Mariano Tomatis

F come Feticci esclusivi

Il sesto articolo ruota attorno al presunto passaggio di Nostradamus a Torino e alla misteriosa lapide che ne sarebbe la prova. Giuditta Dembech racconta di averla vista nella casa di una famiglia che la custodisce da generazioni, trasformando l’incontro con l’oggetto in una sorta di rito d’accesso: varcare la soglia, toccare il marmo, seguire le incisioni con le dita. Il punto focale non è ciò che la lapide dice ma il fatto stesso di poterla vedere.

La cronista ripete due volte che il luogo in cui si trova il reperto «deve restare segreto», ma non offre alcuna ragione concreta di quel riserbo. La segretezza non protegge il reperto ma lo trasforma in un piccolo privilegio domestico che distingue chi può accedervi dal resto della città, relegato al ruolo di spettatore escluso. Così raccontata, la lapide diventa un vero e proprio feticcio, il cui valore non nasce dalla potenziale rilevanza storica ma dalla sua sottrazione allo sguardo pubblico.

Invece di mettere in discussione questa dinamica, la cronista vi aderisce senza esitazioni e non contempla nemmeno l’ipotesi che la lapide possa essere un falso: ammetterlo significherebbe incrinare il prestigio che quell’oggetto garantisce a chi lo possiede e a chi lo può vedere. Così, dopo il «giro magico» del Graal, Giuditta Dembech ribadisce una visione dell’esoterismo torinese come filtro “esclusivo”, un meccanismo che decide chi può accedere al mistero e chi deve restare fuori.

L’articolo originale

Giuditta Dembeck, “Nostradamus”, episodio 6, Stampa Sera, 21 febbraio 1978. (Fonte: archive.org, )

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