Dialogo.

DIALOGO.

Viva Parigi, mio caro, viva Parigi! quale ingegnosa varietà nei piaceri! quale diversità di feste, di spettacoli! quale moltitudine d’invenzioni utili, di scoperte interessanti! quanti uomini di genio; e quindi quante grandi reputazioni! Oh che soggiorno incantevole! in verità, tutti i miei momenti non bastano per percorrere e vedere, anche solo di sfuggita, tutto ciò che suscita l’ammirazione degli stranieri e lo stupore perfino dei parigini. Ogni giorno vede sbocciare un nuovo fenomeno, ogni giorno offre alla curiosità più avida un nuovo alimento! e poi i balli, i licei, i concerti, i ciarlatani, le mode del giorno, gli aneddoti della città.... Viva Parigi! viva Parigi! che felice quindicina vi ho appena trascorso! Oh, questa volta posso tornarmene nella mia piccola città; mi si potrà interrogare in tutta sicurezza, ne ho da raccontare per sei mesi; ho visto tutto, ho sentito tutto, ho ammirato insomma tutto ciò che la capitale offre di più curioso, di più raro e di più straordinario.

— Buon Dio, mia bella signora, che esagerazione, che entusiasmo per le curiosità di Parigi; eh! che cosa vi avete dunque visto di così bello, di così ammirevole?

— Che domanda! che cosa ho visto! non contate dunque per nulla le Veillées de la Cité, Brunet nel Pourceaugnac, la Fantasmagoria di Robert-son, Garat al Concerto Feydeau, i Cavalli di Franconi nelle pantomime della Cité, il Panorama, il Café des Aveugles, il Ballo di Garchi, i Sordomuti alla Seduta del Lycée des Arts, il Ventriloquo al Palais-Egalité, Gavaudan nel Délire, la Donna invisibile che mi ha soffiato nella mano, Mlle. Contat al Théâtre-Français, i Balli brillanti di Despréaux e dell’hôtel de Mercy, l’Asino che parla, i Cavalli che danzano, e, ciò che è meglio, gli eleganti negozi di mode di Leroi e di Mde. Deville, le sublimi scoperte in rosso, in bianco, in blu e in tutti i colori dell’ingegnosa Mde. Dumas. E poi mi domandate che cosa ho visto di così bello, di così ammirevole! in verità, mio caro, voi farneticate.

— E questo è tutto ciò che avete visto in una settimana?

— E che cosa potete desiderare di più?

— Oh, oh, io sono stato più fortunato di voi in un’ora, e quell’ora non ve la cederei per tutta la vostra settimana.

— Oh Dio, che ora fortunata! che cosa avete dunque visto, a vostra volta, di così bello, di così ammirevole?

— Voi avete visto uomini, asini, donne, cavalli cantare, danzare e fare, lo ammetto, sorprendenti prodezze; ma tutti questi esseri animati hanno mezzi naturali; per tutte queste specie di miracoli che ci rapiscono, essi hanno un’intelligenza, un istinto, una lingua, perfino delle braccia per compierli! Ah, ve lo domando, tutte queste meraviglie valgono un solo gesto dell’Automa?

— Dell’Automa!.... un Automa che agisce!

— Sì, l’ho visto, l’ho ammirato, e sono... sono... sono rimasto interdetto.... Un Automa che gioca agli scacchi e alla dama con una perfezione!... è incomprensibile! è incredibile! ho giocato con lui, mi ha battuto; ho fatto una mossa sbagliata, me ne ha avvertito con un segno, ha rimesso il mio pezzo al suo posto; ho barato, il signore si è arrabbiato, ha rovesciato gli scacchi con collera, e ha prodotto sul mio spirito stupito e rapito un’illusione così forte che la sua collera mi ha spaventato per un istante; si dimentica, in verità, di giocare con un Automa, soprattutto quando, dando scacco al re, è lui stesso a indicarvi la mossa con un cenno del capo, che ripete due volte quando vi dà scacco matto. Nessuna combinazione del giocatore più abile lo mette in imbarazzo, ed egli pone nel suo gioco una destrezza, un’applicazione apparente, un’esattezza insomma che fa gridare, per così dire, al miracolo tutti coloro che lo vedono agire così senza essere guidato da nessuno. Ricorda l’automa del celebre Kempel; ma il giovane Morosi, che ha rinnovato e perfezionato questo prodigio dell’arte, non conosce affatto, si dice, il principio dell’automa di Kempel. La sua opera è un fenomeno che oltrepassa la mia immaginazione, e non posso pensare alla difficoltà del gioco degli scacchi, alle migliaia di combinazioni di cui è suscettibile una sola partita, senza chiedermi ancora se ho visto bene; se all’interno... all’interno, ingranaggi all’infinito; ho esaminato tutto, ho visto tutto, ho studiato tutto, credo, e ancora non capisco. Un Automa che gioca agli scacchi e alla dama! Che cosa non si dovrà credere dopo questo?

— Il vostro entusiasmo m’elettrizza; mi lascia molti rimpianti. Sono del vostro parere: ciò che avete visto in un’ora supera tutti i miei godimenti di una settimana; voglio vedere l’Automa, non partirò senza averlo visto, ve lo giuro.

— Vi accompagnerò; voglio vederlo ancora, e ogni giorno spero di fare la mia partita con quel bel signore che si è così fortemente arrabbiato con me; la sua collera per fortuna non è rumorosa; non serba rancore. Voglio riconciliarmi con lui, e vincergli, se è possibile, una sola partita.

Nota. Si vede quest’Automa in rue des Poulies, grande piazza del Louvre, di fronte al colonnato, n°. 211, al secondo piano, tutti i giorni, eccetto il tridì e il settidì, dall’una e mezza alle quattro, e dalle sei alle nove. Il prezzo del biglietto d’ingresso è di un franco e 80 centesimi a persona.

  Fonte Journal des débats et des décrets, 2 marzo 1800, pp. 3-4. Traduzione italiana dal francese. (testo originale, scheda in Biblioteca, download)

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