Mariano Tomatis

I come Iside svelata

Il nono articolo costruisce una «Torino egizia» attraverso leggende sulla fondazione della città da parte di principi provenienti dal Nilo, sull’arrivo del culto del toro Api e su un destino misterioso che avrebbe «guidato» a Torino statue, papiri e gioielli faraonici. Ogni oggetto custodito nel Museo Egizio diventa segno di un conflitto cosmico tra divinità benevole e potenze oscure: reperti e mummie sono presentati come talismani attivi, capaci di irradiare energie benefiche o malefiche.

La straordinaria collezione torinese non è mai ricondotta al suo retroterra ottocentesco, all’espansione europea in Egitto o ai meccanismi di acquisizione che hanno permesso ai Savoia di comprare i pezzi raccolti da Bernardino Drovetti: tutto viene interpretato come se provenisse da una sorta di “vocazione mistica” della città, e la narrazione dissolve il saccheggio coloniale nel racconto di un destino ineluttabile: ciò che è stato sottratto diventa ciò che “doveva” trovarsi a Torino.

Giuditta Dembech porta all’estremo la tendenza della serie a sostituire la storia con il mito: le lotte fra Seth e Horus diventano la metafora che copre da un lato i conflitti materiali fra potenze europee e territori colonizzati, dall’altro gli scontri sociali che attraversavano Torino negli anni Settanta, soprattutto quelli tra la manodopera Fiat e la sua dirigenza. L’immaginario magico riferito all’Egitto serve ad assolvere sia lo sfruttamento coloniale che ha portato i reperti a Torino, sia lo sfruttamento industriale che strutturava la vita quotidiana della città.

Questa postura ideologica non appartiene affatto al passato. Le polemiche che negli ultimi anni hanno accompagnato ogni tentativo del Museo Egizio di discutere criticamente il proprio lascito coloniale mostrano quanto sia ancora radicata la tentazione di leggere la collezione come un dono misterioso e non come l’eredità di un’epoca di espansione e dominio europeo. L’articolo non è quindi una stravaganza d’epoca: è il sintomo duraturo di una sensibilità che preferisce le benedizioni di Iside alla storia materiale, e che continua a trasformare un patrimonio sottratto in un feticcio identitario.

L’articolo originale

Giuditta Dembech & Piero Femore, “Il Po sa di Nilo”, episodio 9, Stampa Sera, 1° marzo 1978. (Fonte: archive.org, )

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