Mariano Tomatis

N come Negromanzie bibliografiche

Il quattordicesimo articolo trasforma la Biblioteca Reale di Torino in un set da “lusso spirituale”, per usare l’espressione di Furio Jesi: uno spazio dove il prestigio materiale – legno lucido, caveau sorvegliati, codici miniati – diventa garanzia automatica di profondità esoterica. L’accumulo di nomi illustri e testi disparati produce un effetto di vertigine più che di comprensione: Leonardo, un manoscritto tibetano dalla provenienza opaca, Alberto Magno, la tradizione araba della negromanzia, Ermete Trismegisto, Nostradamus… tutto viene affastellato per certificare la magia di Torino.

È una logica da collage ideologico: l’autorevolezza non nasce dalle prove ma dalla vertigine della lista. La Biblioteca Reale appare così come un luna park dell’occulto, un luogo in cui ogni oggetto – purché antico e abbastanza decorativo – viene offerto allo sguardo come reliquia misteriosa, slegata dal suo contesto e pronta a funzionare da specchietto per le allodole. La Storia non illumina: viene impiegata come atmosfera, come repertorio di suggestioni per chi cerca conferme alla Torino magica.

Il risultato è un racconto che non spiega nulla ma allude continuamente a una rivelazione imminente. La magia di Torino, qui, non è un fenomeno da indagare: è un marchio costruito attraverso l’esibizione del patrimonio, un’illusione di profondità ottenuta sostituendo l’analisi con l’abbondanza. È esattamente il canovaccio che verrà messo a reddito nei futuri tour esoterici della città: percorsi prestabiliti fatti di reliquie, nomi illustri e suggestioni scollegate, pronti per essere convertiti in narrazione turistica interrogando molto raramente l’impianto ideologico che ha generato il mito della città magica.

L’articolo originale

Giuditta Dembech, “Tibet e sortilegi”, episodio 14, Stampa Sera, 15 marzo 1978. (Fonte: archive.org, )

Tutto il materiale di questo sito è distribuito con Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0