Mariano Tomatis

S come Stele ufologica

Il diciannovesimo articolo è dedicato al monte Musinè. Per raccontare il rilievo che sorge all’imbocco della Valsusa, Giuditta Dembech costruisce un mosaico di suggestioni eterogenee: le leggende dei valligiani, gli avvistamenti di luci azzurre e globi di fuoco, le interferenze radio, i graffiti neolitici letti come testimonianze di UFO preistorici, fino alla comparsa più recente di una stele metallica collocata nei pressi della vetta. Tutto concorre a trasformare il luogo in un condensato di fenomeni inspiegabili, dove ogni dettaglio diventa indizio di presenze invisibili o passaggi interdimensionali.

Il testo procede per accumulo: alla voce di chi abita nei dintorni si aggiunge quella dei contattisti, poi dei tecnici e degli escursionisti; nessuna testimonianza viene verificata perché l’obiettivo non è chiarire ma espandere il campo del possibile. La lapide, con la sua iscrizione sincretica che coinvolge figure religiose, entità astrali e “punti elettrodinamici”, è la perfetta chiave di volta: un oggetto senza autore e senza spiegazioni che legittima l’intero impianto narrativo conferendo al monte una vibrazione sacrale.

A svelare il vuoto retorico che sostiene l’articolo ci pensa l’esperto delle “grotte alchemiche”: interrogato sul senso dell’iscrizione, Bardato Bardati risponde che è un messaggio “importantissimo” ma “riservato agli iniziati”, poi tace. In un contesto che dovrebbe informare, l’alchimista si ritira nel silenzio. Invece di essere trattato per quello che è (un venir meno al dovere minimo di chi accetta di farsi citare come esperto), quel silenzio viene ammantato di rispetto e presentato come profondità indicibile. Ne deriva un capovolgimento perfetto: la massima autorevolezza va a chi non dice nulla.

La stessa dinamica orienta l’intero articolo: il Musinè deve risultare misterioso per definizione. Perfino quando l’autrice ammette che «forse in questa montagna un mistero esiste, ma quale sia non ci è dato saperlo», l’ostentata ignoranza non si staglia come un limite del racconto ma diventa una prova dell’esistenza di un enigma. È un lapsus rivelatore: nella serie sulla “Torino magica” il mistero non ha bisogno di essere analizzato perché è postulato come condizione necessaria della narrazione.

L’articolo originale

Giuditta Dembech, “Si danno convegno Ufo e misteri attorno alla vetta del mite Musiné”, episodio 19, Stampa Sera, 13 aprile 1978. (Fonte: archive.org, )

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