Mariano Tomatis

U come Ultrasensibilità

Il ventunesimo articolo torna nuovamente sulle guarigioni fuori dai percorsi istituzionali, ma questa volta spostando lo sguardo sulle classi popolari. Dopo la casalinga Germana Grosso è il turno di Gianna Caminiti, un’immigrata calabrese dotata di una sensibilità eccezionale: la donna percepisce il male “ancora prima di imporre le mani”, entra in trance per trasferire un calore curativo, avverte il gonfiarsi delle mani quando l’energia “si ribella”.

L’articolo costruisce intorno a lei una narrazione incentrata sull’ultrasensibilità: una capacità innata, che scaturisce dal corpo più che da un allenamento e che le viene riconosciuta – secondo Nevio Boni – persino da alcuni neurologi. Con atteggiamento paternalista, il marito operaio è descritto con “l’abito buono indosso”.

È un dettaglio rivelatore: Stampa Sera non si permetterebbe mai di usare un’espressione simile per Gustavo Rol o per l’avvocato Agnelli, né per alcuno degli uomini di prestigio che frequentano le pagine del giornale. L’immagine dell’“abito buono” è un marchio di classe travestito da tenerezza, che ricorda a chi legge – e con un po’ di crudeltà, all’uomo stesso – la distanza sociale che separa questi esponenti del popolo da quelli che appartengono al “giro magico” delle élite. Nella prospettiva ideologica del progetto “Torino città magica”, un articolo che colloca il prodigio dentro una cornice di modestia e rispettabilità popolare è un’occasione irresistibile per riaffermare tra le righe l’abisso che separa il centro dalle periferie.

L’articolo originale

Nevio Boni, “Nelle mani il mistero che guarisce”, episodio 21, Stampa Sera, 24 aprile 1978. (Fonte: archive.org, )

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