Giovanni ha otto anni quando muoiono i suoi genitori. Non ha parenti a Chambery dov’è nato. Senza un soldo in tasca, è costretto a chiedere l’elemosina per sopravvivere. Nel Seicento, i girovaghi savoiardi sono la feccia della società e la vita randagia lo espone a violenze e soprusi. A Montmélian subisce una violenta aggressione: lo shock è così traumatico che il piccolo perde l’uso della parola.

Terrorizzato, attraversa le Alpi piemontesi e arriva a Ponderano. Anche se è un profugo di poche parole, la comunità locale lo accoglie e gli offre un lavoro da garzone. Per la prima volta, trova un luogo che può chiamare casa.

Il 9 marzo 1661 si incammina verso uno dei più grandi santuari alpini: la Madonna Nera di Oropa lo attende a una quindicina di chilometri.

La basilica sorge su un enorme masso erratico: prima del cristianesimo vi si celebravano riti magici, ora è terra consacrata. Un luogo dove, ieri come oggi, avvengono miracoli.

Al cospetto della donna, il bambino scoppia in lacrime: venerata da tutti, quella madre affettuosa che sostiene un bimbo è un’immagine insostenibile per il piccolo; nel buio della chiesa, Giovanni è investito dalla sua forza simbolica: quella statua incarna il conforto che ha trovato nella regione, il primo da quando è rimasto orfano. Con un filo di voce, rotto dal pianto, chiama per nome la donna e il bambino. Giovanni ritrova la parola e i presenti gridano al miracolo.

Gli amministratori del luogo si sfregano le mani e informano Casa Savoia: la Madonna opera miracoli a Oropa. Ci affidiamo alla vostra generosità per rendere questo luogo sempre più grandioso e solenne.

Racconto del miracolo operato dalla madonna santissima dell’Oroppa li 9 marzo 1661

Bartolomeo Zavatta, Torino 1661.

La Casa Reale risponde, mandando i suoi migliori architetti – da Filippo Juvarra a Guarino Guarini. Da quel momento è una vera e propria escalation. Nel corso di due secoli vengono eretti edifici monumentali, lunghi chiostri e una solenne scalinata che conduce alla porta regia.

Fino al progetto della Grande Opera. Una cattedrale delle dimensioni di un campo di calcio, concepita alla fine del Settecento e iniziata a costruire cento anni più tardi. Un progetto titanico, mai portato a termine, per il quale si investono milioni e milioni e milioni. Perché l’effetto visivo sia più spettacolare, è necessario deviare un torrente.

Il torrente Oropa che scorreva a nord del complesso settecentesco. È stato deviato per ospitare le fondamenta della Basilica Nuova.

Ma i fondi non sono mai abbastanza, e all’inizio del Novecento ci si indebita con un prestito dopo l’altro. Se fino ad allora si era offerto il gratuito ospizio, ora è necessario tariffare l’ospitalità. Su impulso del governo fascista, la Grande Opera subordina il valore dell’accoglienza alle logiche del Capitale.

Nasce un movimento contrario alla Basilica.

Il giornale di Vittorio Sella critica la megalomania del progetto.

Non corriamo forse il pericolo di profondere milioni in ciclopiche costruzioni su basi non solide? (1) 

si chiede Il popolo biellese nel 1925.

Una voce inascoltata ma profetica. Per quindici anni, una gru immobile dove dovrebbe sorgere la cupola è il simbolo dell’abbandono del progetto. Tra ripartenze, arresti e fallimenti, l’edificio viene inaugurato nel 1960 ben prima del suo completamento. Oggi cade letteralmente a pezzi. Nel 2017 viene sigillato per il crollo di una lastra di marmo. Oggi svetta spettrale, tra impalcature e muri con i mattoni a vista, mai intonacati.

La Regione Piemonte sta cercando altri milioni da investire in un progetto vecchio di secoli: una chiesa ad alta capacità, per un’affluenza calcolata all’epoca del conte di Cavour.

Un luogo dove neppure la Madonna vuole trasferirsi. Per due volte provano a condurla fuori dalla chiesa vecchia: entrambi i tentativi falliscono. Lontana dalla sua sede, la statua diventa pesantissima, intrasportabile. È uno dei miracoli che la tradizione attribuisce alla Madonna nera di Oropa.

Con il nome che mi ritrovo, posso non rendere omaggio a una compagna impegnata nella lotta contro le Grandi Opere? Una donna dalla pelle scura; un’irregolare, che ha avuto un figlio fuori dal matrimonio; costretta a partorire in una stalla, perché – finita la pacchia – non c’era posto per lei in albergo: a Betlemme come a Oropa, vigeva il “tariffamento dell’ospitalità”.

Mi sembrano passati secoli da quando ero uno scettico militante e mi aggiravo tra gli ex voto ridacchiando. Sparare sulla fede ingenua di quei derelitti mi sembrava un gesto nobile, in nome della scienza e del “valore dei fatti”. Oggi continuo a negare l’intervento divino nelle faccende umane, ma non intendo lasciarmi sfuggire la differenza tra un miracolo e l’altro.

Voglio dire: in un Santuario che rende immortale, incidendolo nella roccia, il nome di chi ha donato 1, 3, 5, 10 milioni, una statua che – con il suo peso – si oppone allo sperpero di quel patrimonio, trascende del tutto le categorie del vero e del falso. E così la storia di Giovanni. Davanti a una madre che dà voce a qualcuno che non l’ha mai avuta... davanti a un orfanello che prima ritrova la pace, poi sta al gioco e fa il miracolato, fino a trovare il proprio nome inciso nel cuore della Basilica antica di Oropa, sotto la statua prodigiosa... qui capisco che “mariano” dev’essere il mio approccio alla narrazione: uno strumento che – quando restituisce voce a chi non ce l’ha, capovolge le aspettative e mette in discussione lo stato delle cose – può davvero fare miracoli.


Note

1. Cornelio Cucco, “L’Amministrazione di Oropa, il nuovo prestito e le nuove spese. L’inopportunità di un nuovo prestito oneroso”, Il Popolo Biellese, 17.1.1924, p. 2 (testo | PDF).

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