Mariano Tomatis

Storia di sant’Abaco e famiglia

Hanno attraversato il Mediterraneo, forse su un barcone di fortuna. Sono in quattro e hanno la pelle scura: papà, mamma e due figli. Arrivano dal Medio Oriente e cercano asilo a Roma. Per farsi ben volere, si mettono a fare un lavoro che nessuno nel nostro paese farebbe. Badare agli anziani? Peggio. Raccogliere pomodori sotto i colpi di uno scudiscio? Peggio ancora. Sulla via Salaria recuperano i cadaveri e si occupano della loro sepoltura. L’odore acre dei corpi in putrefazione sotto il sole possiamo solo immaginarlo. Ma 260 sepolture non sono ancora abbastanza per garantire loro un posto tra di noi. La polizia li arresta. Dov’è il permesso di soggiorno? Chi li ha autorizzati a seppellire i morti? Dopo un processo sommario, i tre uomini vengono torturati e decapitati, la donna affogata in un pozzo.

Quando eravamo noi a tagliare le teste: “…Mario, Audiface e Abaco vengono decapitati. Marta a sua volta viene uccisa in un pozzo.” Tratto da Laurentius Surius, De probatis sanctorum historiis, Vol. 1, Gerwin Calenius & Johann Erben Quentel, 1576, p. 1013 (vedi).

Felicita, una signora del posto, recupera i loro corpi e li seppellisce presso un suo terreno lungo la via Boccea. Poi riduce in minuscoli frammenti i loro vestiti, ottiene piccole reliquie e le regala ai passanti, raccontando l’infame epopea dei quattro extracomunitari: Mario, Marta e i loro figli Audiface e Abaco. Siamo nel 270 dopo Cristo.

A partire da uno di quei frammenti d’abito, a Caselette sorgerà una chiesetta.

Chiesa di sant’Abaco, Caselette (TO) in una cartolina d’epoca.

Sarà don Giovanni Bosco (1815-1888) a raccontarne la storia nel suo libro Una famiglia di martiri (1861):

a montagna di Caselette, detta nelle antiche carte Mons Asinarius o Monte Asinaro, Musinaro o Musinè, è quella prima sommità che a poca distanza da Torino, alzandosi dalla pianura della Dora Riparia, viene a formare il primo gradino di quell’alta giogaja, che sulla sponda sinistra della Dora mano a mano si eleva, e va sopra Susa a terminare alle roccie gigantesche che dominano il passaggio del Monte Cenisio. Su questa montagna esiste a mezzo colle una antichissima cappella, che dal più giovane dei nostri Santi Martiri di Sant’Abaco si appella. […] La fondazione di questa Cappella è molto antica. Le memorie che si sono potute rinvenire ne parlano sempre come di fondazione immemorabile. […] Avvi una tradizione popolare, che fa salire questa fondazione al finire del secolo X; quando cioè San Giovanni di Ravenna lasciava quella sua sede Arcivescovile e veniva a ritirarsi nella valle di Susa. […] Spinto dal desiderio di vedere in particolar modo venerato l’Arcangelo San Michele, […] ebbe a conoscere essere volontà di Dio che la chiesa a San Michele dovesse erigersi non sul dorso del monte Caprasio, ma sibbene sulla cima del monte Pirchiriano che gli sta di fronte dall’altro lato della Dora. […] Fu ivi innalzata la superba mole detta Sacra di San Michele. Dice adunque la tradizione che un compagno di San Giovanni non l’abbia seguito al monte Pirchiriano, ma […] si ritirò più verso le pianura del Piemonte sino al monte Asinaro, ove trovò un sito adattato per fabbricare una Cappella dedicata ai santi martiri Mario, Marta, Audiface ed Abaco. Egli si portò ivi ad abitare, mosso dal desiderio di vita solitaria e da speciale divozione, che sentivasi pei nostri santi. […] Pare che vi si possedesse solamente qualche reliquia di Sant’Abaco, come vi è ancora attualmente, che perciò fu chiamata la Cappella di Sant’Abaco, sebbene vi si venerino egualmente ed i suoi Genitori, ed il suo Fratello martiri. (1) 

Approfondimenti

Note

1. Don Bosco, Una famiglia di martiri, Tipografia Paravia, Torino 1861, pp. 59-63.

Tutto il materiale di questo sito è distribuito con Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0