La Meraviglia nasce all’incrocio di stimoli complessi, ma si può invocare con un’istruzione semplice: cerca il cliché e trova il modo di violarlo. Le barzellette sono storielle la cui conclusione logica lascia il posto a una svolta inaspettata – e la risata scaturisce dall’improvvisa inversione di marcia.

Lo scorso venerdì a Castellamonte, dopo aver proiettato il video della incredibile coda davanti al negozio di un immigrato – e nei giorni di infami rigurgiti razzisti – ho citato il meraviglioso tweet di Daniele Sensi che condensa in 140 caratteri una memorabile lezione nell’arte di stupire:

Colto il meccanismo, l’attività chiave di un “laboratorio della Meraviglia” (improvvisabile da chiunque) diventa la ricerca dei cliché più diffusi nella nostra società – primi in lista i più odiosi e beceri.

Il capitalismo moderno insinua che tutto ha un prezzo? Un luogo comune interessante da minacciare. Chiedendosi, ad esempio: cosa succede a togliere il denaro dall’equazione?

Secondo il sito del congresso mondiale dei prestigiatori che si terrà a Rimini nel 2015, la strada per “assicurarsi un posto nella storia della magia” è una sola: partecipare all’evento. Ma entrare nella storia costa davvero lo stipendio di un mese di un operaio? Far esplodere narrative tossiche del genere è facilissimo: basta un granello di sgurz.

Che cos’è lo sgurz?

Lo scorso maggio, dopo aver letto L’arte di stupire, Davide Riondino mi ha detto: «Voi avete lo sgurz

Da lui proposta nel film di Gabriele Salvatores Kamikazen (1987), la parola sgurz designa le azioni che si compiono per puro piacere estetico (ed estatico), al di fuori di ogni logica di profitto. Come dice Davide in una scena del film:

Lo sgurz non si sa che cos’è. Comunque c’è, c’è di sicuro. Viene forse trascinato in certe notti di primavera dal vento. Alcuni dicono che è un polline che nasce da alcuni fiori che stanno in certe regioni del Borneo, misteriose, che arriva ti travolge e sei costretto a compiere un’azione sgurz. [...] Una cosa è sicura: o lo sgurz ce l’hai o non ce l’hai. [...] Lo sgurz non è questione di vincere o di perdere, è un’altra cosa, è diverso.

Qualche giorno fa, osservando in un solo colpo (a questo indirizzo) gli oltre milletrecento libri di magia liberamente accessibili nella Biblioteca Magica del Popolo, un lettore mi ha scritto:

Stupendo. Magnifico. Superbo. Senza parole. Un colpo d’occhio che commuove. Davvero tanta roba.

La biblioteca nasce da un’azione sgurz e da essa trae il suo impatto emotivo. Sfugge a ogni logica l’impegno coordinato a catalogare e annotare centinaia di testi con il solo obiettivo di renderli accessibili a costo zero. È un profitto del tutto indiretto quello a cui mira un progetto del genere – granello che inceppa gli ingranaggi del Sistema e ne mette in luce il punto debole. Assicurarsi un posto nella storia della magia è semplice: basta tuffarsi tra le migliaia di pagine a disposizione (con la stessa bramosia di Paperone tra le sue tonnellate d’oro) alla ricerca delle infinite meraviglie nascoste tra le pieghe del passato. Costo dell’impresa? Meglio di me lo scrisse Robert A. Heinlein:

Le cose migliori nella vita trascendono il denaro. Il loro prezzo si misura in fatica, sudore e devozione.

È altrettanto sgurz l’azione di Daniela che mi ha raccontato Emanuele Catanzaro dopo aver letto L’arte di stupire (Sperling & Kupfer 2014):

Circa dodici anni fa Daniela si trovava in giro per la città quando ha trovato a terra un telefono cellulare modello Ericsson GF768. Era colorato, con lo sportellino a coprire la tastiera e un display monocromatico composto da una sola riga. Il telefono era spento e, provando ad accenderlo, chiedeva il PIN – impedendo di accedere alla rubrica per contattare qualche amico del proprietario. Unico indizio a disposizione: la scheda SIM, su cui è stampato un codice identificativo. Il caso volle che Daniela avesse un contatto presso la sede centrale del gestore della SIM: fornito il codice, è riuscita ad avere nome ed indirizzo del proprietario (forzando un po’ le regole, ma in questo caso il fine giustifica i mezzi, no?). A questo punto le sarebbe stato semplice presentarsi a casa del proprietario e restituirgli l’oggetto perduto. Daniela ha invece pensato di riporre il cellulare in una scatola e spedire un pacco anonimo al proprietario. La mia storia finisce qui: posso solo immaginare la faccia di signore quando si è visto recapitare per posta il telefono perso qualche giorno prima, senza alcun riferimento al suo nome e al suo indirizzo – ed è facile immaginare il suo stupore, misto alla sensazione di aver vissuto qualcosa di magico. D’altra parte anche quel signore non saprà mai quale nome si nasconde dietro la mano che ha reso possibile tale prodigio.

Altro che stay hungry, stay foolish: stay sgurz!