Martedì 3 giugno 2014 ho presentato L’arte di stupire a Pavia presso la libreria Il Delfino insieme a Ferdinando Buscema e allo scrittore ed esperto di giochi Beniamino Sidoti.

Trascrivo qui di seguito l’introduzione che Beniamino ha dedicato al nostro libro, incentrato sul’affascinante trinomio Meraviglia, Verità e Partecipazione.

Beniamino Sidoti su “L’arte di stupire”

Benvenuti: siamo qui per presentare L’arte di stupire ma anche per parlare di tutto ciò che nel libro non c’è. Come nasce questo incontro? Pur essendo uscito da poco, ho avuto il tempo di leggere il libro. La netta sensazione è che fosse, innanzitutto, un bel libro. La lettura mi ha coinvolto e mi ha fatto venire voglia di partire dal libro e portare avanti il discorso in qualche modo. Perché è un libro che stimola a parlarne e a condividerlo ulteriormente: fa venire voglia di continuare il passaparola. E così abbiamo coinvolto la libreria Il Delfino, con la sua magica Marcia dei delfini; l’associazione di giochi pavese, Aerel; il Collettivo senza slot, che conosce la finta magia dell’azzardo; il comitato organizzatore di Giocanda e di CarnevAll, due esperienze intorno a cui si intrecciano parole come partecipazione, gioco, magia.

L’arte di stupire parte da un nucleo molto concreto che è la creazione di esperienze magiche. Ed è come dovrebbe essere un manuale ben fatto, che partendo da un’esigenza pratica non consiglia scorciatoie o ricette, ma prova a riflettere su un aspetto dell’esistenza che viviamo in continuazione, spesso provando una grande gioia: è un manuale sulla Meraviglia. E come hanno scritto giustamente i Wu Ming nello slogan più azzeccato tra quelli che introducono questo libro, è un manuale per restituire la magia al popolo. C’è dentro un’istanza di riappropriazione della Meraviglia secondo me molto attuale. Il libro, infatti, stimola la riflessione su ciò che noi ogni giorno facciamo per la Meraviglia, ma non solo: in qualche maniera L’arte di stupire interpreta e incarna un’esigenza più diffusa, cioè il bisogno di essere parte della Verità. Mi spiego meglio.

La magia di cui Mariano e Ferdinando parlano nel libro è stata per un lungo tempo monopolio dei ciarlatani. Non a caso, nei suoi libri in passato Mariano ha già affrontato la figura di diversi ciarlatani. La parola “ciarlatani” incorpora quella diffidenza tipicamente novecentesca e positivista che abbiamo nei confronti della Meraviglia. A un certo punto della nostra storia abbiamo deciso che era meglio fare a meno della Meraviglia perché, in qualche modo, chi usava troppo la Meraviglia era un ciarlatano. Questo ha significato lasciare che tutto questo intero territorio fosse patrimonio di qualcun altro. In qualche maniera abbiamo rinunciato a qualcosa di profondo – e profondamente umano – come la Meraviglia, e soltanto perché non era abbastanza razionale.

Tutto questo muove le nobili attività di enti come il CICAP, ma a un certo punto ci siamo resi conto che questa chiusura segnava il passo; perché in qualche modo noi abbiamo bisogno di Meraviglia, abbiamo bisogno di stupirci e non si tratta di uno di quei bisogni terribili e indotti: si tratta di un bel bisogno. Un bisogno vitale. Di questa vitalità ritrovo molto in questo libro. Questa idea di “essere parte della Verità” e di “essere parte della Meraviglia” interpreta una bella idea di partecipazione: la magia di cui parlano Mariano e Ferdinando non è la magia sul palcoscenico, ma è la magia fuori dal palcoscenico, la magia che si incarna in tante situazioni diverse. Questa idea non è soltanto un rifiuto o l’estensione di un ambito artistico, ma è riconoscere una necessità più grande: una magia che sta fuori dal palco in qualche modo risponde anche a un bisogno di partecipazione. Il libro cita molte cose che non rientrano nella descrizione ordinaria della magia: si va dagli Alternate Reality Games ai cerchi nel grano, da Lost ai luna park, passando per il wrestling e Rennes-le-Château, cose che non sempre noi siamo abituati ad associare alla magia. Loro riescono a mettere tutto insieme con queste tre chiavi di lettura che ho trovato molto belle: la Meraviglia, la Verità come qualcosa che ci possa stupire e di cui ci possiamo sentir parte e che non dobbiamo limitarci ad accettare, e la Partecipazione, cioè la possibilità che tutto questo possa avvenire in maniera non passiva ma coinvolgente, intima e profonda.

Conoscendo i percorsi di chi è venuto a seguirci, una delle cose che mi ha colpito nel libro è che tocca un limite abbastanza scivoloso; a un certo punto si arriva a pensare… ma come ti permetti? Fin dove ci si può spingere? O detta in un’altra maniera: rispetto all’inganno, non è meglio la verità? Il concetto di “inganno” può sembrare stridente a chi lavora nell’ambito educativo e ha a che fare con bambini e ragazzi; viene da chiedersi: non è forse meglio proteggerli dall’inganno? Ecco, io credo che se ci poniamo questa domanda è perché all’educazione corrente, non quella pensata, quella diffusa, viene chiesto anzitutto di “servire e proteggere”, di offrire sicurezza e nozioni. “Servire e proteggere” è un concetto educativo recente, perché per molto tempo l’educazione è stata anche stupire. Adesso chiediamo implicitamente agli insegnanti di “servire e proteggere”, che però non è un motto educativo, ma un motto di polizia. È la polizia di Los Angeles che ha il motto “To protect and to serve”, ovvero il compito di proteggere e servire il cittadino. Credo che l’alternativa di stupire, e quindi di far partecipare, di far dialogare, sia un’alternativa profonda che restituisce un senso di Verità e Partecipazione più interessante, proprio perché se, implicitamente, chiediamo all’educazione o a chi scrive soltanto di “servire e proteggere” è perché, in qualche maniera, abbiamo introiettato un modello che non ci appartiene e che non è di certo bello.

Coerentemente con questo invito alla partecipazione c’è un’ultima stanza, nel museo immaginario messo in scena nel libro, che ci invita a riappropriarci dei nostri momenti di Meraviglia. Mariano e Ferdinando citano Cartesio quando fa l’esperienza dell’arcobaleno, un passo interessante in cui il filosofo dice con snobismo ante litteram che, in fin dei conti, la Meraviglia è degli stupidi perché per fare un arcobaleno basta avere una fontana e una luce con la giusta inclinazione. Tutto sommato questa osservazione non toglie niente alla Meraviglia, però toglie molto alla possibilità di mettere un po’ di illusione dentro una comunicazione o una scrittura, ed è qualcosa che poi verrà bandito per lungo tempo come se fosse soltanto qualcosa che riguarda la ciarlataneria.

Cosa c’entra allora la meraviglia con la conoscenza? Cosa c’entra la magia con la verità? C’entrano nel momento in cui ci vogliamo offrire esperienze e percorsi di scoperta, e non nozioni: c’entrano nel momento in cui da artisti, da comunicatori, da politici, da educatori, ci prendiamo carico delle persone e non solo delle nostre parole. L’arte di stupire, allora, non è solo un gran bel manuale su come costruire la meraviglia: è uno strumento per rivendicare meraviglia, per partecipare alla meraviglia.

Ci sono due quasi sinonimi in italiano: “mettersi in gioco”, cioè partecipare e scommettere in prima persona; e in-ludersi, cadere nel gioco, entrare nel gioco. Questo è lo spazio della “illusione”: e dentro ci sono specchi, enigmi, doppi fondi, giochi, pentole magiche e cose da scoprire. Tutte cose che fanno riflettere.

E, comunque, viva chi si stupisce, viva gli arcobaleni e chi li sa inventare: escogito ergo sum, Cartesio!

Beniamino Sidoti
Pavia, 3 giugno 2014

Durante il viaggo in treno da Torino a Pavia avevo con me due libri. Uno era Mitocrazia di Yves Citton, con la prefazione di Wu Ming 1 e la postfazione di Enrico Manera (l’altro scoprilo qui). Il cuore del discorso di Beniamino Sidoti si allineava perfettamente all’analisi di Enrico sulla necessità di un reincanto alternativo a quello dei ciarlatani:

La demitizzazione radicale, il sogno razionalistico che accomuna illuminismo e marxismo, risulta impossibile perché la sola razionalità analitica e amministrativa non sembra essere capace di superare le secche del nichilismo e del disincanto, preparando il terreno – e soprattutto le masse – a nuovi imbonitori e a reincantamenti inaspettati, fondamentalisti e dogmatici. (1) 

In chiusura dell’incontro Beniamino ci ha coinvolti in un’esperienza magica spiazzante e poetica, del tutto in linea con il tema dell’incontro. L’arte di stupire presenta una struttura museale come richiamo alle suggestioni del Museo dell’innocenza (2008) di Orhan Pamuk. Nel suo romanzo lo scrittore turco pubblica un “Manifesto dei musei” auspicando che i musei del futuro siano ospitati nelle nostre case e si oppongano alle grandi narrazioni nazionali, celebrando l’epica delle storie minime. Nel 2001, in anticipo di sette anni, Beniamino Sidoti aveva risposto all’appello dello scrittore turco realizzando (insieme a Tommaso Correale Santacroce) un curioso “Museo dell’invisibile” presso la biblioteca di Bologna Borgo Panigale. (2) 

Trattandosi di una collezione semplice da impacchettare per le sue misure contenute, Beniamino l’aveva con sé a Pavia, custodita in una puzzle box apparentemente inaccessibile. Dopo un’enigmatica sequenza di mosse, la scatola magica si apriva rivelando un’impressionante serie di oggetti invisibili, offerti in dono ai presenti insieme alle etichette esplicative (indispensabili per coglierne il valore).

Il “Museo dell’invisibile” ospitato nella puzzle box di Beniamino Sidoti.
Fotografia di Ferdinando Buscema.

Tra la “Biancheria intima della donna invisibile (Collezione autunno-inverno Fantastici 4)” e il “Gemello destro del vestito nuovo dell’imperatore (Collezione Grimm)” spiccavano reperti potenzialmente scabrosi – come “La mano invisibile del mercato (Collezione Smith)” e lo spettrale “Lembo di fantasma che si aggira per l’Europa (Collezione Marx-Engels)” – e altri dalla struggente poesia, come il “Bambino di una minoranza etnica, famiglia povera, lontano dalle telecamere (Sec. XXI)”.

Se esistesse un indice della potenza evocativa di un oggetto, calcolato come rapporto tra l’impatto emotivo e il suo volume, il Museo di Beniamino asfalterebbe la concorrenza: una frazione che ha lo zero al denominatore ha un valore infinito.


Note

1. Enrico Manera, postfazione a Yves Citton, Mitocrazia, Edizioni Alegre, Roma 2013, p. 248.

2. Il contesto e la più ampia esperienza sono descritti in Beniamino Sidoti, Eccetera, Edizioni La Meridiana, Molfetta 2013, pp. 124-125.