2020, p. 8), dedicato al maleficio. Il suo editoriale è un vero e proprio manifesto:

Nessuna forma di controllo sociale è mai riuscita a impedire alle persone di raccogliere erbe, preparare pozioni e usare la propria volontà per maledire o lanciare incantesimi. Maledire è sempre stato un gesto alla portata di chiunque – ed è proprio per questo che ha sempre fatto paura alle classi dominanti. Ciò che rende affascinanti le storie di maleficio è la loro potenza sovversiva: ci ricordano che ognuno di noi possiede la capacità di incutere timore a chi ci sfrutta, di incrinare l’ordine imposto, di rovesciare – anche solo per un istante – la direzione del potere.

Nell’articolo “The Museum of Shadows” Pérez Cuervo rilegge le leggende sulla maledizione di Tutankhamon e sulle mummie maledette del British Museum come il ritorno, in forma spettrale e narrativa, della violenza coloniale che ha strappato quei corpi e quei reperti dal loro contesto originario. Poiché il Museo Egizio di Torino nasce nello stesso orizzonte storico di acquisizioni forzate, non sorprende che anche attorno ai suoi reperti si siano sedimentati racconti di fenomeni insoliti: la cosiddetta “sindrome del museo” colpisce da anni le scolaresche in visita (“I Faraoni colpiscono ancora al museo”, La Stampa, 1.5.2001; “All’Egizio si ripete il mistero dei Faraoni. Svenute tre bambine”, La Stampa, 17.1.2002) e persino il personale operativo della Digos (“Agenti bloccati in ascensore, è la maledizione del faraone”, La Stampa, 22.4.1989).

Nel febbraio 2018 Giorgia Meloni attaccò il Museo Egizio accusandolo di “razzismo al contrario” per un’iniziativa che facilitava l’accesso a chi parla arabo. La polemica mostrò quanto sia radicata, a Torino, la resistenza a qualsiasi gesto che, provando a interrogare il passato coloniale, apra il museo anche a chi normalmente non ha spazio nelle narrazioni ufficiali: ogni impegno in quella direzione viene vissuto come una minaccia all’identità nazionale. In questo contesto si può senz’altro fare debunking della “maledizione del faraone” attribuendola a un “banale effetto nocebo” – ma quale dose di ignavia rivelerebbe l’uso dell’aggettivo “banale” per parlare del meccanismo messo in luce da Maria J. Pérez Cuervo? Liquidare quel malessere in nome della Ragione significa pretendere di risolvere un guasto al motore prendendo a martellate la spia che lo segnala sul cruscotto.

Quattro piste per una magia critica

Anche i codici dell’esoterismo popolare offrono spazi narrativi dove immaginare contronarrazioni. Come la Fontana Angelica, la più antica Fontana dei Dodici Mesi si presta a diverse letture allegoriche: i quattro fiumi torinesi (Po, Dora, Sangone, Stura) appaiono come gruppi statuari e dodici figure femminili rappresentano i mesi dell’anno. Eretta nel Parco del Valentino per l’Esposizione Generale del 1898, presenta un dettaglio sorprendente: il Po è raffigurato da un uomo a torso nudo, seduto su una piccola imbarcazione con un tridente, i putti ai piedi e un volto barbuto che ricorda Karl Marx. Il progettista Carlo Ceppi potrebbe aver scelto quelle fattezze per criticare l’impennata degli affitti durante le Esposizioni, che costringeva gli studenti a lasciare Torino ai turisti – una dinamica che pochi anni dopo ritroverà anche il giovane Antonio Gramsci, alle prese con una città che, ieri come oggi, favorisce studentati ricchi e respinge chi non può permetterseli.

Quali altre rappresentazioni dai richiami occulti, presentate nei musei del centro e nei contributi visivi di una street art non istituzionalizzata, attendono di essere risignificate come allegorie vive, capaci di restituire voce a chi la città ha storicamente escluso e di suggerire nuovi modi di abitare il presente?

L’altro luogo dove cercare suggestioni è l’eredità di racconti e cronache del passato. Torino è ricca di storie in cui la magia agisce dal basso, capovolgendo le dinamiche di potere e mettendo in discussione le esclusioni di classe: alcune appartengono alla letteratura, altre alla vita reale. Margherita Solaro, La Sibilla del re dell’omonimo romanzo di Luigi Gramegna (Giani, 1925), millanta doti profetiche per manipolare re Carlo VIII. Nel racconto, la rivalsa italiana contro l’invasore francese del tardo Quattrocento prende il volto di una donna torinese che, grazie alla manipolazione mentale e alla retorica della veggenza, ribalta i rapporti di forza con uno degli uomini più potenti d’Europa. Forse il romanziere ha in mente Carlotta Cerrino, l’umile cuoca torinese che racconto in Incantagioni. Storie di veggenti sibille sonnambule e altre fantasmagoriche liberazioni (Nero, 2022); figura realmente vissuta, negli Anni Trenta dell’Ottocento convinse re Carlo Alberto di poter evocare i morti: i suoi “trucchi paranormali” anticiparono di un secolo quelli di Gustavo Rol – ma quando, insieme all’inganno, emersero le sue origini di classe… beh, Torino le riservò un destino ben più crudele. Considerata pericolosa per la sua capacità di orientare le decisioni del sovrano, venne reclusa a vita.

Quante storie altrettanto epiche giacciono ancora nascoste tra le pieghe della storia, negli archivi – fisici e digitali – delle biblioteche e tra i libri sdruciti dei mercatini? Quali altre figure possiamo rimettere al centro per incrinare una narrazione che continua a celebrare soltanto il potere e il prestigio di uomini bianchi, borghesi, abili e benestanti?

Per sottrarsi al dualismo verità/illusione è utile riportare alla luce vicende in cui la linea tra “buoni” e “cattivi” si fa incerta. Nel 1856 Torino ne offrì una memorabile: il duello pubblico tra Francesco Guidi, magnetizzatore convinto della genuinità dei propri poteri, e Antonio Zanardelli, illusionista sostenuto dalla scienza ufficiale. A eseguire le dimostrazioni furono le giovani Luisa ed Elisa. Alla prova degli spilloni – che consisteva nel trafiggere le braccia delle assistenti – Guidi ipnotizzò Luisa e lei sopportò le punture mostrando poco fastidio. Zanardelli, convinto che l’ipnosi non avesse effetti anestetizzanti, si rifiutò di pungere la figlia e scelse invece un ragazzino di strada. Il piccolo Battista, descritto dalle cronache come un essere degradato e bestiale per le sue origini popolari, venne trafitto senza alcuna preparazione e trattato come un corpo sacrificabile di fronte a una giuria di notabili borghesi, abituati a considerare il distacco come prova di rigore professionale. Quei trentadue uomini, tenuti a mantenere uno sguardo freddo e oggettivo, lo fecero fino in fondo, negandosi qualsiasi empatia per il ragazzo. Nell’elegante appartamento di piazza Vittorio non fu la magia a mostrarsi crudele ma la scienza che pretendeva di smascherarla. Il magnetismo cercò almeno di attenuare il dolore mentre il razionalismo colpì il più vulnerabile senza esitazioni.

Quanto dello stesso classismo riaffiora nel diverso trattamento che la cultura mediatica ha riservato a Gustavo Rol, figura di riferimento della Torino bene, e a Salvatore Gulisano, immigrato da Palermo e noto come “mago Gabriel”, ridotto a bersaglio di scherno televisivo per le sue pratiche magiche nel quartiere periferico delle Vallette?

Quando scrivono sulle pendici del Musinè “TAV = mafie”, gli attivisti del movimento No TAV stanno riattivando in chiave politica l’immaginario valsusino di mappe stellari incise nella roccia da parte di civiltà extraterrestri preistoriche: lanciato da Peter Kolosimo e reso innocuo da Giuditta Dembech, quello spazio espressivo carico di suggestioni torna a parlare di un conflitto tra modelli di sviluppo incompatibili. Il gesto impiega l’arma dello stupore (provate voi a “scrivere” con teli bianchi lettere alte svariati metri sul versante di un monte!) per denunciare un simbolo della speculazione e dell’esproprio e reclamare l’autodeterminazione del territorio e la difesa dei beni comuni.

Quando insieme a Wu Ming (imbeccati dagli amici del Cisu) abbiamo collegato alle operazioni di gruppi neofascisti gli incontri ravvicinati del terzo tipo documentati sul Musinè, l’obiettivo politico era preciso: dare corpo e responsabilità a ciò che, nelle versioni originali, veniva attribuito a forze cosmiche, provenienti da un “altrove” generico e tutto sommato inoffensivo. Anche se il supporto documentario era forte, non ci interessava la cornice del debunking. Per questo motivo, quel racconto ha preso strade inusuali: nella mia Guida ufologica al monte Musinè (2015 poi Le lettere scarlatte, 2025) è parte di una narrazione che oscilla tra il reportage storico, la suggestione psicogeografica e il manuale sull’arte di stupire; in UFO 78 (spoiler alert!) è una delle dorsali narrative di un romanzo che contesta l’escapismo quale unica prospettiva per il fantastico, mostrando con quale potenza il suo linguaggio possa mettere in relazione il piano cosmico e quello dannatamente concreto della realtà.

Wu Ming 1 ha fatto ricorso al linguaggio della magia nera in un altro libro dedicato alla Valsusa: Un viaggio che non promettiamo breve (Einaudi, 2016) evoca l’immaginario perturbante di H.P. Lovecraft per raccontare lo scempio ambientale ed economico che il progetto TAV sta infliggendo alla Valsusa.

In quante diverse forme di scrittura letteraria si nascondono gli incantesimi capaci di evocare i fantasmi che attraversano i nostri territori, restituendo loro voce e consentendoci di ascoltarli – invece di relegarli nell’altrove rassicurante di un mistero pacificato?

Affilare la magia

Bertrand Russell scriveva che

The world is full of magical things patiently waiting for our wits to grow sharper.

Una traduzione fedele è: “Il mondo è pieno di cose magiche che attendono che il nostro sguardo si affini”, ma la prima volta che lessi quella frase ero convinto che “to grow sharper” si riferisse alle “magical things”. Nella mia testa il filosofo voleva dire che “il mondo è pieno di cose magiche che, per diventare più taglienti, aspettano pazientemente il nostro ingegno”. Mi sbagliavo, ma più ci pensavo, più quello slittamento involontario mi sembrava fertile: come un invito a non limitarci a scovare la magia (né, peggio ancora, a smontarla) ma a spremerci le meningi per renderla più appuntita, a farne un attrezzo capace non solo di leggere i conflitti del presente ma di affondare nelle loro crepe e rompere gli schemi che perpetuano gli stessi soprusi.

Da qui le domande seguono da sole: in che modo possiamo usare il nostro ingegno per trasformare la magia in uno strumento di lotta, portando ben al di là di Torino la sua capacità di leggere e cambiare i rapporti di forza attraverso pratiche capaci di plasmare relazioni orizzontali e aprire spazi di immaginazione condivisa? Quali strumenti ci offre questa prospettiva per misurarci, con la stessa audacia giocosa che anima i nostri controincantesimi, con le dinamiche che oggi minacciano il futuro – dal ritorno del bellicismo ai nuovi fascismi, dalle diseguaglianze crescenti alla crisi climatica – e costruire narrazioni capaci di aprire spiragli di trasformazione?

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