Torino magica
/ Mariano Tomatis
T come Tibet
Il ventesimo articolo è dedicato a un monastero tibetano che sorge a Forno di Coazze, in provincia di Torino. Per inserirsi nel filone magico, la narrazione ricorre a un repertorio di pratiche eccezionali come la levitazione, la telepatia, la chiaroveggenza e le proiezioni astrali. Su questo sfondo, la storia del Tibet viene riletta in chiave anticomunista: i monaci, spiega Giuditta Dembech, avrebbero “previsto” l’invasione cinese e predisposto in anticipo la fuga dei loro insegnamenti all’estero. La cronista identifica gli invasori con i “comunisti” per creare una contrapposizione netta: da una parte un’orda materialista e distruttiva, dall’altra una tradizione spirituale nobile ed elevata, che troverebbe nella provincia torinese un rifugio al riparo dalla “furia rossa”.
Il monastero piemontese, però, è retto da un pittore ed esoterista locale: nonostante il nome esotico, Om Bosser è torinese e viene presentato come figura dotata di “poteri al limite del magico”. L’operazione culturale messa in atto incarna pienamente la strategia narrativa dell’orientalismo mistico: il Tibet non è trattato come luogo reale, ma come uno spazio immaginario decontestualizzato, pronto per essere trapiantato in Occidente e consumato da chi cerca una spiritualità alternativa. Alice Sparkly Kat descrive con precisione questa pratica tipicamente occidentale: ingoiare una cultura “altra”, ripulirla dei suoi conflitti e trasformarla in un sistema simbolico funzionale a codificare i propri disagi.
Il risultato è la creazione di un Tibet a uso e consumo della borghesia torinese: un rifugio in un ambiente di montagna semplice e rustico, al sicuro dalla minaccia comunista e dall’incubo del “nuovo Medioevo” che l’Italia sta attraversando, animato dall’illusione di una saggezza esotica senza conflitti.
L’articolo originale
Giuditta Dembech, “Misteri del Dharma”, episodio 20, Stampa Sera, 21 aprile 1978. (Fonte: archive.org, )
