Mariano Tomatis

Z come Zora la vampira

Il ventitreesimo articolo sembra scritto sotto l’influenza dell’immaginario estetico di Zora la Vampira: figure femminili velate, ritualità erotica, atmosfere occulte e moralismo travestito da trasgressione. È l’estetica tipica degli anni Settanta, in cui la donna “magica” appare potente e minacciosa ma resta vincolata a uno sguardo maschile che ne controlla la rappresentazione. Dedicando il reportage a un fantomatico “Tempio di Venere”, Giuditta Dembech ripropone questo repertorio intervistando un gruppo di adepte che pratica magia sessuale sotto stretta segretezza: incappucciate, voltate di spalle, illuminate dalle candele, parlano solo alla presenza di un “grande iniziato” che funge da garante. Rivendicano disciplina e un uso mentale dell’energia sessuale, negando qualsiasi legame con il femminismo e respingendo indignate l’idea di riti “saffici”. Tra i “problemi” che sono in grado di risolvere con la magia ci sono l’impotenza e la frigidità, ma anche le “tendenze omosessuali” che considerano deviazioni da correggere.

L’articolo chiude la serie concentrando, in un colpo di coda finale, alcune delle posture più stigmatizzanti dell’intero ciclo: lo fa cedendo la parola a un gruppo che si presenta come iniziatico ma replica puntualmente gli stereotipi dell’epoca. La scena inaugurale è già un indizio decisivo: l’incontro avviene in casa di un uomo di potere, segno che anche quando il tema è l’autonomia magica femminile, la cornice resta maschile.

L’ostilità verso il femminismo è dichiarata senza esitazioni, e proprio dentro questa logica subordinata emerge l’attacco alle identità sessuali minoritarie. Il Tempio di Venere distingue tra corpi allineati e corpi dissonanti, riproducendo quella funzione disciplinante che Alice Sparkly Kat individua nei linguaggi spirituali usati per normalizzare l’identità: parole ed energie presentate come verità cosmiche che trasformano norme sociali in “armonie naturali”, forzando le soggettività a rientrare nei ruoli attesi. Gay e lesbiche diventano bersagli distinti e complementari: gli uni perché “contaminati” dal femminile, le altre perché sottratte al gioco della seduzione maschile. L’omosessualità viene così patologizzata senza che il giornale prenda alcuna distanza critica.

Il risultato non è un racconto di magia ma una testimonianza di ostilità sistemica: contro ciò che sfida le gerarchie, verso l’autonomia femminile e le identità che non si allineano alla norma eterosessuale. È un finale rivelatore, che mostra senza più veli ciò che la serie, in altri capitoli, aveva solo sfiorato: l’occulto come strumento di restaurazione simbolica dell’ordine, non come apertura al possibile. Una chiusura (tristemente) perfetta per una serie che ha usato il “mistero” come fortino difensivo dello status quo.

L’articolo originale

Giuditta Dembech, “Nel tempio di Venere”, episodio 23, Stampa Sera, 17 maggio 1978. (Fonte: archive.org, )

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