Torino magica
/ Mariano Tomatis
K come Kabbalah
L’undicesimo articolo introduce l’idea che il destino della città sia inscritto nelle sue stesse lettere. Renucio Boscolo, esperto di crittografia esoterica, scompone “Augustae Taurinorum” per ricavarne parole che rivelerebbero la vera natura di Torino. È una variante pop della cabala della Temurah: giocare con le parole per svelare i sensi nascosti di un luogo.
Ogni anagramma viene letto come la conferma di una vocazione: “storia”, “regno”, “autorità”, “timone” dimostrano che la città sarebbe sempre stata destinata al comando. Il metodo non dimostra nulla ma allude in modo potente al fatto che Torino occupa un posto speciale nell’ordine del mondo.
Per la prima volta, in filigrana, compare anche la città industriale: dagli anagrammi affiorano “moto”, “motori”, “rumori”, perfino le “arnie” dove vivono turnisti e pendolari. È un’apparizione fugace, priva di qualsiasi riflessione sulle condizioni materiali della classe operaia: la fatica quotidiana è ridotta a un indizio linguistico, un tratto che conferma la vocazione produttiva della città, non un problema sociale.
In un articolo che magnifica l’importanza delle parole, il diavolo si nasconde nei dettagli: Giuditta Dembech scrive che “se la città è magica, lo sono di diritto anche i cittadini”. Il sillogismo sembra allargare il cerchio, ma in realtà lo restringe; non parla di chi vive a Torino: parla di “cittadinanza”, una categoria giuridica che – ieri come oggi – esclude persone migranti, richiedenti asilo e rese invisibili da norme che negano diritti fondamentali. Quella che appare come una celebrazione giocosa del linguaggio diventa così una cabala identitaria che riproduce, in forma esoterica, le stesse barriere che plasmano le città escludenti del presente.
L’articolo originale
Giuditta Dembeck, “Augustae”, episodio 11, Stampa Sera, 8 marzo 1978. (Fonte: archive.org, )
