Trascrizione della lectio magistralis che ho presentato la sera del 27 aprile 2016 in occasione del conferimento del Premio Ex-Allievo dell’Anno 2016 da parte dell’Associazione Ex Allievi del Liceo Marie Curie di Grugliasco e Collegno (vedi qui l’annuncio).

Ringraziando l’Associazione Ex-Allievi del Liceo Marie Curie per questo riconoscimento non posso non partire dal paradosso di fondo: un istituto intitolato alla Scienza premia un ex studente che si è distinto nel campo della Magia. Mentre sarebbe normale se questa fosse la scuola di Harry Potter, in un complesso che porta il nome di Marie Curie il paradosso va spiegato.

Da vent’anni io vivo e lavoro nella Terra di Mezzo. Ma non sto parlando di Tolkien; il luogo immaginario di cui parlo si trova al confine tra due regioni in guerra da sempre: quella della Scienza e quella della Magia. La regione della Scienza è popolata da abitanti rigorosi, metodici e razionali. Se questo computer funziona lo dobbiamo a loro. Se la notifica di Whatsapp arriva un microsecondo dopo che l’amico ha premuto “invia” è grazie al lavoro svolto in quella regione. L’area confinante è più sregolata e anarchica. È la regione della Magia e del Paranormale. È la tana del Bianconiglio, dove verità e bugia sono difficili da districare, c’è sempre il sospetto dell’inganno e le cose non sono mai quelle che sembrano.

Da quando mi sono diplomato qui, esattamente vent’anni fa, ho attraversato più volte quel conflittuale confine, andando a caccia di tesori nascosti, scrutando il cielo per cercare gli UFO e studiando le tecniche per leggere nel pensiero. Vivo questa serata come un ritorno a casa, tra vecchi amici; la classica situazione informale, in cui qualcuno si alza e chiede: «Allora? Che hai fatto negli ultimi vent’anni?» Per rispondere a questa domanda ho portato con me alcuni souvenir dalla Terra di Mezzo. [...] Prima di iniziare devo fare due premesse fondamentali. Primo: corteggiare allo stesso momento la Scienza e la Magia è – prima di ogni altra cosa – assolutamente spassoso. Secondo: il divertimento dipende da quante cose sai. Più cose sai, più ti diverti. Devo quindi annoverare questo Liceo tra i responsabili di quel divertimento, visto che tra i suoi obiettivi c’è quello di (cito il sito ufficiale)

sviluppare le competenze necessarie per individuare le interazioni tra le diverse forme del sapere, assicurando la padronanza dei linguaggi, delle tecniche e delle relative metodologie.

Il mio debito intellettuale con ciascuna delle prof che ho avuto in questo edificio è enorme, non solo per avermi fornito utili competenze professionali ma soprattutto per il divertimento che mi hanno assicurato.

Il primo souvenir che vi porto dura 30 secondi. È un cortometraggio che ho realizzato nell’aprile 2013: un tutorial per creare cioccolato dal nulla.

In tre anni ha totalizzato 2 milioni e mezzo di visualizzazioni. Quando le persone coinvolte sono così tante, si possono fare interessanti considerazioni statistiche. Le migliaia di commenti ricevuti si suddividono grosso modo in tre categorie.

La prima è composta da chi si lascia stupire e si ferma lì. La reazione classica è la frase “Ma come cavolo…?!”

La seconda categoria è composta dagli imperturbabili, che non si lasciano fregare per alcuna ragione. Loro ci tengono a spiegare che hanno capito il trucco e che funziona così e cosà.

La terza categoria è la mia preferita. È composta da chi vive nella Terra di Mezzo, e commenta scrivendo: «Ho provato… funziona!» Costoro hanno colto l’essenza più profonda del video, e prendono il meglio delle due posizioni di cui sopra. Alla prima visione si concedono lo stupore ingenuo, e possono godere della sorpresa. Poi la razionalità prende il sopravvento e riguardano il video alla moviola, facendo i fermo-immagine e cercando di scoprire il trucco. Quando lo trovano, vivono un secondo momento di piacere, un godimento più intellettuale legato alla sfera razionale. Alla fine, avendo capito che questo gioco offre un piacere duplice – alla pancia e alla testa – contribuiscono a diffonderlo, lasciando un commento ironico totalmente allineato allo spirito del gioco.

E così come una barzelletta spiegata non fa più ridere, lascerò a voi l’eventuale analisi del suo funzionamento perché non voglio sottrarvi quella scarica di piacere che nasce quando si arriva da soli alla soluzione.

A me, che ho studiato filosofia qui al Curie, questo provoca un dejà-vu: questa è la dialettica di Hegel, che si sviluppa in tesi, antitesi e sintesi. Da una parte c’è l’ingenuo che si lascia incantare dalla magia e resta imbambolato. Dall’altra c’è lo scettico, l’antitesi, che nega e smonta tutto razionalmente. E poi c’è il gaudente, che fa la sintesi tra le due posizioni e si gode il piacere della sorpresa e il piacere dell’analisi. Tra l’incanto e il disincanto, lui sceglie un incanto disincantato. Ovviamente è quello che si diverte di più. Quello che non avevo capito, vent’anni fa, è quanto Hegel fosse collegato al viver bene e godersi la vita.

Chi l’aveva sicuramente capito è Albert Einstein, che non solo si faceva scattare fotografie come questa:

ma che nel 1912, sul quaderno degli appunti sulla Relatività ragionava sullo stesso problema. Applicarlo al cioccolato è stata una mia idea, ma in questo schema c’è già tutto il ragionamento geometrico:

In alto c’è una barretta quadrata composta da 64 quadretti. Sotto gli stessi pezzi sono disposti in maniera diversa, ma questa volta la barretta rettangolare presenta 65 quadretti, uno in più. Il mio gioco si basa sullo stesso trucco.

Ho iniziato da questo video perché racchiude i tre ingredienti fondamentali con cui da anni sperimento nel mio laboratorio da alchimista: l’Inganno, lo Stupore e il Mistero. Il titolo del video è un inganno: si presenta come un tutorial, una lezione per imparare a fare qualcosa. Ma quello che accade è impossibile, e quindi… bam! Si sprigiona lo Stupore. La mente non è in grado di trovare un chiaro filo logico, e si trova a meditare su un Mistero. Lo stesso che circonda quel pacco. Cosa conterrà? Mistero.

Di solito associamo l’inganno a qualcosa di negativo. Ma può un’illusione avere effetti positivi?

La domanda mi ricorda questo frammento tratto dal Piccolo Principe:

Quando ero piccolo abitavo in una casa antica, e la leggenda raccontava che c’era un tesoro nascosto. Naturalmente nessuno ha mai potuto scoprirlo, né forse l’ha mai cercato. Eppure incantava tutta la casa.

C’è una stretta parentela tra illusione e incanto: anche se il tesoro non c’è, la casa ne assorbe il fascino. Oggi si usa il termine storytelling e i pubblicitari sono bravissimi a usare le parole per rendere incantevole un telefonino o una marca di scarpe. Come ci ricorda il Piccolo Principe, le storie producono effetti indipendentemente dal fatto che siano vere o false – e questo ha un fascino ambivalente. Perché se le parole hanno questo potere, alcune possono liberarci e altre soggiogarci. Se da sempre i maghi sanno che le parole plasmano la realtà, non dobbiamo dimenticare che esistono sia la magia bianca sia la magia nera.

Vent’anni fa ho fatto il mio primo esperimento in questa direzione.

Il pilone di Caraver a Torre Canavese (TO).

A Torre Canavese, in provincia di Torino, c’è un affresco scrostato che rappresenta il Santo Graal, il calice di Cristo che Indiana Jones cerca nel terzo film della saga. Un giorno mi invento una storia. Come in una puntata di Kazzenger, ipotizzo che quel dipinto sia un indizio: la reliquia è nascosta da qualche parte in paese. Rovistando a fondo tra i libri della Biblioteca Neruda di Grugliasco, ricostruisco il viaggio del Graal dalla Gerusalemme delle Crociate al Piemonte dei giorni nostri. Tutti i fatti che collego sono singolarmente veri: trovo un Conte di Monferrato che fu signore di Gerusalemme; documento i suoi collegamenti con chi governava il Canavese durante il Medioevo e mi imbatto addirittura in un Vescovo che lascia Ivrea per rifugiarsi a Torre. Un viaggio molto sospetto, scrivo: perché nascondersi in un minuscolo villaggio, se non per mettere in salvo il Santo Graal?

Il Santo Graal a Torre Canavese esce nell’aprile 1996, ma nonostante il tono scherzoso, qualcuno lo prende sul serio: purtroppo (o per fortuna) è il parroco del paese. Presto il villaggio si riempie di aspiranti Indiana Jones, la faccenda finisce sui giornali e nel 1998 Alleanza Cattolica organizza nel castello del paese un congresso dedicato al Santo Graal. Il mio libretto produce esattamente l’effetto previsto dal Piccolo Principe: racconta una bugia che rende in qualche modo “meraviglioso” il luogo. Il libro è una parodia dei libri di storia su cui mi tocca studiare qui al Liceo, ma per il suo successo sono profondamente debitore con la mia insegnante di storia.

Fruttero e Lucentini lo spiegano in un articolo che si intitola “La parodia dell’obbligo” e propone di inserire a scuola un’ora di parodia. I due scrivono che

per parodiare un autore bisogna […] conoscerlo bene, averlo capito […] a fondo. Qui sta […] la grande utilità didattica della parodia, che misura meglio di qualsiasi esame il grado di familiarità che l’alunno ha con un dato testo, e […] al tempo stesso sdrammatizza quel testo, lo porta a un livello meno ostico, remoto, minaccioso, noioso, lo rende affettuosamente frequentabile anche per il futuro. (1) 

Confermo ogni parola: io ho odiato la storia fino a quando non ho iniziato a usarla come strumento per mettere a punto uno scherzo; tolto l’obbligo di studiarla, ho iniziato a divertirmi da morire, ed è stato il desiderio di rendere la mia burla inestricabile a costringermi a studiarla sempre meglio. La morale è che più studi, meglio ti vengono gli scherzi.

La burla ha avuto effetti duraturi, se si pensa che La voce del Canavese ci è tornata su nel 2008, scrivendo che ancora oggi

più d’un novello Indiana Jones viene sorpreso a scavare, con tanto di pala e piccone, negli angoli remoti del comune.

C’è un altro luogo che i turisti hanno reso un colabrodo, al punto che nel 1965 il sindaco è stato costretto a vietare gli scavi: si tratta del villaggio francese di Rennes-le-Château. Anche qui, a rendere incantevole il luogo è la leggenda che vi sia nascosto un tesoro.

Rennes-le-Château (9 agosto 2003).

Lo raggiungo nel 2003 e qui scopro la storia di Bérenger Saunière, un sacerdote che durante i lavori di scavo nella parrocchia locale trova qualcosa e diventa ricchissimo. Nel 1956 un albergatore del posto inizia a favoleggiare sul tesoro dei Templari, trova pergamene cifrate, allude a simbologie esoteriche, geometrie sacre e dipinti in codice. Negli anni Ottanta un documentario della BBC ipotizza che il prete abbia trovato i documenti di nozze tra Gesù e la Maddalena e sia diventato ricco ricattando il Vaticano. Pur nascendo da una leggenda, un tesoro salta davvero fuori: ammonta a 250 milioni di dollari e se lo intasca in diritti d’autore Dan Brown, che nel 2003 usa la vicenda di Rennes-le-Château come dorsale narrativa per Il codice Da Vinci. Da sessant’anni, migliaia di cercatori raggiungono il posto per cercare il tesoro di Saunière, usando metal detector, pendolini, il magnetismo animale o auscultando le vibrazioni cosmiche.

Negli anni successivi torno più volte a visitare il paese sui Pirenei, totalmente conquistato dall’enigma storico. Non parlo una parola di francese e questo è gravissimo. Faccio di tutto per impararlo, facendo leva sullo stimolo didattico più potente che ci sia: la curiosità. Voglio sapere cosa dicono quei documenti, quelle lettere, quelle note sulle mappe. Poi metto insieme un gruppo di studio – perché da soli non si va da nessuna parte – e nel 2006 fondo una rivista di approfondimento. In due anni pubblichiamo 1300 pagine di dossier sul mistero di Bérenger Saunière, oggi liberamente scaricabili dal mio sito. Nel 2008 metto il frutto del nostro lavoro sulla scrivania del sindaco di Rennes-le-Château. Vedendo il nostro modo di operare, mi incarica di rinnovare il museo del paese, ospitato nei locali dove visse il parroco dei misteri. La responsabile del turismo me lo spiega così:

Perché gli altri cercano con il piccone. Voi cercate con il cervello.

Con un compito del genere sulle spalle, trascorro la stagione invernale più febbrile della mia vita, realizzando trenta pannelli informativi e curando la riproduzione di una miriade di documenti sulla vicenda. Nel febbraio 2009 il nuovo museo di Rennes-le-Château è a Torino sulla mia scrivania. Non ci resta a lungo. Il 27 febbraio lo carico in macchina e vado a montarlo.

Rennes-le-Château (28 febbraio 2009).

Il 1 marzo apre ufficialmente e oggi è ancora lì per chiunque di voi vorrà andare a visitarlo a Rennes-le-Château. Naturalmente l’ultimo pannello è intitolato al Piccolo Principe e riporta l’idea da cui sono partito: basta il pensiero di un tesoro per incantare un luogo.

La sfida che ci offre la contemporaneità sta nel mantenere quello stato di incanto pur sapendo che il tesoro fisico non esiste.

Il lavoro mi merita l’anno successivo il premio Bérenger Saunière, per la prima e unica volta tributato a un autore non francofono. Peccato non aver registrato il mio discorso di ringraziamento, espresso in un francese assolutamente improbabile. Qui al Liceo, infatti, ho studiato inglese, una lingua che a Rennes-le-Château mi torna comunque utilissima. Perché se tutti i documenti originali sono in francese, dal documentario della BBC in avanti gli autori più strambi che ne hanno scritto sono inglesi.

Conoscete tutti l’usanza di infilare spilli su una mappa appesa al muro per tenere traccia dei luoghi che si è visitato. Henry Lincoln ha infilzato la cartina di Rennes-le-Château con migliaia e migliaia di spilli, sperando di individuare un ordine nascosto, uno schema che lo aiuti a trovare il tesoro. Ovviamente, con tanti punti a disposizione, individuare delle forme diventa un gioco da ragazzi.

Collegando tra loro cinque punti della mappa, Lincoln evidenzia “a perfect pentacle of mountains”, un pentacolo di montagne perfetto. Chi conosce l’inglese ha una marcia in più per godersi le discussioni tra cercatori di tesori, le cui teorie bislacche non portano mai a nulla.

David Wood deforma la stella, aggiunge delle curve e trova che le montagne formano la vagina della dea egizia Nut. Chi sa l’inglese, muore dal ridere perché coglie l’ironia involontaria della situazione; nut vuol anche dire “pazzoide”, e quindi la didascalia sulla mappa è più vera di quanto l’autore pensi, perché letteralmente è la “vagina del pazzoide”. [...]

L’idea di fondo non è neppure del tutto assurda. Alcuni siti megalitici sono stati costruiti per rispettare gli allineamenti astronomici e anche le moderne chiese hanno spesso la navata centrale lungo l’asse est/ovest. Quindi esistono serissimi archeologi che lavorano con riga e compasso sulle mappe geografiche. Anche gli studiosi di dischi volanti condividono la stessa passione per la geometria applicata alle cartine. Secondo la teoria dell’ortotenia, se gli UFO viaggiano in linea retta è ovvio che gli avvistamenti dei dischi volanti si disporranno lungo traiettorie privilegiate.

Nel 2005 mi appassiono al tema, inizia la mia personale stagione X-Files e mi faccio scattare foto cretine come questa.

Dieci anni dopo aver studiato la geometria cartesiana e la trigonometria sui banchi del Liceo, ringrazio di aver seguito quelle lezioni perché per la prima volta – fuori dall’ambito scolastico – mi trovo a calcolare bisettrici, misurare angoli di incidenza e valutare la significatività statistica. Ma questa volta i punti hanno preso corpo, e se a scuola si parlava del punto di coordinate “meno tre, cinque” e della “retta parallela a quella data”, oggi quel punto è il luogo dove il testimone ha incontrato un alieno e la retta è il percorso compiuto da una strana luce verde.

Questo è il lavoro che ho presentato nel 2007 a un congresso di ufologia organizzato dal Centro Italiano Studi Ufologici:

Scarica da qui il mio poster sull’ortotenia.

Nell’occasione mettevo in luce che, dal punto di vista statistico, l’ortotenia non è sostenuta da prove solide.

In realtà ci sono prove di un mio flirt con l’ufologia almeno dal 1994. Questo reperto archeologico datato 21 dicembre 1994 segnala la mia conferenza sugli UFO proposta durante un’Assemblea d’Istituto:

Prudentemente, la preside dell’epoca l’aveva autorizzata usando un titolo un po’ più serioso: “Dibattito sulle civiltà extraterresti.”

Nel 2005, a tornarmi utili sono le lezioni di disegno tecnico. Quando ero al Liceo, mai avrei potuto immaginarne i risvolti pratici, ma in quell’anno mi unisco alla squadra di Francesco Grassi e ricomincio a giocare con il compasso. Su un foglio di carta, questa figura ha un diametro di una decina di centimetri:

La mattina dopo, su un campo di grano nel cuneese, la stessa figura ha un diametro di trenta metri.

Lo realizziamo in quattro ore circa, la notte tra il 2 e il 3 luglio 2005.

Dieci anni dopo siamo migliorati parecchio. La notte tra il 21 e il 22 giugno 2015 il crop circle vicino a corso Francia, a Collegno, ci porta via otto ore. Il disegno è di nuovo di Francesco Grassi, ma questa volta contiene anche un complicato messaggio in codice e ha un diametro di oltre 100 metri:

Quella notte c’è un altro ex allievo in squadra: Ennio Legrottaglie, già Mister Curie 1995. Ecco: discutere di trigonometria alle due del mattino tra i moscerini su un campo dell’hinterland torinese è una delle tante esperienze insolite che mi sono capitate dopo aver lasciato il Liceo.

L’idea di applicare la matematica ad ambiti tanto bizzarri si rivela vincente e nel 2009 Piergiorgio Odifreddi mi invita a tenere una lectio magistralis al Festival della Matematica di Roma. A metà tra la lezione e lo spettacolo, il mio intervento si intitola “Da Godel a Dylan Dog. La matematica del paranormale” (Riascoltala qui.) Per chi non c’era, ecco una delle esperienze interattive andate in scena il 19 marzo 2009.

State per farvi leggere il pensiero da una nota rockstar canadese, Bryan Adams. Il video musicale di “On a Day Like Today” coinvolge lo spettatore in un numero telepatico:

– Un giornale titola “Pensa a un numero tra 2 e 9 ma non dirlo a voce alta”
- Poi la telecamera si alza e riprende una scritta sull’asfalto: “Moltiplicalo per nove”
- Su una bottiglia di birra si legge: “Hai ottenuto un numero di due cifre. Sommale tra loro.”
- Sottrai cinque al numero che hai ottenuto.
- Sulla testa tatuata di un tizio si legge: “Trova la lettera corrispondente a quel numero.” Sullo sfondo, intanto, passano dei taxi con delle scritte che dicono: 1=A, 2=B, 3=C. Quindi prendi la lettera corrispondente al numero che hai in mente.
- Pensa a una nazione che inizi con quella lettera.
- E infine, pensa a un animale che inizi con la lettera successiva nell’alfabeto. A questo punto, una domanda sorge spontanea…
Ma che ci fa un elefante in Danimarca?!

Il pensiero si materializza sullo stesso video musicale, che si chiude appunto con un elefante.

Un’esperienza del genere ha un ricco contenuto didattico. Proviamo a ricostruire cosa avviene nella nostra mente durante il gioco.

All’inizio pensiamo a un numero, e quando un matematico non sa quale sia, lo esprime con una lettera: n

Poi lo moltiplichiamo per 9, e ancora non sappiamo quale sia il numero. Sappiamo però che è 9 volte più grande di n, quindi possiamo scriverlo come 9n.

Una delle cose belle dei multipli di 9 è che la somma delle loro cifre fa sempre 9. Quindi non importa il numero da cui siete partiti e il risultato cui siate arrivati: sommando le sue cifre, si ottiene sempre e comunque 9. A questo punto, tutta la sala ha in mente il 9. Basta far togliere 5… trasformare il numero 4 nella lettera D… e prendere la lettera successiva: il gioco è fatto!

La lectio magistralis di Roma diventa un libro: La magia dei numeri. Come scoprire con la matematica tutti i segreti del paranormale, edito da Kowalski.

Documentandomi per il libro, trovo giochi come quello di Bryan Adams nel lontano passato. Questo manoscritto, stilato intorno all’anno Mille, è scritto in latino:

De Arithmeticis Propositionibus (sec. X).

e spiega come “de numero quolibet quem animo conceperit explorare”, ovvero come indovinare qualsiasi numero sia stato pensato. Benedico a distanza di tempo la mia prof di latino e scopro che è un gioco pazzesco, basato sui numeri binari. E mi viene da ridere al pensiero che nei cosiddetti “secoli bui” del Medioevo ci fossero burloni come me che usavano la matematica per stupire e si preoccupavano di tramandarne i trucchi.

L’anno successivo è il turno di Numeri assassini, un libro sull’uso della matematica per risolvere i crimini. Il Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino mi incarica di tenere una lezione sull’argomento che intitolo “L’informatica di CSI” (rivedi qui la lezione).

Quel giorno racconto, tra l’altro, di Peter Sutcliff, lo squartatore dello Yorkshire. Sutcliff fu il primo serial killer catturato in seguito a uno studio matematico dei suoi delitti. Stuart Kind segnò su una cartina i luoghi in cui l’assassino aveva colpito e calcolò, per ogni punto della mappa, le probabilità che il killer vi abitasse. La polizia concentrò le ricerche sulle aree più chiare e lo trovò. Per spiegare in un libro divulgativo un metodo così difficile, bisogna conoscerlo a fondo. Il problema è che il software che colora le mappe costa 30 mila dollari. In situazioni come questa, o ti arrendi al mercato e cambi strada, o ti ribelli. Io mi sono ribellato studiando le varie equazioni e sviluppandone io una versione web, solo per poterne sperimentare il funzionamento. Il risultato è questo mio software per il Geographic Profiling basato sulle mappe di Google. Anni dopo un laureando in criminologia l’ha addirittura usato per fare la sua tesi.

Quando si trattava di metterlo alla prova, mi sono accorto che la mia attività omicidiaria è piuttosto carente. Ho quindi ripiegato sulla pizza. Ho preso la mappa di Torino e invece di caricare i luoghi del delitto ho indicato i punti in cui sorgono bar, pizzerie e rivendite di kebab dove solitamente pranzo intorno al mio ufficio. Il presupposto è che la scelta del luogo dove pranzare segue criteri simili a quelli di un serial killer che deve decidere dove colpire: si ha un tempo limitato a disposizione, quindi non ci si può allontanare troppo, e si pesca da un’area facilmente accessibile dal luogo dove poi si rientra per rifugiarsi. Caricati i vari punti, ho chiesto al mio software di indovinare dove si trova il mio ufficio e ho ottenuto questa colorazione:

Se mi aveste cercato nella zona più chiara, mi avreste trovato al volo perché il mio ufficio sorgeva in corrispondenza di quella casetta.

Il mio interesse per il rapporto tra numeri e crimini nasce dalla curiosità individuare una qualche logica nelle menti deviate e a prima vista irrazionali dei criminali. Ma ci sono altre menti che trovo affascinante esplorare: quelle dotate di superpoteri.

Quella di quest’uomo, ad esempio:

Chissà se ve lo ricordate: è il mago Gabriel, il paragnosta delle Vallette di Torino reso famoso dalla Gialappa’s Band quando io frequentavo questo Liceo. Nel febbraio 2002 Gabriel annuncia di essere in grado di spaccare un piatto con la forza del pensiero in diretta televisiva. Rai2 accetta la sfida e Massimo Giletti mi invita a “I fatti vostri” come esperto per verificare che il sensitivo non usi trucchi da illusionista. Quello che succede in quello studio finirà su Blob per settimane e settimane. Il video completo dura mezz’ora, ma io l’ho ridotto a tre minuti. Siete pronti ad assistere a un fenomeno di psicocinesi?

Questo è il souvenir di quel giorno che conservo ancora oggi incorniciato.

Da sinistra: Silvano Fuso, Mariano Tomatis e il mago Gabriel (Roma, 4 marzo 2002).

L’anno successivo pubblico una biografia del più noto sensitivo italiano: Gustavo Rol. È il primo libro ad affrontarne i prodigi in modo critico, mettendo in luce i trucchi che usava per dimostrare i suoi poteri paranormali. Per chi non lo conoscesse, Rol riceveva gli ospiti in un sontuoso appartamento di Torino che affaccia su corso Massimo e dimostrava di saper leggere nel pensiero, prevedere il futuro, materializzare oggetti e chi più ne ha, più ne metta.

Indagando sulle tecniche che usava, scopro che in alcuni casi il trucco è più interessante del fenomeno stesso. Rol, per esempio, era in grado di far apparire un quadro a olio su una tela bianca. Il metodo per farlo, però, non richiede alcun potere sovrannaturale. In letteratura si chiama “Tableau magique” ed Edmé-Gilles Guyot spiega come realizzarlo nel 1769. Si accostano due lastre di vetro lasciando una piccola intercapedine e si sigillano su tre lati con del mastice, lasciando aperta la parte superiore. Nel sottile spazio tra i vetri si versa una sostanza biancastra che a temperatura ambiente è opaca, ma quando viene scaldata diventa trasparente. Poi si mette il doppio vetro truccato davanti a un dipinto. A temperatura ambiente, la superficie opaca nasconde la pittura e mostra solo una tela bianca. Scaldandolo, la sostanza scopre la pittura e sembra che questa appaia dal nulla.

Per capirci, è quello che succede quando arriva in tavola una focaccia bollente da condire con il lardo. A temperatura ambiente il lardo è bianco, ma quando lo appoggiamo alla focaccia, sembra sparire e diventa trasparente. Se volete provare a realizzare una cornice del genere, Guyot offre la ricetta precisa. Bisogna mescolare una parte di cera e dodici parti di strutto. In questo video ho versato la sostanza direttamente sul vetro di una cornice, ottenendo questo effetto (il video è accelerato di 12 volte):

I libri di magia di una volta straripano di trucchi dimenticati, uno più incredibile dell’altro. Per dire, avete mai sentito parlare dei “fuochi fatui”? Sono fiammelle che a volte si vedono di notte nei cimiteri muoversi lentamente. Nel 1584 a Lione Jean Prévost spiega come realizzarle (2) : prendete una tartaruga, fissate sul dorso una candela accesa, abbandonatela in un cimitero e godetevi le urla terrorizzate dei compaesani. Prendete nota per il prossimo Halloween.

Se vi incuriosisce l’idea di compulsare questi vecchi trattati, sappiate che sono tutti liberamente accessibili su Internet: dal 2015 li sto raccogliendo nella Biblioteca Magica del Popolo, una collezione di circa 1700 libri di magia catalogati per autore, titolo, luogo e anno, tematiche. L’idea è quella di un esproprio proletario virtuale, che consiste nel sottrarre questo tesoro dai caveau degli antiquari, che di solito mettono i libri sul mercato a prezzi inaccessibili. Obiettivo del mio progetto è di mettere chiunque in condizione di studiarli e goderseli, indipendentemente dalle possibilità economiche.

Per chi volesse acquisire la capacità di leggere nel pensiero, nel 2008 ho pubblicato La magia della mente per l’editore SugarCo e nel 2013 Te lo leggo nella mente. Impara l’arte del mentalismo.

Che cos’è il mentalismo? Si capisce meglio con un’esperienza pratica.

[Segue una dimostrazione di lettura del pensiero che coinvolge tre carte, due delle quali vengono indovinate.]

Resta una carta da indovinare, ma prima di farlo devo concedermi una breve divagazione. Quando mi ha chiesto di preparare questo incontro, Andrea [Parodi, presidente dell’Associazione Ex Allievi] mi ha pregato di evitare temi troppo caldi perché siamo in campagna elettorale. Probabilmente avrà pensato: invito un mago così sono in una botte di ferro; due conigli e una donna segata in due... Il problema è che, appena gratti un po’ sotto la superficie, ti accorgi che la magia ha a che fare con il potere e quindi è un tema profondamente politico. È un caso che sui palcoscenici magici di tutto il mondo la vittima di lame affilate, spade appuntite e ogni possibile tortura sia sempre una donna? Nel mio documentario “Donne a metà” ricostruisco le origini storiche del numero della donna segata in due, facendo notare che nacque in reazione al movimento delle suffragette. Le donne chiedono il voto? E noi le facciamo diventare oggetti di scena, da segare in due e torturare in ogni modo.

Nell’Ottocento la situazione era completamente ribaltata. I mentalisti dell’epoca si facevano chiamare “magnetizzatori” e non si esibivano mai da soli ma sempre in compagnia di una donna. Era lei che possedeva doti di chiaroveggenza, che dimostrava cadendo in un sonno magnetico ed entrando in uno stato di sonnambulia. Per più di un secolo le sonnambule sono state protagoniste assolute delle scene teatrali. Fino alla conquista del voto.

Poco fa avete visto un mentalista del terzo millennio “leggere” nel pensiero di uno spettatore, ma proviamo a fare un gioco: come si sarebbe svolta la stessa scena a metà Ottocento? Tra il pubblico c’è una persona che mi aiuterà a farlo: si chiama Silvia Agnello, è un’illusionista ed ex allieva di questo istituto.

[Silvia cade in stato di sonnambulia e rivela – per chiaroveggenza – seme e valore della terza carta.]

Silvia Agnello e Mariano Tomatis. Fotografia di Davide Brizio.

Nel 2014 esce quello che considero il mio libro più importante: L’arte di stupire è una guida per portare la magia nel quotidiano, fuori dai teatri. Il libro si apre con la storia vera di un tassista di New York che il 29 luglio 2005 carica in macchina un certo Anthony. Il ragazzo è disperato: la sera prima ha conosciuto una ragazza e oggi ha un appuntamento con lei; purtroppo ha perso il biglietto con il numero di telefono e il nome del ristorante. Anthony si fa portare al locale dove l’ha conosciuta, sperando che a lei venga in mente di raggiungerlo quando non lo vedrà arrivare al ristorante. Più tardi, dall’altra parte della città, lo stesso tassista carica una certa Kate: chiede di essere portata in un ristorante dove ha un appuntamento con un ragazzo conosciuto la sera prima. Il tassista non crede alle proprie orecchie, e dopo qualche domanda si accorge che Kate deve incontrare Anthony. In una città di sei milioni di abitanti, quella è la coincidenza più assurda che abbia mai vissuto. L’uomo inchioda e le dice che, no – non andranno al ristorante: Anthony ha perso il suo recapito e quindi la sta aspettando in un altro locale. Vi leggo solo la fine del capitolo introduttivo:

Kate fece appena in tempo a scendere dal taxi, quando Anthony la abbracciò incredulo. All’interno della vettura, il tassista aveva un sorriso che andava da un orecchio all’altro. Acconsentì a farsi fotografare con i due giovani innamorati, e si allontanò con una storia incredibile da raccontare a parenti e amici. In quella notte di mezza estate, il destino lo aveva trasformato in Cupido, facendo di lui l’eroe di una classica commedia romantica newyorchese. Una sola cosa gli sfuggiva. Il destino c’entrava fino a un certo punto. Dietro le quinte, infatti, era in azione un’intera squadra. Impegnata in un’attività sofisticata chiamata magic experience design.

Che cos’è il magic experience design? È un’attività di progettazione che consiste nel mettere a punto, fuori da un contesto teatrale, esperienze che alla persona coinvolta sembrano magiche. L’esperienza del taxi, infatti, è stata interamente pilotata da un gruppo di artisti newyorchesi che si fanno chiamare Improv Everywhere. Gli Improv hanno invertito la classica dinamica dello scherzo, che di solito mette in ridicolo o in difficoltà la vittima: i loro scherzi mirano a rendere la vittima più felice. Quella che avviene quel giorno è una staffetta.

Anthony si fa caricare nel punto A e si fa portare al bar nel punto B. Qui lo aspetta Charlie, un complice che fa finta di non conoscerlo e sale a bordo, facendosi portare in un terzo punto, dove Kate sta aspettando il taxi. La ragazza fa finta di non conoscere Charlie e racconta al tassista dell’appuntamento. Il tassista inchioda, cambia destinazione, riunisce i due amanti e acconsente a farsi scattare una fotografia con loro. [...] L’aspetto discutibile ma estremamente stimolante è che i loro scherzi non finiscono come le candid camera, in cui la vittima viene informata di aver preso parte a una montatura. Gli Improv spariscono, lasciando il protagonista nell’illusione di aver vissuto qualcosa di davvero magico. Quel tassista, insomma, potrebbe ancora oggi esser convinto di vivere in un universo benevolo, che ogni tanto offre opportunità romantiche come la sua.

Nel libro io e il mio coautore Ferdinando Buscema abbiamo mappato decine di esperienze magiche. Questa, per esempio, l’ha progettata l’argentino Leandro Erlich:

Non si tratta di una foto ritoccata. Se Peter Parker diventa Spiderman grazie al morso di un ragno radioattivo, io devo i miei poteri all’artista argentino. Erlich ha eretto la facciata di un palazzo sul pavimento e ha installato un enorme specchio a 45 gradi, che consente di scattare foto del genere.

Leandro Erlich: Dalston House.

Questa è un’esperienza magica più subdola. In questo gabinetto di Londra c’è uno specchio che riflette tutto, tranne me, come succede con i vampiri:

Gabinetto pubblico a Hyde Park Corner, Londra (17 ottobre 2014).

Di nuovo, non si tratta di una foto ritoccata. La cosa interessante è che non c’è neppure un progettista. La situazione è emersa per caso, perché qui semplicemente lo specchio non c’è: le due fila di lavandini sono perfettamente simmetriche e uno può mettersi in posa e ottenere la prova fotografica di essere diventato un vampiro.

Mountain View, 9 agosto 2014.

Nell’agosto 2014 sono stato invitato a raccontare queste cose in California, nella sede di Google. Davanti a Larry Page, uno dei due fondatori dell’azienda statunitense, ho suggerito quale ruolo potrebbe avere la magia degli illusionisti nel mondo contemporaneo.

Le diapositive proiettate quel giorno sono disponibili online: visto che negli States chiamano l’Europa il “Vecchio Mondo”, prima di proiettarle le ho opportunamente invecchiate.

Da quando abbiamo Google sul telefonino, appena ci viene un dubbio possiamo risolverlo con un clic. Una volta era diverso: quando non sapevi una cosa, semplicemente non la sapevi. Ti spremevi le meningi, ti facevi venire in mente chi potesse saperlo e magari gli facevi una telefonata o gli facevi una visita. Quando trovavi la risposta che cercavi, più era stata lunga e faticosa l’attesa e più forte era la scarica di endorfine: ogni scoperta era un brivido di piacere.

Come ha fatto notare Pete Holmes, grazie a Google il tempo tra l’istante in cui non sai e quello in cui sai è così breve che quel piacere è completamente sparito; la sensazione di “sapere” è indistinguibile da quella di “non sapere”. Intendiamoci, Google è una cosa meravigliosa, ma come ogni altra tecnologia ha degli effetti collaterali: mappando ogni centimetro quadrato della terra e rispondendo a qualunque domanda ci venga in mente, Google ci sta privando del Mistero. Ma poiché io sono convinto che il Mistero sia un ingrediente che rende la vita migliore, il mio lavoro da illusionista consiste nel restituire Mistero e Sorpresa a un mondo che lo sta perdendo. Non sapere qualcosa ci colloca in una condizione di instabilità preziosa: fuori dalla zona di comfort, siamo spinti all’indagine, alla ricerca, allo studio. [...]

Nell’ottobre dello stesso anno la rivista Wired mi ha invitato a parlare al loro Festival annuale a Londra. Anche in quell’occasione ho proposto una riflessione sul ruolo dello stupore nel migliorarci la vita.

Il talk è visibile qui online e inizia così:

Mi chiamo Mariano, sono un mago italiano e sulla scia di un’antica tradizione, sono alla ricerca dell’Elisir di Lunga Vita. Durante quella che è una vera e propria “ricerca alchemica” ho fatto una serie di scoperte che voglio condividere con voi. Usando un computer, nel 2004 il neuroscienziato Peter Tse eseguì un interessante esperimento. Dopo aver fatto lampeggiare sullo schermo un pallino per alcuni secondi, lo studioso chiese ai partecipanti di valutare quanto tempo fosse trascorso. Una serie simile fu mostrata anche a un secondo gruppo, ma – a sorpresa – un pallino era notevolmente più grande degli altri. Nonostante la durata delle due serie fosse esattamente la stessa, i partecipanti stupiti ritenevano che fosse trascorso un tempo significativamente più lungo. I neuroscienziati chiamano questo fenomeno oddball effect, “effetto Strana Palla”: la stranezza porta con sé una maggiore quantità di informazione rispetto alle immagini ripetitive, e dal momento che il cervello deve lavorare con più impegno per processarla, il senso del tempo sembra espandersi. È questo il mio ruolo da illusionista: creare esperienze magiche stuporose in grado di allungare la vita dei miei spettatori, senza neppure farli vivere un giorno in più. Meraviglia, stupore e sorpresa sono gli ingredienti di un Elisir di Lunga Vita davvero efficace perché basato sull’evidenza scientifica. Da ciò segue una semplicissima regola. Se vuoi vivere di più, esponiti alle meraviglie che ti circondano. [...]

Chiudo con il mio ultimo libro. Nel 2015 l’ho presentato a New York con una mostra interattiva e una lectio magistralis – o come la chiamano loro, una Master Class (rivedila qui). Si intitola La magia dei libri e descrive decine di modi per rendere magico un libro alterandone – come farebbe un hacker – la struttura fisica, l’hardware, o il contenuto, ovvero il software. Ho chiamato questa attività book hacking e voglio mostrarvene solo due applicazioni. La prima è questa:

Se il genere vi piace, su YouTube trovate una webserie in nove puntate dove presento decine di libri come questo.

Questo invece è un libro magico del 1603:

Andrea Ghisi, Il nobile et piacevole gioco, intitolato Il passatempo, dato in luce novamente dal Bidello Academico Cospirante, stampato in Verona da Bonifacio Zanetti alla Porta de i Borsari, 1603 (Biblioteca Queriniana di Brescia).

Al mondo ne esiste una sola copia, custodita a Brescia. Per attivarne la magia è necessario poterlo sfogliare fisicamente, quindi nel 2011 ne ho realizzata una riproduzione virtuale per chiunque voglia giocarci a quattro secoli di distanza. Ecco come ci si poteva far leggere nel pensiero da un libro:

Gioca online a “Il passatempo”

Quello con cui avete appena interagito è un Ipad del Seicento. Veniva usato nelle corti italiane come gioco di società e si basava su una struttura ipertestuale quattrocento anni prima della nascita di Internet.

La mia azione di book hacking preferita è quella degli Hack marriage, un gruppo di attivisti di San Francisco insoddisfatti del dizionario. Alla voce “matrimonio”, infatti, si legge che si tratterebbe della “unione formale tra un uomo e una donna attraverso la quale i due diventano marito e moglie.” Loro propongono una definizione migliore, secondo cui il matrimonio è “l’unione formale tra due individui attraverso la quale i due diventano partner per tutta la vita.”

Invece di aspettare l’introduzione della nuova definizione nei dizionari, il collettivo l’ha stampata su carta adesiva, ne ha ricavato delle etichette e si è messo a incollarle sui dizionari nelle librerie e nelle biblioteche. Cosa fanno gli hacker con i computer? Individuano i limiti di un sistema e lo alterano per renderlo più performante. Hack marriage fa lo stesso con i nostri cervelli: individua un limite nella nostra percezione e manomette i dizionari per allargare la nostra capacità di visione.

L’azione mi ha fatto tornare in mente un’incursione dei Guerrilla Spam, un collettivo di street artist fiorentini – molto attivi anche a Torino – che nel 2011 ha nascosto nei libri di una biblioteca pubblica duecento volantini come questo:

Lo studio nuoce gravemente al regime.

Ho trovato bellissima l’idea di spargere il seme così a largo raggio, e quindi ho pensato di stamparne duecento a mia volta e affidarveli: se vi piace potete proseguire viralmente la loro azione, iniettando questa idea nei libri dei vostri compagni. Chi volesse realizzarne di ulteriori può scaricare l’immagine, stamparla e fotocopiarla:

Lo studio nuoce gravemente al regime.
Scarica l’immagine di Guerrilla Spam

È un gesto simbolico che mi fa tornare in mente un famoso saggio di Umberto Eco.

Negli anni Sessanta lo scrittore ironizzava su Superman, facendo notare che – pur essendo in grado di polverizzare un pianeta con lo sguardo – Clark Kent usa i suoi poteri per combattere ladruncoli di mezza tacca o portare in salvo gattini che non vogliono scendere dall’albero. Il suo sguardo sui problemi del mondo si riduce alla difesa della piccola proprietà privata e sempre alla dimensione del quartiere, senza mai abbracciare l’intero pianeta per denunciare o risolvere le storture del mondo a un livello più alto. Eco scrive che in Superman abbiamo

un perfetto esempio di coscienza civile completamente scissa dalla coscienza politica.

La magia dei prestigiatori soffre lo stesso problema: noi illusionisti ci presentiamo al pubblico come dotati di poteri magici, ma poi li usiamo per cose di poco conto, come prendere un fazzoletto rosso e farlo diventare blu. Ma davvero se tu fossi in grado di realizzare cose magiche li useresti per risparmiare sui costi della tintoria?

Ai Guerrilla Spam bastano sei parole per centrare l’obiettivo più alto dello studio: mettere in discussione lo status quo, risvegliare la coscienza politica e stimolare un’attiva resistenza verso chi sfrutta le lusinghe del mercato per soggiogarci. Se il sogno di ogni mago è quello di incidere sulla realtà per vie non convenzionali, è ora di allargare gli orizzonti: dobbiamo renderci conto che, molto più di un mantello rosso o di una bacchetta magica, lo studio e la cultura sono le armi più efficaci che abbiamo a disposizione per cambiare le cose che ci vanno strette. E se me lo concedete, in chiusura: molto più di un metodo per creare cioccolato dal nulla, mi auguro che l’inseminazione di queste idee diventi virale. Mi sono emozionato quando ho scoperto che oggi [27 aprile 2016] è l’anniversario della morte di Antonio Gramsci. Il modo migliore per ricordarlo è quello di ripeterci ancora e ancora la sua esortazione:

Studiate, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

La serata è stata introdotta dal presidente dell’Associazione Ex Allievi del Liceo Marie Curie di Grugliasco e Collegno Andrea Parodi, dal preside Gian Michele Cavallo e conclusa dal Sindaco di Grugliasco – nonché mio compagno di banco per i cinque anni al Liceo – Roberto Montà. Grazie anche alla tesoriera dell’Associazione Brunella Caroleo e il vice-presidente Roberto Pistagna.

Andrea Parodi e Mariano Tomatis (27 aprile 2016).

Roberto Montà e Mariano Tomatis (27 aprile 2016).

La Stampa, 27.4.2016, p. 50.

La Stampa, 29.4.2016, p. 55.

Luna Nuova, 29.4.2016, p. 28.


Note

1. Carlo Fruttero e Franco Lucentini, “La parodia dell’obbligo”, La Stampa, 17.10.1984 ora in I ferri del mestiere, Einaudi, Torino 2003, pp.13-5.

2. Jean Prévost, La Première partie des subtiles et plaisantes inventions..., Antoine Bastide, Lione 1584, p. 50.