Il sito di approfondimento culturale Doppiozero ospita oggi un mio breve saggio sulla “suspense”. Muovendo dalla lettura del libro di Giampiero Frasca La suspense. Forme e modelli della tensione cinematografica (Audino Editore 2015), il mio articolo analizza il ruolo della dilatazione temporale nelle narrative illusionistiche – da Harry Houdini a Penn & Teller, da Kreskin a Robert-Houdin(1) 

Suspense!

Nel corso della “Conversazione con il cervello di Einstein” la tartaruga propone ad Achille un metodo alternativo per apprezzare un brano musicale: gustarne in un solo colpo struttura, modulazioni e sfumature osservando la superficie di un disco che lo contiene. «Poiché tutta la musica è sulla faccia del disco, perché non assorbirla con un’occhiata, o al massimo con una rapida scorsa?» si chiede la tartaruga nel surreale dialogo concepito da Douglas R. Hofstadter. Comprimendo l’esperienza in un breve e intenso attimo, essa potrebbe addirittura diventare più potente: l’animale ritiene che «ciò procurerebbe di sicuro un piacere molto più intenso.» La perplessità di Achille è anche la nostra perché intuiamo che l’ascolto di un brano musicale coinvolge in modo determinante la dimensione del tempo. La stessa componente è essenziale in qualunque tipo di narrazione per immagini, in primis quella cinematografica. La possibilità di agire su tale dimensione in modi sofisticati è al centro de La suspense. Forme e modelli della tensione cinematografica, saggio di Giampiero Frasca che, in modo approfondito e sulla base dell’analisi filmica di un vastissimo repertorio visuale, indaga i meccanismi di generazione e produzione della tensione come principio espressivo.

Cercando di individuare i fattori determinanti della suspense, il critico cinematografico evidenzia in particolare l’effetto giocato sulla linearità del tempo da parte di una serie di ostacoli fisici, che limitano l’azione dei personaggi e ne mettono in dubbio la possibilità di salvezza: l’enfasi della narrazione si concentra in modo drammatico su quelli che potrebbero essere gli ultimi istanti prima della catastrofe, magnificandone la durata e inchiodando così gli spettatori al lento dispiegarsi del racconto. Nel 1967 Jean Douchet aveva colto il ruolo chiave del concetto di “incertezza”, definendo la suspense “la dilatazione di un presente stretto tra le due possibilità contrarie di un futuro imminente.” Più di recente Aaron Smuts ha evidenziato l’ingrediente fondamentale della frustrazione: “l’impossibilità di intervenire attivamente, l’osservazione passiva, la partecipazione emotiva con il protagonista […] generano quelle sensazioni frustranti che rappresentano il sale della suspense.” Frasca conduce l’analisi un passo oltre, individuando la natura paradossale della percezione emotiva prodotta dalla suspense “situata a metà tra la paura che qualcosa di spiacevole accada e il piacere venato di conforto dovuto alla certezza che, per quanto pericolosa, la situazione è esperita indirettamente, senza che sia messa a repentaglio l’incolumità del pubblico.”

Il meccanismo è sfruttato sin dagli albori del cinema: nel film di David W. Griffith Intolerance (1916) la salvezza di un condannato a morte è legata alla frenetica corsa di chi ha tra le mani una lettera di grazia firmata dal governatore; ma se il saggio di Frasca approfondisce soprattutto la suspense cinematografica, il “salvataggio all’ultimo minuto” è un meccanismo che Hollywood eredita dal teatro. Nel melodramma di Augustin Daly Under the Gaslight, messo in scena a New York a partire dall’agosto 1867, il protagonista Snorkey viene legato ai binari di un treno dal cattivo, mentre la compagna Laura è rinchiusa nel gabbiotto del capostazione. «Oddio, il treno!» esclama la donna quando appare una locomotiva all’orizzonte. Dapprima è paralizzata, poi si accorge che nella stanza c’è un’ascia. «Apriti un varco nel legno!» esclama l’uomo: «Evita la serratura e colpisci intorno! Dannato formicolìo al collo… Coraggio! Coraggio! Sei una grande donna! Coraggio!» L’avvicinamento del treno si intuisce dalle luci sempre più intense che, da un lato del palcoscenico, incombono sull’uomo legato ai binari; il rumore del convoglio a vapore, intanto, si fa sempre più assordante. La salvezza arriva un istante prima che la locomotiva occupi l’intero spazio della scena, quando Laura riesce a slegare Snorkey e portarlo in salvo. L’idea fu al centro di una contesa legale quando, sull’altro lato dell’oceano, Dion Boucicault la sfruttò a Londra per la sua commedia After Dark. Come esito del processo Daly ottenne di farsi pagare una royalty per ogni replica dello spettacolo londinese. La dinamica divenne tanto celebre che sui poster di tutte le produzioni successive si leggerà l’annuncio “The Great Railroad Scene is Presented”. In tribunale venne anche fuori che la scena di Daly non era del tutto originale: se il cinema si sarebbe ispirato al teatro, il teatro si era a sua volta ispirato a un racconto pubblicato su una rivista. (continua)

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Note

1. Un ringraziamento a Enrico Manera per il prezioso lavoro di editing e il costante supporto.